“Che caldo fa in questo periodo, non se ne può più!”

“Eh, già! Ma vedrai che peggio di così non può essere, scommetto che la temperatura si abbasserà!”

Essendo il periodo in cui scrivo agosto, questa è una delle conversazioni più tipiche che si possa ascoltare in giro per la mia città, Bologna. Poiché sono uno studente di finanza, noto più di altri la parte sulla scommessa: molti sostengono che la finanza non sia altro che questo. Ovviamente è un’esagerazione e non si può prenderla alla lettera anche per il caso della temperatura atmosferica…Oppure sì?

Beh, a dire il vero sì. Nel 1997 per la prima volta sono apparsi derivati finanziari chiamati weather derivatives i quali in pratica sono una scommessa sul tempo. Questo genere di prodotto ha avuto un discreto successo e da allora viene scambiato sul mercato regolamentato CME con volumi di alcuni miliardi di dollari. Curioso!

Analizziamo brevemente come funzionano questi prodotti: i più comuni sono detti HDD (heating degree day) e CDD (cooling degree day) ed hanno durata mensile. Il valore di un HDD è calcolato come la somma del valore assunto, giorno per giorno, dalla differenza tra 18° e la temperatura media del giorno x; al contrario, il valore di un CDD è la differenza tra la temperatura del giorno x e 18°.in entrambi i casi il valore è posto uguale a 0 nel caso la differenza sia negativa. Consideriamo per esempio un HDD in un mese in cui la temperatura media giornaliera dei primi 3 giorni sia 16°, 15°, 17° mentre per tutti gli altri giorni sia 19°. Il valore del contratto HDD sarà pari a 2+3+1+0+0+0+0…+0=6: l’HDD dell’esempio pagherebbe quindi a scadenza 6$. In pratica nel caso in cui faccia freddo un HDD “paga” mentre nel caso in cui faccia caldo è al contrario il CDD a “pagare”. Per scommettere su un rialzo della temperatura niente è più facile che comprare un CDD: benvenuti nel magico mondo della finanza!

L’esempio sopra riportato spiega molto bene quello che viene generalmente inteso quando si dice che la finanza è una grossa scommessa. Una banca non ha assolutamente niente a che fare con la temperatura atmosferica però potrebbe benissimo assumere un piccolo esercito di meteorologi e mettersi ad operare sul mercato dei weather derivatives con fini meramente speculativi. Il gioco ovviamente è a somma zero perché per ogni operatore che viene pagato un altro deve pagarlo con l’apparente effetto di sprecare forze ed energie preziose in una scommessa che non crea valore economico “reale”. La contrapposizione tra economia di carta o “finanziaria” e l’attività economica concreta cosiddetta “reale” è più che mai evidente.

Allora perché non fermare questo gioco perverso vietando i weather derivatives? Intanto perché sennò perderei il lavoro, ed inoltre anche per alcuni altri motivi minori. Consideriamo il caso di un’impresa che lavori nel campo dell’energia. I consumi di energia nella stagione invernale aumentano quando le temperature sono basse perché aumentano le esigenze di riscaldamento. Nel caso di un inverno caldo la nostra impresa energetica potrebbe avere notevoli difficoltà finanziarie. Per proteggersi da questo rischio l’impresa potrebbe comprare CDD che compenserebbero le perdite negli inverni caldi (in questo caso il CDD “paga”) a costo di diminuire gli extra profitti negli inverni freddi (il CDD ha un costo, in genere non si regala!). Il perfido CDD sarebbe in questo caso utilizzato al servizio dell’economia “reale” con funzione esattamente contraria a quella precedentemente descritta: mentre prima veniva assunto un rischio tramite una scommessa, in questo caso la funzione del derivato finanziario è cosiddetta di copertura, ovvero di diminuire i rischi.

Ed ecco svelata la stupefacente natura ambivalente dei derivati finanziari! Se da un lato possono essere maligne scommesse destabilizzanti la finanza globale, dall’altro possono essere un contributo estremamente prezioso per l’economia reale. Faccio un esempio ancora più semplice: l’azione di comprare a termine è essa stessa un derivato chiamato futures. Comprare a termine – diciamo fra un anno – una tonnellata di grano a 100$ può essere usato sia dalla Barilla per fissare in anticipo il prezzo di questa materia prima (coprendosi dal rischio che il prezzo vada, per esempio, a 200$) che da un fondo speculativo che spera che il prezzo del grano si alzi. Se da un lato è assolutamente impensabile vietare le operazioni di acquisto a termine, dall’altro anche solo con questa minima permissione è possibile effettuare scommesse stratosferiche. Da un certo punto di vista la finanza in derivati è l’equivalente della scoperta dell’energia atomica. Boom!

