La ricerca esige metodo. Almeno così s’insegna a chi desidera intraprenderla. Ma quando ci si getta nella pratica – in laboratorio, in biblioteca o altrove – ci si accorge in fretta che tale metodo non può domare le contingenze del singolo caso di studio. Sono queste particolarità, piuttosto, ad indirizzare il ricercatore, che solo grazie al suo bagaglio d’esperienza sul campo, al suo intuito e (siamo onesti) ad una dose di fortuna riesce poi a sfruttare gli strumenti metodologici al meglio. Una lezione importante di tutto ciò l’ho avuta mesi fa, mentre approfondivo le identità di alcuni personaggi raffigurati in un polittico ligneo della Pinacoteca Nazionale di Bologna. Questa piccola caccia mi servì addirittura da monito contro la dipendenza da una certa impostazione tradizionale degli studi sul linguaggio dell’arte cristiana.

Dipinta da un ignoto di scuola bolognese e datata dal punto di vista stilistico tra il 1460 e il 1475, la pala in questione è divisa da archi polilobati e colonnette tortili in ventiquattro scomparti, ciascuno contenente l’immagine di uno o più santi (1). La mia prima sorpresa fu quella di scoprire che ben sei di queste immagini, quattro del registro superiore e due di quello inferiore, dovevano essere identificate diversamente da come affermato nel più recente catalogo della Pinacoteca (2006). La schedatura dell’opera nel catalogo non era delle migliori, sicuramente (e spiacevolmente) per via dello scarso interesse suscitato nella comunità scientifica da opere “minori” come il polittico. Cinque delle sei imprecisioni – tra queste, un San Giovanni Evangelista confuso per una Santa Chiara d’Assisi! – furono facili da correggere col sussidio di un dizionario iconografico, ma l’ultima mi occupò per varie settimane.[1] 

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L’immagine mal identificata era quella peculiarissima del doppio scompartimento di sinistra del registro inferiore (2). Chiamata il Martirio di sant’Eustachio e i compagni, la scena non poteva essere tale, dal momento che il protomartire romano del secondo secolo perisce in un modo non assimilabile al supplizio del dipinto. Se nelle agiografie di Eustachio, infatti, il santo viene arso in un bue di bronzo con la moglie e i due figli, nel polittico un uomo aureolato e seminudo viene trafitto da rigogliosi rovi con tre compagni pressoché identici a lui. Un ulteriore elemento, la posizione della scena, confermava l’errore nell’identificarla con la morte d’Eustachio. L’immagine farebbe così da pendant a quella della Visione di sant’Eustachio nel doppio scomparto destro dello stesso registro (3), ma sarebbe inconsueto posizionare l’episodio del martirio del santo a sinistra di quello della sua conversione al cristianesimo. Tale ordine ignorerebbe una fondamentale convenzione dell’arte narrativa occidentale, sovvertendo la cronologia del racconto eustachiano.

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Il mistero del falso Martirio di sant’Eustachio s’infittì quando mi accorsi che l’immagine nella pala viene chiamata episodio della vita d’Eustachio persino nella principale enciclopedia iconografica dei santi nell’arte medievale italiana, la raccolta di George Kaftal (1978). La scena dipinta viene lì citata come unico esempio sopravvivente di un modo di raffigurare la tortura d’Eustachio e dei suoi compagni, crudeltà peraltro mai narrata nelle agiografie. Tale sopravvivenza è improbabile, specialmente se si considera quanto sia difficile assimilare i compagni dell’uomo aureolato nell’immagine alla moglie e ai figli del santo. Benché riconosca l’impossibilità, quindi, d’identificare la scena col supplizio d’Eustachio, l’enciclopedia sembra cadere nello stesso imperfetto ragionamento per cui la figura aureolata viene identificata col santo nel catalogo.

L’evidente imbarazzo dell’enciclopedia verso l’immagine creò in me il sospetto che l’iconografia in questione non fosse italiana, dubbio che riuscii a sciogliere solo dopo una lunga ed alquanto disperata ricerca di raffronti visivi adeguati. L’iconografia corrisponde, infatti, ad una versione nordeuropea del Martirio di san Maurizio e la legione tebana, scena che nella tradizione italiana settentrionale viene rappresentata come una decapitazione piuttosto che un impalamento nel roveto. L’esempio più pertinente del modo nordico di raffigurare la morte del protomartire tebano del terzo secolo sembra essere l’immagine sul verso dell’anta sinistra della pala di Burg Weiler (4). Opera di un maestro ignoto di scuola renana, il polittico fu dipinto attorno al 1470 per una cappella castellana presso Heilbronn, nell’odierna Germania sudoccidentale, ed infine acquistato dal Metropolitan Museum di New York. Fu il ricordo casuale di una visita di anni fa a questo museo che mi mise sulla via della pala tedesca. Il polittico bolognese e quello nordico, dunque, sarebbero all’incirca contemporanei. L’interesse dell’inconsueta versione del Martirio di san Maurizio risiede nella sua mancanza di chiara legittimazione testuale, dal momento che tra le forme di supplizio dei legionari nominate dalle diverse agiografie di Maurizio figura la decapitazione, ma non l’impalamento.

