Quando ero al Liceo leggevo Aristofane e non capivo cosa ci fosse di divertente.

All’università ho cominciato, quasi per caso, a occuparmi di commedia greca frammentaria. Ho iniziato con un frammento di III/II sec. a.C., un mondo ben lontano da Aristofane. Ma avendo deciso di continuare con la commedia, su Acarnesi e compagnia ho dovuto tornarci. E sorpresa: Aristofane era diventato divertente. Il motivo mi fu subito chiaro: era divertente perché lo leggevo in greco.

Vi sfido (chi può). Prendete un branetto aristofaneo, e traducetelo pensando di doverlo mettere in scena su un palco: dovete far ridere il pubblico. Difficilmente ci riuscirete. Di sicuro spenderete un bel po’ di tempo, e sacrificherete (indubbio) qualcosa del testo. D’altronde tradurre è sacrificare, chi ha studiato un po’ di latino al liceo lo sa. I sacrifici traduttivi sono operati in base al target della traduzione – cosa ben nota a classicisti e traduttori, ma a tutti evidente. Una facile regola, che però spesso (molto spesso) non è di troppo aiuto, e il risultato si fa comunque desiderare. Se si usano spesso classici con testo a fronte ci si è abituati, sì. Ma se c’è di mezzo il riso, diventa (per me) una questione personale: spiace, duole non poter risolvere l’impasse, e non riuscire a far ridere chi legge la traduzione o assiste alla messinscena.

In questo articoletto vorrei illustrarvi le difficoltà traduttive di un brano su cui sto lavorando. È un passaggio, per me e per chi comprende il greco, esilarante. Si tratta dell’unico frammento conservato di Stratone, commediografo greco probabilmente attivo a cavallo del IV e del III sec. a.C. (Strato Com. fr. 1 K.-A.)[1]. Il frammento restituisce una tipica scena della commedia di mezzo, con focus su un cuoco, che un vecchio ha assunto per affidargli la preparazione di un banchetto. Ma questo cuoco usa parole desuete (per la maggior parte termini omerici) che il suo interlocutore non comprende, e il dialogo si risolve in un susseguirsi di incomprensioni che mettono a dura prova la pazienza del padrone di casa. Interessante – vedrete – è che il cuoco non appare sulla scena: è chi l’ha assoldato che parla per tutto il tempo, riportando per intero il dialogo avuto con l’eccentrico chef (con gran mimica e cambiamenti d’impostazione vocale, immaginiamo). Tento di seguito una traduzione. Il target vorrebbe essere uno sketch teatrale.

                                      

Una sfinge, un maschio sfinge!, non un cuoco, mi sono messo in casa. Non capisco niente, Cristo!, proprio niente, quando parla: è venuto con tutto un bagaglio di espressioni strane… Arriva, mi squadra tutto superbo e mi chiede:

“Orsù dimmi, quanti òmini invitasti alla cena?”.

5                            “Eh? Omìni invitati a cena? Boh, perché poi dovrei invitare degli omìni a cena?”.

“Come? Quindi, nessuno verrà al tuo banchetto? Nessun simposiasta, nessun patrizio?”

“Patrizio? Boh…”.

Ho contato gli invitati:

“Verrà Filino, Moschione viene, Nicerato pure…”

10           Eccetera eccetera, ho fatto la lista: nessun Patrizio.

“No, nessun Patrizio” gli faccio.

“Cosa? Nessuno?!”.

E si è offeso perché non avevo invitato questo Patrizio! Cioè strano, veramente, non so…

 “Dunque, sacrifichi uno scuotiterra?”.

15                         “No…”.

“Un bue, dall’ampia fronte?”.

“No che non sacrifico un bue, ti pare? Scemo!”.

“Allora sacrifichi mēla?”.

“Eh? Mele? Io no eh, nessuna di queste due robe qua. Una pecorella sacrifico”.

20                        “Ma”, mi fa, “per mēla non intendo forse le pecore?”.

“Le mele sono pecore? Senti, cuoco, non capisco una parola di quello dici, e non voglio capire,
sono uno rustico io, quindi dai, parla come mangi”.

