Per comprendere il contesto culturale in cui si inseriscono le considerazioni dell’antropologo Brent Berlin e del linguista Paul Kay, noti per i loro lavoro negli anni ’60 e ’70 sul colore, bisogna innanzitutto avere ben chiara l’esistenza all’epoca di due filoni di pensiero principali sull’influenzarsi di cultura e forma mentis. Il primo viene definito universalista e i suoi esponenti sostengono che il pensiero umano abbia caratteristiche innate e costanti in tutta l’umanità e quindi la lingua deve riflettere questa uniformità; mentre il secondo, denominato relativista, pone l’accento sull’influenza che il contesto culturale ha nel modo in cui la mente organizza e concettualizza la realtà che la circonda.
 Affinché si possano progettare e compiere studi su questi argomenti complessi, è necessario trovare un ambito semantico astratto, ma con una forte connessione col mondo fisico, i cui concetti siano comunicabili in modo non verbale e presentino una variabilità sufficiente per poter osservare eventuali cambiamenti da un idioma a un altro.

La varietà di termini che ogni lingua possiede per descrivere i colori dell’ambiente esterno è quindi l’ambito perfetto per questo tipo di lavoro.
 Secondo la visione universalista ogni etnia avrebbe dovuto suddividere lo spettro cromatico allo stesso modo e, quindi, i termini indicanti i colori nelle varie lingue avrebbero dovuto essere equivalenti, mentre secondo la posizione relativista ogni etnia avrebbe dovuto individuare colori principali diversi. 
Due sono i lavori considerati precursori di quello dei due studiosi americani. Il primo è composto dalle considerazioni di William Gladstone, classicista inglese dell’Ottocento, il quale aveva notato che nelle opere di Omero e, più in generale, nella lingua greca dell’epoca, i termini astratti per indicare i colori erano meno di quelli presenti nelle epoche successive e che le descrizioni cromatiche si concentravano di più sulla luminosità dell’oggetto descritto piuttosto che sul tipo di tonalità.

Queste osservazioni portarono gli intellettuali ottocenteschi a chiedersi se ciò fosse dovuto solo a un fattore culturale o se gli antichi greci fossero fisiologicamente meno abili nel distinguere le sfumature. Si arrivò fino a teorizzare una sorta di sviluppo dell’organo della vista nel corso della storia dell’umanità, secondo un’interpretazione molto in voga allora, ma superficiale ed errata dell’opera celeberrima di Charles Darwin. Si distingueva, infatti, tra popoli più o meno evoluti, affidando a questo termine un giudizio di valore inesistente nell’Origine delle Specie e inserendo il processo di selezione naturale in una dimensione temporale di vari ordini di grandezza più breve di quella considerata dal naturalista inglese. 
Alla fine del secolo fu un oftamologo tedesco, Hugo Magnus, a compiere uno studio scientifico e accurato su questo argomento. Egli inviò una serie di questionari a missionari e viaggiatori operanti in varie parti del mondo, allegando alcuni campioni colorati. Egli dimostro con i dati raccolti che la capacità di vedere i colori era perfettamente sviluppata anche nei popoli che avevano un lessico cromatico estremamente limitato, e notò che generalmente i colori della parte dello spettro a più bassa frequenza, in particolare rosso e giallo, erano più frequentemente distinti tra loro che quelli a più alta frequenza, soprattutto per quel che riguardava il verde e il blu.

L’esperimento che rivoluzionò questo campo e che ancora oggi è la base con cui si confrontano tutti gli studi sull’antropologia linguistica del colore fu quello che svolsero Berlin e Kay nel 1969. Essi partivano da una posizione universalista, ma appartenevano a un’epoca che aveva già accantonato le pretese darwiniane e fisiologiche. Questi due scienziati chiesero a alcuni volontari di venti madrelingue diverse di individuare, da una selezione di 329 stimoli colore standardizzati, la sfumatura centrale di ogni colore basico (detto punto focale) e i suoi confini, ampliando i dati con fonti indirette. Osservarono che ogni lingua possedeva almeno due termini, di cui uno indicava la luce e uno il buio (i nostri bianco e nero); se ne aveva tre vi aggiungeva il rosso; il quarto e il quinto erano il verde e il giallo, in ordine casuale; il sesto era il blu, il settimo il marrone e a seguire, in ordine sparso, i restanti viola, rosa, arancione e grigio. Questo esperimento sembrava quindi aver individuato undici categorie di colore universalmente condivise, i cui punti focali individuati dagli intervistati variavano in modo non significativo, e uno sviluppo comune nel tempo dei linguaggi relativi.

