Il primo filosofo moderno a rendersi conto della stringente urgenza di una rivalutazione moderna della cultura greca pre-socratica è stato, ormai più di 140 anni fa, Friedrich Nietzsche. Questo filosofo tedesco controcorrente, critico nei confronti della modernità, deciso nel “filosofare col martello”, è famoso per aver tessuto uno dei più grandi elogi di questa cultura. Ne La nascita della tragedia (1872), infatti, egli riconosce alla cultura greca, in particolare a quella pre-socratica, una speciale propensione a comprendere le radici profonde della vita.

Il motivo della superiorità greca starebbe, secondo Nietzsche, nella capacità di accettare o, meglio, di constatare il conflitto che caratterizza la vita, cosa possibile grazie all’utilizzo di una “logica polare”. Ma che cos’è la “logica polare”?[1] E cosa la distingue da quella dicotomica divenuta gradualmente prevalente con Socrate, Platone e Aristotele? Essa corrisponde alla “forma polare” del pensiero che Paula Philippson ha individuato come caratteristica peculiare delle narrazioni mitiche. Questo tipo di pensiero precede i principi logici teorizzati da Aristotele e, pertanto, supera il principio di determinazione dell’ente individuale (principium individuationis), permettendo la coincidenza degli opposti (coincidentia oppositorum) in un unico ente che li comprende, pur mantenendo la loro identità singolare. La logica polare non prevede l’annullamento degli opposti: piuttosto, essa organizza il mondo in coppie di contrari indissolubilmente legati e reciprocamente definiti dalla loro relazione. Solo una simile logica, secondo Nietzsche, può comprendere a fondo la vita che, nella sua realtà dionisiaca,[2] è conflitto e dolore.[3]

Effettivamente, i filosofi pre-socratici, a differenza dei loro successori, hanno sempre rappresentato la vita nella sua realtà anche dolorosa. Anassimandro scrive che “tutti gli esseri devono, secondo l’ordine del tempo, pagare gli uni agli altri il fio della loro ingiustizia”,[4] cioè devono espiare attraverso la morte la colpa vitale dovuta alla loro stessa esistenza. In maniera forse meno tragica, ma esprimendo un pensiero altrettanto significativo, Eraclito scrive che “la guerra [polemos] è padre di tutte le cose, di tutte re”[5] e “che la giustizia è contesa [èris] e che tutto accade secondo contesa e necessità”. È interessante notare come, secondo entrambi i filosofi, il conflitto si risolva nell’unità, tanto che Eraclito osserva “l’opposto concorde e dai discordi bellissima armonia”.[6] La differenza principale, però, è che, pur considerando l’opposizione come cifra della vita, Anassimandro vede nella separazione delle cose determinate (peirata) dall’indeterminato (apeiron) un elemento di colpa e dolore: pertanto, in questo filosofo il conflitto si arricchisce di un significato etico negativo. Questo significato, invece, è assente nella visione di Eraclito.

C’è poi un filosofo che ha adottato la logica polare come cardine della sua intera produzione filosofica, elaborando sulla base di quella una teoria del linguaggio, una teoria cosmogonica e una teoria zoogonica: è Empedocle d’Agrigento. Intellettuale assai eclettico, Empedocle è stato filosofo e scienziato, medico e sciamano, politico e maestro. È stato tra i primi a concentrarsi sulle potenzialità della parola e a studiare la relazione tra parola e cosa significata giungendo a conclusioni vicine a quelle di Parmenide ed Eraclito. Parmenide scrive (DK28B9):

Ma poiché tutte le cose sono state chiamate come luce e notte, / e ciò che è conforme alle loro proprietà è attribuito a questa o quella cosa, / tutto è egualmente pieno di luce e di notte oscura / che si equilibrano entrambe giacché ogni cosa risulta dall’insieme delle due.[7]

Parmenide, dunque, è un forte critico della tendenza umana a spezzare le singole unità in elementi opposti: luce e buio, infatti, altro non sono che estremi polari di una medesima forma (morphé). Lo stesso pensa Eraclito, che scrive (DK22B88):

La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando sono quelli e quelli di nuovo mutando sono questi.[8]

Come questi filosofi, Empedocle ritiene che le parole usate dagli uomini spezzino l’unità dell’essere. Particolarmente critico è nei confronti dell’opposizione aggregazione-disgregazione, tanto che scrive (9DK):

…alcuni, quando in forma di uomo…vengono / […] / …questo allora chiamano generarsi, / quando si separano, questo allora sventurata sorte. / Come è lecito non assegnano i nomi e all’uso mi adeguo anch’io.[9]

E aggiunge (17DK):

doppia degli esseri mortali la genesi, doppio il venir meno: / l’una, infatti, l’unione di tutte le cose la produce e la distrugge, / l’altro a sua volta alimentato dalle cose che si separano, svanisce.[10]

Del resto, la concezione polare dell’opposizione tra aggregazione e disgregazione, tra generazione e distruzione è così cara ad Empedocle che il filosofo ne fa anche il fondamento della sua dottrina cosmologica e zoologica: la vita individuale, infatti, altro non è che un microcosmo che dipende dal medesimo principio che regge l’ordine del macrocosmo. Questo principio, secondo Empedocle, è polare e comprende in sè due opposti: philia e neikos, amore e odio, amicizia e contesa. Philia è forza aggregante, che stimola la formazione di organismi individuali a partire dalla frammentazione della materia inorganica. Neikos, al contrario, è forza disgregante, che induce la frammentazione della materia verso lo stato inorganico. Tuttavia, entrambe sono necessarie, hanno pari dignità e si alternano, da un punto di vista cosmico, secondo fasi di alternativa dominanza inframezzate da momenti di precario equilibrio.[11]