“Non sai che Omero così parlava?”.

“Certo, lui poteva dire quello che gli comodava, cuoco! Ma cosa ce ne importa a noi, santa pace!”.

25                        “Attento, perché nel suo stile continuerò a parlare”.

“Oddio, questo mi vuole ammazzare omericamente”.

“Così io uso parlare”.

“No, quando mi stai attorno no!”.

“Per quattro dracme”, mi fa, “abbandonare quindi la mia filosofia di vita?! Su, portami gli orzi”.

30                        “E che roba è?”.

“Orzo, in grani”. “Ma sei cretino? Perché questi giri di parole…!”.

Condensa, ce n’è?”. “Condensa?? ‘Fanculo… Vuoi o no parlare potabile?”.

E quell’altro là: “Oh! Esecrando sei, o vecchio…! Porta il sale, la condensa è il sale! Su, mostrami  l’acqua lustrale”.

35                  Ce n’era là pronta. Questo prende, briga, fa, sacrifica, intanto continua, Madonna…! Tutte parole                                     incomprensibili, che nessuno poteva capirle… Brani, moire, duplice pinguedo, lance… Cioè, mi                                                       servivano i libri di Filita per capire quello che diceva! Ho provato, l’ho pregato di mettersi a parlare                                       come un cristiano. Ma neanche se la Convinzione fatta persona gli si piazza davanti lo convince!                                               Mah, secondo me questo qua da giovane è stato servo di uno di quelli che cantano l’Iliade in giro,                       40            per essersi riempito di parole di Omero fino a questo punto, quella piaga!

                                      

Avete riso? Personalmente la resa non mi convince del tutto: alcuni passaggi di certo lasciano perplessi.

Comincio però dalla riga 1. Non sarà sfuggita, in un testo di fine IV a.C., l’interiezione “Cristo!”. Il testo greco recita ma tous theous, lett. “per gli dèi”. La ‘cristianizzazione’ del testo è una mia scelta, per vivacizzare l’esclamazione e con essa l’intera battuta, facendola suonare realistica a un orecchio contemporaneo (chi mai impreca dicendo “per gli dèi” oggi?). Lo stesso vale per “Madonna” alla riga 35, ma tēn Gēn, lett. “per Gea”, la Terra. “Santa pace” alla riga 24 rende pros tēs Hestias, “per Estia!”, la dea del focolare.

I nodi problematici sono però le parole in corsivo: i termini greci utilizzati sono, per la maggior parte, usati solo in Omero e, in qualche caso, nella poesia epica posteriore. Un paio, ovvero scuotiterra, (in greco nel papiro rēxichtona, in Ateneo erysichtona), e condensa (pēgos, attestato solo in composti tardi), non sono neppure omerici.

Òmini alla riga 4 è la mia resa di meropes, termine di etimologia incerta, che significa “mortali, uomini”. In Omero ed Esiodo è usato soltanto in unione con parole che già di per sé indicano gli “uomini” (anthrōpoi. e.g. Il. I 250, Od. XX 49, Hes. Op. 109) o i “mortali” (brotoi, e.g. Il. ΙΙ 285), e presso i tragici ne diventa poi sinonimo (il primo uso sostantivato è in In Aesch. Cho. 1018). Il cuoco sta quindi banalmente chiedendo al padrone quante persone sono invitate a cena. Il padrone non comprende però l’obsoleto termine: è evidente che dà per scontato che designi delle persone, ma crede si tratti di individui ben definiti, anche se non ha idea di chi siano, e ripete quindi tale e quale la parola. Da questo nasce la difficoltà: non c’è in italiano un sinonimo antico e desueto di “uomini” che sia incomprensibile a una persona incolta e scambiabile per un nome proprio, o per un nome di categoria. Se traduciamo “mortali”, la replica del padrone (“io ho chiamato Mortali a cena? No che non li conosco questi Mortali”) sarebbe povera d’effetto: “mortali” non è un termine fraintendibile, al più desterebbe una risposta come “eh? Come parli?”. Ho quindi scelto di rispettare l’epicità di meropes e usare un vocabolo dell’italiano antico, òmini, ma poiché questo probabilmente non è incomprensibile di per sé, ho spostato l’equivoco sul piano fonico.