Le critiche a questo studio si concentrarono sulla scarsità delle fonti e del numero degli intervistati, sul fatto che perlopiù fossero bilingui residenti in America (e quindi tutti a stretto contatto con la lingua inglese) e sulla difficoltà nel definire basico un colore. Per venir così definito doveva non essere incluso in altri, non avere una corrispondenza diretta con oggetti concreti e non essere un nome derivato. Ad esempio, secondo questi criteri, rosso è un termine basico, mentre bordeaux, rosso mattone e rossiccio non lo sono. Infine, venne criticata la mentalità troppo chiusa e occidentale con cui si sarebbe svolto lo studio. Richieste come quella di individuare un solo punto focale, ad esempio, avrebbero portato alla ricerca di termini assimilabili a quelli inglesi.

Alle critiche sulla qualità dei dati pose rimedio il World Color Survey, una sondaggio relativo a 110 lingue non scritte di paesi non industrializzati, parlate localmente. Per ciascun idioma venne intervistata una media di 24 persone. Questo enorme lavoro durò dal 1976 al 1980 e venne realizzato da Richard Cook e Terry Regier, oltre che dallo stesso Kay. Dal 2000 questi dati sono disponibili online, comprese le istruzioni fornite ai volontari, e ne sono state date alcune interpretazioni alternative di cui io non parlerò in questa sede, ma che possono essere d’ispirazione per i miei lettori.

A seguito di questo lavoro Kay, in collaborazione con altri e soprattutto con Chad K. McDaniel, apportò alcune revisioni alla sua precedente teoria. Le differenze con la vecchia furono soprattutto di tipo concettuale e riguardarono il metodo stesso di definizione di un colore basico. Infatti, si passò a un modello nel quale lo spettro era diviso in aree che potevano avere più punti focali. In particolare, venne riconosciuto il fatto che una lingua a cinque termini non distingueva tra giallo e verde, bensì tra il giallo e un colore che comprendeva sia il blu che il verde, chiamato “grue” nello studio, e che la prima divisione non fosse tra il bianco e il nero, ma tra due termini che dividevano tra colori chiari e caldi e colori scuri e freddi. In questo modo si individuarono sei colori detti primari (dalla terminologia di Ewald Hering, fisiologo tedesco dell’Ottocento): bianco, nero, rosso, giallo, verde e blu. Nel suo sviluppo una lingua avrebbe prima separato alcune porzioni dello spettro dalle due macroaree luce/caldo e buio/freddo fino a distinguere tutti e sei i primari; poi avrebbe indicato i colori formati dal loro mescolarsi, dove ad esempio il viola sarebbe il rosso misto al blu, il rosa sarebbe il rosso misto al bianco e così via. Infine venne ammessa la possibilità che una lingua potesse sviluppare anche più di undici termini basici.

In conclusione, vorrei lasciare due spunti ai lettori: innanzitutto lo stupore che mi ha colto la prima volta che ho letto dell’esperimento di Berlin e Kay e che mi auguro di avervi trasmesso; in secondo luogo, la possibilità, colta da Kay, di evadere dalla mentalità della nostra cultura di appartenenza grazie alla curiosità instancabile dello scienziato. Come letture d’approfondimento consiglio L’universo come opera d’arte: la fonte cosmica della creatività umana di John D. Barrow (Rizzoli, 1997) e Colori e lessico: studi sulla struttura semantica degli aggettivi di colore di Maria Grossman (Gunter Narr, 1988).


L’immagine di copertina è tratta dalla serie fotografica Holi, the Festival of Colors di Poras Chaudhary (2009).

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