La vita, intesa come esistenza in forme singolari, cioè come azione del principium individuationis, può esistere solo nei momenti di bilanciamento tra le due forze cosmiche. Infatti, il predominio di philia porta all’unità, il predominio di neikos alla totale disgregazione della materia.[12] Dunque, l’esistenza singolare si definisce, secondo gradi di progressiva complessità, nei passaggi dal dominio di una forza al dominio dell’altra, tanto che Empedocle descrive la comparsa della vita con toni quasi orrorifici.[13] In questo senso, tanto l’ordine del cosmo, quanto l’esistenza di forme di vita sono regolate dall’equilibrio di philia e di neikos: entrambe le forze danno un contributo. Insieme, dunque, esse rappresentano il principio polare che regola ogni cosa.

Se si considera l’affascinante teoria empedoclea, non stupisce che alcuni autori[14] siano giunti, forse trascinati dalla suggestione, a considerare Empedocle il precursore di alcune moderne teorie scientifiche tra cui l’evoluzionismo e l’atomismo. In realtà, anche senza addentrarsi in rischiosi paragoni scientifici, il pensiero di Empedocle d’Agrigento rimane comunque attuale dal punto di vista filosofico: in particolare, è da rimarcare l’importanza che il filosofo attribuisce alla coincidenza polare di aggregazione e disgregazione, di nascita e morte.[15] La filosofia di Empedocle, e più in generale la filosofia greca pre-socratica andrebbe dunque, come già sosteneva il primo Nietzsche, riscoperta: solo la logica polare, infatti, è in grado di fare davvero i conti con il dolore della vita. Solo la logica della non-esclusione è in grado di riconoscere che nascita e morte altro non sono che gradazioni opposte di una medesima unità: la vita. Accettare e comprendere la vita, che è lo scopo primario della filosofia, significa dunque abbracciarne la fine, accogliere la morte come la sua ultima manifestazione. Questo ci insegnano i pre-socratici, questo ci insegna Empedocle d’Agrigento.


[1] Montevecchi F., Empedocle d’Agrigento, Liguori Editore, Napoli 2010, pp. 9-12

[2] Nietzsche distingue due aspetti che caratterizzano sia la vita reale, sia la tragedia: questi sono l’apollineo e il dionisiaco. L’apollineo è “ordine e armonia delle forme” e consiste nell’aspetto più esteriore e plastico della vita. Il dionisiaco è “ebbrezza ed esaltazione entusiastica priva di forma” e consiste nell’aspetto più magmatico e profondo della vita. Per approfondire si veda: “Apollineo / Dionisiaco”, Dizionario di filosofia (2009), Treccani.it (http://www.treccani.it/enciclopedia/apollineo-dionisiaco_%28Dizionario-di-filosofia%29/).

[3] Per approfondire i temi della logica polare, del suo ruolo nella riflessione nietzschiana e nella riflessione di Empedocle, si consiglia di visualizzare la conferenza “Amore e odio: Empedocle e Freud” tenuta da Federica Montevecchi nel contesto del ciclo Pensare la vita organizzato dall’associazione “La ginestra”: la lezione (http://youtu.be/S1yA-jF1bi4) e i testi analizzati (https://pensarelavita.files.wordpress.com/2013/02/fedrica-montevecchi-amore-e-odio-empedocle-e-freud.pdf) sono reperibili online.

[4] Anassimandro, fr. 1 Diels.

[5] Casertano G., I pre-socratici, Carocci editore, Roma 2009, p. 101.

[6] Ibidem, p. 103.

[7] Ibidem, p. 88.

[8] Ibidem, p. 102.

[9] Montevecchi F., Empedocle d’Agrigento, cit., p. 113.

[10] Ibidem, p. 115.

[11] Ibidem, p. 117: “Questi infatti sono tutti uguali e coevi per nascita, / ma prerogativa diversa ognuno possiede, secondo l’indole di ciascuno, / a turno dominano nel volgere del tempo” (17DK).

[12] Ibidem, p. 159: “Ma con Philia conveniamo in un solo cosmo, / mentre con Neikos al contrario esso si divide da essere molti da uno, / e da questi tutte le cose […] / provengono…” (Papiro di Strasburgo, a(i)).

[13] Ibidem, pp. 131-133: “Molti esseri di doppia faccia e con due petti venivano fuori, / stirpi bovine con volti umani, e viceversa uscivan fuori / forme umane con teste bovine, miste tanto di maschi / tanto di forme femminili, dotate di pelosa membra” (61DK).

[14] Si considerino come esempi Gomperz, autore della monumentale Storia della filosofia, e, per suo tramite, Freud che elogia le intuizioni di Empedocle in Analisi terminabile e interminabile (si veda l’estratto reperibile presso https://pensarelavita.files.wordpress.com/2013/02/fedrica-montevecchi-amore-e-odio-empedocle-e-freud.pdf).

[15] Montevecchi F., Empedocle d’Agrigento, cit., p. 113: “…non c’è nascita di nessuna di tutte le cose / mortali, né alcuna fine di morte funesta, / ma soltanto mescolanza e separazione di materie mischiate / esiste. Nascita si chiama per gli uomini” (8DK).


L’immagine di copertina è tratta dalla litografia Incontro di M.C. Escher (1944).

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