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Tali agiografie giustificherebbero un altro importante dettaglio sia della scena bolognese che di quella tedesca, cioè il numero dei compagni di Maurizio. Oltre al santo, tre legionari vengono identificati per nome nei racconti: Candido, Esuperio e Vittore. Seppure non dotate di aureole e non distinte in modo da assumere identità specifiche, le tre figure che affiancano quella aureolata nell’immagine italiana potrebbero alludere a questi martiri, come potrebbero alludervi le tre figure aureolate e seminude nell’immagine nordica. La possibile assenza di Maurizio stesso dalla scena nella pala di Burg Weiler si giustificherebbe con la presenza del santo trionfante sul recto dell’anta destra del polittico. Può essere, comunque, che i tre compagni alludano meramente ad una moltitudine di legionari sia nell’immagine bolognese che in quella tedesca.

Conclusi che buona parte del registro inferiore del polittico in Pinacoteca potrebbe riflettere una cultura iconografica nordica. Basti notare che Maurizio ed Eustachio, i protagonisti dei doppi scomparti laterali, sono entrambi santi militari sui quali si concentrava il culto medievale d’oltralpe. Maurizio, morto nell’antica Gallia secondo le sue agiografie, fu addirittura patrono del Sacro Romano Impero dalla fondazione di quest’ultimo nel decimo secolo. Nel nord Europa medievale, poi, l’iconografia di Maurizio venne spesso considerata complementare a quella di Orsola, protagonista, nel registro inferiore della pala bolognese, del triplo scomparto centrale. Secondo le sue agiografie, pure questa protomartire britannica morì in Gallia con una moltitudine di seguaci.[2]

I motivi dei legami nordici della pala sarebbero da indagare a partire dal suo contesto originario, un argomento spinoso (perdonatemi l’allusione mauriziana). Sebbene il polittico sia giunto in Pinacoteca dopo essere stato confiscato dal monastero bolognese dei Santi Nàbore e Felice durante le soppressioni napoleoniche, la comunità di francescane che sembra averlo commissionato non s’insediò nel monastero fino al 1512, decenni dopo la produzione dell’opera. E sebbene si possa allora desumere che la pala fu tra i beni che le monache trasferirono a San Felice dalla loro sede precedente, il non lontano monastero di San Francesco dell’Ordine di Santa Chiara, fu proprio la distruzione di quest’ultimo a motivare il cambio di sede, rendendo ora difficilissimo il reperimento d’informazioni specifiche sulla committenza.

Studiando il polittico della Pinacoteca, mi meravigliai della tortuosa strada che l’identificazione del Martirio di san Maurizio mi costrinse a percorrere, come del soffio d’ispirazione che mi condusse al raffronto della pala di Burg Weiler. Rimasi colpita, inoltre, dall’insegnamento metodologico che questa limitata esperienza di ricerca riuscì di per sé a darmi – o meglio, a riportarmi alla mente. Una raffigurazione come quella di san Maurizio nel roveto ci ricorda che, pur nascendo in gran parte dall’esigenza d’illustrare i testi della storia sacra, le immagini cristiane hanno, come tutta l’arte, un linguaggio proprio. È vero che una tradizione scritta non pervenutaci potrebbe aver autorizzato quella visiva manifesta nel dipinto mauriziano del polittico, ma non è meno probabile che l’immagine sia un’invenzione artistica, propagatasi grazie alla sua forza espressiva. Il verbale e il visivo sono dunque testimonianze di pari dignità, e il loro peso relativo va calibrato in base alla natura d’ogni inchiesta. Punto utile, questo, da sollevare contro un modus operandi ben insediato tra gli storici dell’arte cristiana, ossia quello di privilegiare i testi e di non considerare sufficientemente altre immagini nel compito, talvolta arduo, della decifrazione iconografica.


[1] Oltre al San Giovanni Evangelista (registro superiore, sesto scomparto dalla destra), le raffigurazioni del polittico “ribattezzate” comprendono un San Ludovico da Tolosa (superiore, terzo dalla sinistra), un Papa Urbano I (superiore, terzo dalla destra), una Santa Chiara d’Assisi (superiore, secondo dalla destra) e una Santa Cecilia (inferiore, quarto dalla destra).

[2] L’agiografia più nota di Orsola, come d’Eustachio e di Maurizio, è quella della Leggenda Aurea, testo che fu pubblicato originalmente da Jacopo da Varagine nel 1260 e che per ogni santo trattato offre una sintesi delle notizie esistenti.


L’immagine di copertina, uno scorcio della via bolognese in cui si trova l’ex-monastero dei Santi Nàbore e Felice, è originale della redazione.

 

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