Sfruttiamo diversi strumenti visivi per comunicare, tra i quali la scrittura, il disegno e secondo alcuni anche l’architettura. Quest’ultima indubbiamente ci dà indizi e informazioni sul popolo responsabile di una certa costruzione; il problema è definire se questo sottenda un intento comunicativo, ovvero se l’architettura effettivamente sia un linguaggio. Possiamo rispondere negativamente a questa domanda, nel caso in cui riteniamo che l’architettura si limiti alla sua funzione strutturale. Tuttavia se indaghiamo la nostra realtà quotidiana ci accorgeremo che la collocazione degli elementi non è unicamente funzionale, ma può rispondere ad uno schema estetico. Ci accorgiamo cioè che osservando gli elementi dell’architettura possiamo fare delle deduzioni e ricavare informazioni, le quali tuttavia non risultano mai immediate e univoche. Per risolvere questo dilemma ho provato ad individuare gli elementi che stavano alla base della nascita dell’architettura.

La ricerca delle origini dell’architettura è stata, da Vitruvio in poi, oggetto di grande interesse per studiosi di vari ambiti. Il dibattito sulla collocazione della sua nascita in Grecia, a Roma, in Egitto o con i primi uomini delle caverne si è protratto fino al XVIII secolo, ed è culminato nell’interessante ipotesi di Quatremère de Quincy, esposta nel suo saggio De l’Architecture Egyptienne, redatto nel 1785 e rimasto inedito fino al 1803. Secondo questa teoria sarebbe impossibile decretare il luogo fisico in cui l’architettura avrebbe avuto inizio, poiché essa costituirebbe, al pari del linguaggio, una naturale evoluzione delle facoltà umane. Quatremère sostiene cioè che, essendo l’architettura il risultato delle esigenze e dei piaceri umani, non dobbiamo ricercare come suo inventore una particolare popolazione ma considerarla come “prerogativa dell’umanità in generale”. Fu inoltre Quatremère a definire i monumenti egizi vere e proprie “biblioteche pubbliche”, che attraverso le loro iscrizioni si fanno depositarie di usanze, credenze, gesta e religione e la cui massiccia solidità non ha tanto un ruolo estetico, quanto di resistenza al tempo.

La metafora dell’edificio come libro venne ripresa, non sappiamo se per influenza diretta, da Victor Hugo in Notre Dame de Paris, pubblicato per la prima volta nel 1831 e nella cui seconda edizione del 1832 fu incluso un capitolo introduttivo intitolato Questo ucciderà quello. Qui Hugo definisce l’architettura come la principale forma di linguaggio dell’uomo ai suoi diversi stadi di sviluppo, il libro granitico dell’umanità che dall’antichità greca, romana e orientale ha costituito la forma di scrittura universale dell’uomo, fino all’invenzione della stampa. Proprio questa innovazione storica viene additata dall’autore come l’evento che avrebbe segnato la decadenza dell’architettura. Per Hugo quest’ultima, a partire dal sedicesimo secolo, mostrerebbe in modo inequivocabile i segni della propria malattia, non esprimendo più la società in modo essenziale, ma facendosi “miserevolmente arte classica” durante il Rinascimento. L’architettura sarebbe quindi qualcosa di primitivo e insito nella natura umana, una creazione collettiva più che opera individuale, volta a incarnare attraverso i secoli idee popolari, pensieri e leggi religiose. Ovvero per Hugo non vi è pensiero importante che l’uomo non abbia tradotto nella pietra e questo per il semplice motivo che ogni pensiero, sia religioso che filosofico ha interesse a perpetuarsi. Tuttavia secondo l’autore, con Johannes Gutenberg l’uomo scopre un mezzo per perpetuare le proprie idee che supera l’architettura per semplicità ed efficacia: la stampa. Scrive Hugo:

 […] alle lettere di pietra di Orfeo subentreranno le lettere di piombo di Gutenberg. Il libro sta per uccidere l’edificio.

Furono numerosi gli studiosi che, supportando la concezione dell’architettura come linguaggio, cercarono di definirne la grammatica, ovvero gli elementi di base che, combinati fra di loro in vari modi, dessero origine al linguaggio architettonico come le parole ad una frase. Sull’onda di questi studi l’architetto francese Jean-Nicolas-Louis Durand, nel Précis de leçons d’Architetture del 1802-1805, ipotizzò che quest’analogia potesse essere sfruttata in ambito didattico, ovvero che l’architettura potesse essere insegnata in modo più rapido ed efficace attraverso un processo di apprendimento simile a quello linguistico. Il metodo di Durand ebbe numerosi discepoli ma ricevette anche critiche: il principale motivo di obiezione fu che se l’apprendimento dell’architettura fosse stato semplice come quello del linguaggio, chiunque avrebbe potuto fare architettura; inoltre non vi è nulla in architettura che ci dica in che modo le singole “parole”, ovvero gli elementi base, debbano essere collegate tra loro per formare “frasi” di senso compiuto.

Alcuni individuarono un ruolo sintattico negli ordini classici, poiché regolati da precisi rapporti dimensionali. Questo concetto venne trattato da John Summerson ne Il linguaggio classico dell’architettura del 1973, nel quale ricorda che gli architetti antichi, una volta scelto un determinato ordine architettonico – tuscanico, dorico, ionico, corinzio o composito – erano costretti a muoversi attraverso un sistema abbastanza preciso di principi, che regolavano i rapporti tra i vari elementi che costituivano l’architettura (per esempio il rapporto tra diametro e altezza della colonna o ancora il rapporto tra quest’ultima e l’intercolunnio, ovvero la distanza fra due colonne). Tuttavia, come riconosce lo stesso autore, ogni artista che nell’antichità si sia ispirato a tali ordini ha, in maniera minore o maggiore, modificato queste regole.

Da quanto osservato possiamo renderci conto che l’architettura non può essere considerata un linguaggio analogo a quello verbale per alcune differenze di fondo. Innanzi tutto per il fatto che, come già visto, non è possibile determinarne univocamente una grammatica e in secondo luogo per la mancanza di regole che permettano di associare ad un elemento architettonico un unico significato. Sicuramente, come affermato da Umberto Eco nei suoi studi di semiotica, se consideriamo questi elementi solo da un punto di vista funzionale, questi ci comunicano chiaramente il loro utilizzo (come accade nel caso di una porta, di una finestra o di una scala), ma questo linguaggio è tanto insito in noi che non ci accorgiamo di leggerlo. A questo proposito Eco, nel suo articolo Proposte per una semiologia dell’architettura del 1967, porta come esempio la possibile reazione di un uomo primitivo che, trovandosi di fronte ad un ascensore, “non sa che determinate forme significano determinate funzioni”. Considerati unicamente in questa prospettiva, però, gli oggetti architettonici apparentemente non comunicano, ma funzionano. Tuttavia ci basta considerare oggetti mancanti di una funzione pratica (come un timpano, o una lesena) per capire quanto sia riduttivo semplificare questo linguaggio a un codice funzionale.

Da quanto affermato possiamo dedurre che l’architettura è linguaggio, nella misura in cui per linguaggio intendiamo un sistema che comunica con un fruitore, il quale prova a formulare un’interpretazione. Per quanto di difficile comprensione, si tratta di un linguaggio di grande importanza e se siamo in grado di “ascoltarlo” ci permette di immergerci nell’ottica della collettività umana dei vari periodi storici.


L’immagine di copertina, una vista del palazzo di Westminster di Londra, è originale della redazione.

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