Nel 325 d.C. a Nicea (oggi Iznik, in Turchia), sul mar di Marmara, circa 300 vescovi provenienti dalle comunità cristiane di tutto l’Impero, anche se con una rilevante maggioranza orientale,[1] si riunirono in quello che sarebbe stato il primo concilio ecumenico della storia del cristianesimo: il concilio di Nicea, appunto. Il concilio fu convocato e presieduto dall’imperatore Costantino I, il quale si era dimostrato interessato alle diverse questioni e controversie dottrinali nate nella religione che lui stesso riconobbe. Nel 313, infatti, Costantino, ormai padrone del panorama politico imperiale dopo aver sconfitto presso Ponte Milvio il suo contendente Massenzio, incontrò a Milano il collega Licinio.[2] Durante questo soggiorno a Milano, Costantino proclamò un editto con il quale la religione cristiana, oggetto di tante persecuzioni (l’ultima, violentissima, era stata indetta dal predecessore Diocleziano, dal 303 al 305), fu riconosciuta come una delle religioni dell’Impero. I cristiani, insomma, non venirono più perseguitati con la sola accusa di essere cristiani.[3] L’atto di Costantino, però, non fu solo dettato dalla benevolenza dell’imperatore nei confronti dei cristiani:[4] fu un atto “politico”, mirato a coinvolgere una comunità sempre più folta, che contava anche grandi uomini politici ed intellettuali, nelle questioni dell’Impero.

L’editto di Milano segnò la fine del periodo di “clandestinità” del primo cristianesimo, periodo che, sul piano letterario, era stato caratterizzato dalla grande produzione apologetica di Giustino, Atenagora, Tertulliano e Cipriano. A questo punto emerse la necessità, per le autorità cristiane di allora, di porre determinati punti in merito alla dottrina cristiana – il Credo, le questioni riguardo la fede, la consustanzialità, la verginità di Maria – e di affrontare il problema delle eresie. Le eresie esistevano, in realtà, già molto tempo prima dell’editto di Milano: il marcionismo, ad esempio, che rigettava l’Antico Testamento e l’eredità ebraica nella cultura cristiana; lo gnosticismo, che aveva una sorta di visione elitaria della fede; il montanismo, movimento ascetico di cui fece parte anche Tertulliano. Ma, di fronte al problema delle persecuzioni, la questione delle eresie era passata spesso in secondo piano. Ora che invece il cristianesimo veniva riconosciuto, si doveva affrontare il problema delle eresie con tutte le questioni di carattere dottrinale che si portava dietro. Tra le varie eresie, quella che dall’inizio del IV secolo aveva costituito un grosso problema, e che lo avrebbe costituito fino agli inizi dell’Alto Medioevo, fu l’arianesimo. Ario, teologo di origini libiche, predicava la subordinazione del Figlio rispetto al Padre: la natura divina di Gesù, in quanto figlio creato dal padre, sarebbe stata infatti inferiore rispetto a quella del Padre, che esisteva da prima di lui.

Per le sue idee, Ario venne scomunicato una prima volta nel 300 da Pietro I patriarca di Alessandria: riabilitato dal successore di questi Achilla, viene nuovamente scomunicato per volontà del potente vescovo Alessandro, che convocò un sinodo nel 318 e spinse il teologo a fuggire in Palestina. Qui Ario, a Cesarea, venne benevolmente accolto dal vescovo del tempo, Eusebio. Il vescovo, rinomato per le sue opere storiche, apprezzava le idee di Ario, idee che, tra critiche, adesioni e polemiche, vennero conosciute in tutto il cristianesimo, con una conseguente situazione caotica. È allora che Costantino, per ristabilire un equilibro e un ordine in seno al cristianesimo e all’impero, convocò sotto la spinta dell’amico Eusebio[5] il concilio presentato all’inizio dell’articolo. Frutto del Concilio di Nicea fu il cosiddetto Credo – o anche Simbolo – niceno, dichiarazione di fede consigliata dallo stesso Eusebio, nella quale si afferma la consustanzialità di Padre e Figlio, e dunque la componente divina nella natura del Figlio.

Il concilio sembrò aver dato le risposte “ecumeniche” alla questione ariana; ma, per tutto il IV e anche il V secolo lo scontro tra i niceni e gli ariani rimase sempre molto acceso, coinvolgendo anche la cristianità d’Occidente che, almeno in un primo momento, non era stata interessata alla questione più di tanto. Decisiva è, per esempio, la presa del potere nell’Impero Romano Orientale (in un impero che andava sempre di più dividendosi) di Valente, imperatore dichiaratamente ariano, che favorì le fazioni ariane nelle diverse comunità cristiane orientali. È sotto Valente che il padre di Cappadocia Gregorio (335-394 ca.), vescovo di Nissa, fu deposto e incarcerato dai filo ariani. Fu liberato grazie al pronto intervento del fratello Basilio,[6] ma riuscì a tornare trionfalmente a Nissa solo con la morte dell’imperatore.