Ma in che senso i derivati possono essere un problema per la stabilità finanziaria globale? Se chi ci perde è solo chi scommette, perché dovremmo preoccuparci anche noi brava gente? I problemi sono due. In primo luogo i tipici operatori in derivati sono le banche senza le quali i mercati dei derivati non potrebbero funzionare: far funzionare un mercato finanziario non è cosa banale e sono necessari operatori finanziari specializzati e con grandi masse di denaro, cioè delle banche. D’altra parte le banche sono soggetti molto particolari: da un lato svolgono una funzione di pubblica utilità in quanto erogano il credito (il quale ha enormi impatti sull’economia reale: uno degli effetti più gravi della crisi economica è stato il cosiddetto credit crunch) e dall’altro non operano con i propri soldi ma con quelli che raccolgono attraverso i depositi, cioè i nostri soldi.

Il secondo problema è che le operazioni in derivati possono avere effetti notevoli sul prezzo del loro sottostante. Riporto di seguito un esempio un po’ particolare e complicato ma che mi piace molto e che ho scoperto grazie al mio mitico compagno di stanza (ciao, Tom!). L’esempio mostra come la speculazione finanziaria in derivati possa avere effetti molto rilevanti sul prezzo “vero” di sottostanti necessari all’economia “reale” con possibili effetti molto negativi.

Un’opzione finanziaria di tipo call è un contratto molto simile a quello CDD. Un’opzione call prevede due controparti, una scrive la call e l’altra la compra. Chi scrive l’opzione si impegna a dare la possibilità a chi la compra di acquistare il sottostante in data futura ad un prezzo che viene stabilito oggi (detto prezzo strike) in cambio di una quantità di denaro cosiddetta ‘premio’ che viene pagata oggi dal compratore a chi scrive l’opzione. Consideriamo il caso in cui il sottostante sia un chilo di rame, il prezzo oggi di un chilo di rame sia 100$, il prezzo strike sia di 200$, il premio sia 10$ e la scadenza sia a 3 mesi. Pagando oggi 10$ potrei cioè ottenere la possibilità di acquistare un kilo di rame fra 3 mesi al prezzo di 200$: ovviamente ciò sarà conveniente solamente se il prezzo del rame fra tre mesi salirà sopra 200$, altrimenti tanto varrebbe comprarlo sul mercato al normale prezzo futuro; niente tuttavia vieta di esercitare l’opzione “in perdita”.

Nell’esempio reale che ora riporto, vari anni fa un’azienda molto grande che operava in rame e che controllava buona parte del rame in circolazione si mise a comprare opzioni simili a quella sopra descritta. Essendo il prezzo strike molto alto (nell’esempio il doppio di quello a pronti) e la scadenza vicina (solo tre mesi), tutti gli operatori finanziari pensarono all’unisono: ma chi è lo sprovveduto che compra queste opzioni? Pensa un po’, ma non succederà mai che il rame raddoppi di prezzo in tre mesi, facciamo che gli scrivo questa opzione così praticamente incamero gratis il premio, tanto non verrà mai esercitata.

E così l’azienda si mise pazientemente a rastrellare opzioni call, sempre più opzioni call, ed intanto il tempo passava e la scadenza si avvicinava. L’opzione era a consegna fisica quindi alla scadenza bisognava consegnare fisicamente il rame all’azienda qualora lo avesse richiesto. Gli operatori finanziari più prudenti iniziarono a coprirsi e a comprare il rame, che non si sa mai magari sono matti ed esercitano in perdita, e fu proprio in quel momento che venne fuori la magagna. Il rame ce lo aveva tutto l’azienda e lo vendeva solo a 300$. Ah! Fu un bagno di sangue, il prezzo del rame schizzò proprio nelle due settimane prima della scadenza dell’opzione per poi afflosciarsi rapidissimamente subito dopo. Vissuto da fuori fu spettacolare! Vissuto dal punto di vista di chi aveva scritto quelle opzioni molto meno, e ancora di meno per aziende che avessero avuto necessità “reali” di approvvigionarsi di rame in quel periodo perché per quelle due settimane il rame costava 300$. Meglio ridere che piangere, ma ci sarebbe decisamente anche di che piangere.

Quindi i derivati sono buoni o cattivi? La risposta è un po’ e un po’. Il dilemma della regolamentazione è trovare un criterio per distinguere quali siano i buoni e quali i cattivi. A seguito della crisi la regolamentazione finanziaria si è mossa molto e sono state prodotte molte norme. D’altra parte il report BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) riguardo la quantità di derivati in circolazione mostra come il loro valore nominale totale sia pari a più di 600.000 miliardi di $ mentre incrociando dati sul PIL (prodotto interno lordo) reale mondiale e sul tasso di inflazione si ha che il PIL mondiale vale oggi circa 141.000 miliardi di $. Il fatto che l’ammontare totale di derivati sia pari a più di 4 volte il PIL mondiale suggerisce che non siano proprio tutti a servizio dell’economia “reale” con relativi fini di copertura. Ciò suggerisce che c’è ancora molto da fare, e che scommettere tra amici che la temperatura scenderà ha effetti sulla stabilità finanziaria globale!


In copertina, un broker finanziario che tratta in weather derivatives. L’immagine sarebbe tratta dalla pubblicità per un single dell’album One of the Boys di Katy Perry (2008), ma questi sono dettagli.

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