La seconda difficoltà è patrizio alla riga 6: il testo greco reca daitymōn, altro termine omerico, che significa “banchettante”. Il padrone ha appena negato che ci saranno meropes a cena, e il cuoco ha compreso che a cena non verrà nessuno. Stranito, domanda: “ma quindi non ci sarà nessun banchettante?”. Ma il vecchio scambia il desueto vocabolo per nome proprio di persona, e dunque ripassa i nomi dei suoi invitati per controllare se tra essi ci sia l’inesistente Daitymōn. In italiano ho dunque provato a giocare col termine “patrizio”. Il nome proprio “Patrizio” è però un nome romano, e stona con la sfilza di nomi greci elencati. Dovremmo forse cambiarli tutti e sostituirli con altri nomi romani? O direttamente con nomi moderni, continuando con l’opera di modernizzazione del nostro testo? Si tratta di una questione spesso fondamentale per il traduttore. Consideriamo: al di là dei nomi, il nostro contesto è quello della tipica pratica del sacrificio preliminare al simposio. Pratica ormai desueta, direi. Che fare, eliminare il verbo “sacrificare” e sostituirlo con “macellare”, o “cucinare”? Eliminare dal testo l’“orzo sacrificale”? Chiaramente va fatta una preliminare scelta generale di sceneggiatura: modernizzare e sacrificare il contesto di origine del testo, o restare fedeli ai fondamentali elementi culturali originari. In ogni caso, è fondamentale, a mio dire, che la fedeltà all’originario non sacrifichi la prerogativa primaria del testo e del suo adattamento, ovvero il far ridere.

Il composto scuotiterra alla riga 14 si riferisce al bue. La forma[2] resta oscura, ma l’eco omerica è evidente (si pensi alla formula omerica Ποσειδάων ἐνοσίχθων “Poseidone che scuote la terra”).

Mēla (riga 18) significa “pecore”, “capre”, o generalmente “bestiame di piccola taglia”. È usato solo in Omero, in tragedia e nella lirica corale (e più tardi in Teocrito): un vocabolo stilisticamente alto insomma. Ma oltre al significato letterario, la parola mēla ne ha anche un altro, l’unico corrente in commedia: significa anche “mele”. Ecco dunque la causa del nuovo equivoco! Ma manco di creatività, e per la resa italiana in questo caso non ho nulla da proporvi (“ovini” è un termine troppo comprensibile, e con un latinismo pecudi non ho trovato gioco alcuno…), se non il mantenimento della parola greca che consente la confusione con il nostro “mele”.

Orzi (riga 29) è tentativo di resa di oulochytas, ancora parola omerica che indica l’orzo in grani nel suo utilizzo rituale (veniva versato sulla testa della vittima sacrificale prima dell’abbattimento). Noi, che, per lo più, intendiamo “orzo” come “caffè d’orzo”, restiamo abbastanza indifferenti allo scambio. Keine Ahnung su come rendercelo significativo? Accetto proposte.

Infine, oscuro qui l’uso sostantivato di pēgos (“condensa”, riga 32), termine che si trova quattro volte come aggettivo in Omero, Il. IX 124 e 266, Od. V 388 e XXIII 235, con esegesi oscillante (cf. sch. ad locc.), e compare, ancora come aggettivo, in un altro frammento comico con il significato di “salato”. In mancanza di chiarezza su eventuali richiami, in questo riuso, del senso omerico (dubbio di per sé, si è detto), traduco condensa sulla base dell’etimologia riconosciuta (da pēgnymi, “rendo solido”, cf. Beekes, Etymological dictionary of greek, II, Leiden 2010, s.v. πῆγνυμι ).