In Occidente, invece, collega di Valente era il fratello di questi, Valentiniano, il quale, seppur cristiano, si dimostrò disinteressato alle controversie e agli scontri interni al cristianesimo. Si creò così una situazione per la quale Milano, sede dell’imperatore, diventò, con il vescovo Aussenzio, ultima roccaforte dell’arianesimo in Italia, mentre, tutt’attorno, crebbero i focolai antiariani. Alla morte di Aussenzio, a Milano scoppiò la guerra: ariani e cattolici si contesero la cattedra più ambita in Italia dopo Roma. Alla fine fu scelto, come compromesso di entrambe le fazioni, un laico, Ambrogio, che sarebbe diventato un fiero sostenitore della lotta all’arianesimo.

Questi due esempi vogliono dimostrare come dopo Nicea il dibattito non si era assolutamente spento. In più, alla controversia sul rapporto Padre-Figlio, si era aggiunto il problema dello Spirito Santo: quale rapporto avesse con le altre due ipostasi, quale fosse la sua funzione, se si trovasse in stato di inferiorità o superiorità. È per questo motivo che nel 381 l’imperatore Teodosio convocò un nuovo concilio a Costantinopoli. Il concilio portò ad una nuova condanna dell’arianesimo[7] e alla correzione del Credo. Il problema dello Spirito Santo fu risolto partendo dalla brillante idea di Basilio di Cesarea: un’unica natura divina, tre diverse ipostasi, di uguale importanza e valore. Al nuovo Credo fu aggiunto lo Spirito Santo, così definito: «lo Spirito Santo, che è signore e dà la vita,che procede dal Padre e con il Padre viene adorato e glorificato, che ha parlato per mezzo dei profeti».

Ma anche dopo il concilio di Costantinopoli le contese e gli scontri continuarono. Le fazioni principali divennero tre: gli ariani, i neoniceni, che credevano nel nuovo Simbolo, e i veteroniceni, che rifiutavano quanto deciso a Costantinopoli. Anche questa volta l’equilibrio era mancato.


[1] La prevalenza orientale nel Concilio di Nicea sarebbe dovuta al maggiore interesse del cristianesimo orientale nei confronti delle questioni dottrinali. Ne sarebbe una testimonianza la mancanza, nella letteratura cristiana in latino dei primi secoli, di grandi intellettuali e teologi (ad eccezione di alcuni picchi) come erano presenti, invece, ad Alessandria ed Antiochia.

[2] Poco tempo dopo, Costantino si sbarazzerà anche di Licinio, per diventare l’unico Augusto dell’Impero.

[3] A questo proposito, vedi in particolare le lettere del governatore di Bitinia Plinio il Giovane (61-112 d.C.) mandate all’imperatore Traiano, nelle quali il governatore non cela il suo imbarazzo di fronte alla necessità di dover condannare a morte alcuni cristiani con la sola accusa di essere cristiani.

[4] Famosi gli aneddoti legati alla figura di Costantino: la visione della croce in cielo prima della battaglia di Ponte Milvio; l’assassinio del figlio Crispo, accusato di adulterio con la matrigna, per il quale motivo l’imperatore sarebbe stato spinto alla scoperta del perdono e quindi alla conversione al cristianesimo (come raccontano lo storico ariano Filostogiro e lo storico bizantino Zosimos).

[5] Eusebio di Cesarea scrisse, oltre che la Storia della Chiesa—la prima opera storica ad argomento cristiano—la Vita di Costantino e l’elogio di Costantino recitato in occasione del ventennale del regno.

[6] Basilio di Cesarea di Cappadocia (330-379) è sicuramente una delle figure più importanti del cristianesimo d’Oriente. Monaco, teologo, esegeta, interessato tanto alla vita ascetica quanto a quella politica, s’impegnò in maniera attiva contro l’arianesimo, sia sul piano dottrinale che su quello politico.

[7] Oltre all’arianesimo, a Costantinopoli vennero condannate altre eresie, come quella apollinarista.


L’immagine di copertina è tratta dagli affreschi delle Storie della vera croce di Piero della Francesca (1452-66). La scena raffigura il sogno di Costantino.

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