Questi alcuni dei problemi posti dal brano (non tutti, ho per esempio trascurato laikasei, forma verbale che ho reso con “‘Fanculo!” alla riga 32 o sulla contestabilità dell’espressione “come un cristiano” alla riga 38). Ma forse avrete notato delle incoerenze: non ho romanizzato/modernizzato i nomi greci, e ho lasciato l’ambientazione originaria, ma non mi sono posta problemi a usare un anacronistico “Cristo!”, “Madonna!” o “cristiano”. Mi sento però la coscienza abbastanza leggera, nella convinzione che interiezioni e espressioni d’uso, risemantizzate, siano ormai senza tempo. Maggiori remore mi sono invece fatta, per esempio, a inserire uno “Spirito Santo” al posto della “Convinzione fatta persona” alla riga 40 (che, infatti, temo, fa perdere di veracità il discorso del padrone).

Quindi: ho scelto il mio target (divertente sketch teatrale), ho deciso di mantenere la sceneggiatura originaria, con ambientazione ateniese (mettiamo) e mantenimento degli elementi inerenti (riferimenti alle pratiche di sacrificio, nomi greci), ma non ho esitato a inserire elementi modernizzanti, a condizione che non fossero in conflitto con le mie prime scelte.

Chi traduce opera una mediazione: trasferisce contenuti, forme e scopi da una lingua all’altra, spesso da un’epoca a un’altra di molto successiva. Difficile per ogni testo, ma la difficoltà ulteriore per questo brano è che è stato scritto per far ridere, quindi anche una sua buona traduzione deve far ridere. Temo, ahimè, di non esserne stata capace. Lo scopo di questo contributo, in realtà, era farvi capire che il traduttore, se è un buon traduttore, è un individuo combattuto, frustrato, e, spesso, ha la coscienza sporca delle scelte fatte, dei tagli operati, dei compromessi trovati. Mezzi in realtà giustificati dai suoi fini: vuole farvi vivere quel testo come lo vive lui quando lo legge in greco. Che ne sia capace, poi, è un’altra storia. Ma non giudicatelo troppo male se non lo è, e sappiate: se è un buon traduttore, sarà il primo a essere consapevole della sua sconfitta.

[modificato il 4 giugno 2016]


[1] Il caso di Stratone è, quanto a trasmissione, un unicum. Il fr. è conservato nei Deipnosofisti di Ateneo di Naucrati (IX 382b-383b), e i primi quattro versi del fr. sono citati una seconda volta dallo stesso Ateneo, attribuiti però al comico Filemone (XIV 659b). Un papiro edito negli anni ’30 (P. Cair. 65445) ci ha inoltre restituito il fr. per esteso (senza attribuzione), con consistenti differenze: vengono saltati interi versi, senza i quali comunque il dialogo fila senza difficoltà (lacune materiali hanno inoltre privato il frammento dell’inizio e di una pericope centrale). Per una maggiore chiarezza si reca qui il testo trasmesso da Ateneo. Per l’apparato critico si rimanda a R. Kassel – C. Austin (edd.), Poetae Comici Graeci VII, Berolini et Novi Eboraci 1989, 617-622.

[2] Ugualmente oscure le due varianti rēxichthon’ (papiro) e erysichthon’ (Ateneo). L’uso dell’attributo da parte del cuoco potrebbe essere indotto da una reminiscenza omerica confusa; potrebbe sennò trattarsi di un conio casuale del cuoco, forse non così dotto come vuole fare credere: omerizzerebbe a orecchio, e ciò farebbe parte dell’effetto comico.


In copertina immagine della redazione.

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2 pensieri riguardo “Quando le “mele” dovrebbero suonare come “pecore”

  1. ciao.

    Interessante davvero!
    Ho cercato anche io più volte di tradurre dei comici, ed è difficilissimo. Si ride nell’originale, si tentenna nella versione tradotta… Ma è lì che risiede l’anima dell’artista che è il traduttore…

    Per la traduzione di “melâ” potrei suggerire “becco” o “castrato” 🙂 sono due termini arcaici per un tipo ben preciso di animale… 🙂

    Buona traduzione e aspetto la versione finita per ridere un po’

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    1. Grazie del commento Davide! E grazie per il suggerimento: con ‘becco’ in effetti potrebbe crearsi facilmente un equivoco. Ci penserò di sicuro!

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