D’estate mi capita spesso, girando in città, lontano dal relativo refrigerio delle spiagge, di sentire un vecchietto che, tamponando con un fazzoletto il sudore sulla fronte, si lamenta: “Che caldo! Neanche all’inferno!” E ancora, entro in un negozio con la sempre benedetta aria condizionata, ed un cliente: “Qui ci si salva da questo caldo infernale!” Se da un lato do ragione ai poveri accaldati, dall’altro mi chiedo: ma perché il caldo deve essere infernale? Da dove viene l’idea che l’inferno debba essere un luogo torrido, tormentoso? Da bravo siciliano, abituato alla grande calura estiva, potrei temere di più un inferno freddo, coperto di ghiaccio, con la neve che cade senza sosta sulle teste dei dannati. Un inferno come quello descritto da Dante Alighieri negli ultimi canti della Divina Commedia, il Cocito ghiacciato, che si trova, però, dopo un grandissimo sabbione rovente nel quale piove dal cielo (remember Sodoma?) una tempesta di fiamme. Caldo e freddo. Del resto, Caronte “dagli occhi di bragia” dice già al canto III dell’Inferno che il suo traghetto accompagnerà il Sommo Poeta “ne le tenebre eterne, in caldo e in gelo”. Dante avrà pur preso la duplice idea dell’inferno da qualche parte. E allora: quale inferno? Quali sono le influenze pagane sull’idea cristiana di questo regno tanto temibile? E, soprattutto, quali sono i passi, vetero- e neotestamentari, che ci parlano dell’inferno e della sua temperatura?

Iniziamo, appunto, dalla tradizione pagana, tanto influente su quella cristiana. Tralasciando le testimonianze della cultura egizia, che hanno dei punti di straordinario interesse riguardo all’idea di oltretomba [1], partiamo da un must per gli studi classici: Omero. È nell’Odissea, per la precisione nel libro XI, che per la prima volta viene descritta la condizione delle anime nell’aldilà. Odisseo, dopo anni di estenuante viaggio, apprende che solamente l’indovino Tiresia potrà svelargli il suo futuro e tutte le peripezie che dovrà ancora affrontare. Il problema è che Tiresia è morto; pertanto Odisseo, seguendo le istruzioni della maga Circe, decide di affrontare la catabasi, la discesa agli inferi, e d’incontrare l’anima del vecchio indovino. Arrivato presso la “porta dell’inferno” (una località indicata nei pressi del Vesuvio), Odisseo sacrifica un montone, e improvvisamente… gli si palesano davanti le lugubri ombre dei morti:

Allora vennero fuori dall’Erebo gli spiriti dei morti; novelle spose e fanciulli, i vecchi, che tanto avevano sofferto, ingenue giovani con dolore recente nel cuore, e molti uomini, colpiti dalle lance, caduti in battaglia, con le armi sporche di sangue.

I versi rendono perfettamente l’idea dell’ammassarsi confusionario di anime che camminano lentamente verso l’eroe cercando il sangue della vittima sacrificata. I morti appaiono come scure ombre, dai tratti poco definiti e dallo sguardo triste e malinconico. Dopo aver parlato con l’indovino che gli rivela “l’odissea” che dovrà affrontare ed aver incontrato altre anime un tempo grandiose, ora tristi e silenziose, Odisseo si imbatte nell’anima del più celebre eroe delle fila achee: il semi-dio Achille. L’itacese onora immediatamente l’eroe caduto nella presa di Troia, esaltandone soprattutto la morte sul campo di battaglia, cosa che, nella mentalità arcaica, era la più onorevole per un guerriero:

Prima infatti, da vivo, ti rendevamo onori di dei, noi Argivi, ed ora che dimori qui hai grande potere tra i morti: Achille, non ti rattristi la morte!

Ma la risposta di Achille stupisce il compagno:

Non abbellire per me la morte, famoso Odisseo! Preferirei servire da bracciante un altro uomo, senza podere, non troppo ricco, piuttosto che dominare su tutti i defunti!

Ciò che Achille dice è importante per due motivi: da un lato dimostra, rispetto all’Iliade, un’evoluzione della mentalità arcaica nei confronti della morte, anche l’onorevole morte in battaglia verso la quale Achille era orgogliosamente andato incontro partendo per Ilio; dall’altro, testimonia quale fosse l’idea greca di inferno. Nella mentalità greca arcaica gli inferni non sono un luogo di punizione o di beatitudine, bensì un luogo altro, quasi parallelo, nel quale le anime dovranno inevitabilmente passare l’eternità dopo il trapasso. L’assenza di pene fisiche non rende, però, gli inferi un luogo gioioso: sembra quasi che solo il ricordo di sé che le anime lasciano su questo mondo possa dar loro conforto negli inferi.

Nella cultura greca, in realtà, esistono anche due luoghi destinati rispettivamente ai beati e ai dannati. Il primo è l’Eliseo, una sorta di giardino beato nel quale le anime dei giusti, dei sapienti e degli eroi possono passare “felici” la loro vita eterna; il secondo è il Tartaro, le profondità degli inferi, nel quale, invece, i dannati sono costretti a subire terribili punizioni fisiche avvolti nell’oscurità. Le influenze sull’inferno cristiano come grande forno dei tormenti sono evidenti.

Autore greco del secondo secolo d.C. che descrive questo luogo infernale – anche se, nella sua incredibile vena creativa, gli dà il nome di “Isola degli ingiusti” – è Luciano di Samosata. Nella sua divertentissima “Storia Vera”, Luciano arriva tramite i suoi lunghi viaggi anche nell’oltretomba, dove incontra i beati e poi i dannati. Tra questi spiccano alcuni personaggi, come i tiranni, a cui sono inferte delle pene crudelissime, pari, però, alla loro crudeltà mentre erano in vita. Anche nella cultura pagana esiste dunque un’idea di inferno destinato alla punizione delle anime ingiuste.

Ma andiamo alle testimonianze bibliche. Nell’Antico Testamento, stranamente, non si parla mai di inferi o di oltretomba: è vero che la morte si trova spesso nel testo biblico, ma non viene mai descritto cosa aspetta l’uomo dopo la sua dipartita. L’unico episodio in cui un morto compare dall’aldilà è contenuto nel primo libro di Samuele, al capitolo 28: il famoso episodio della maga di Endor. Saul, re d’Israele, per non aver obbedito agli ordini del Signore, viene abbandonato da questo e subisce numerose sconfitte da parte dei suoi nemici, i Filistei. Il re decide allora empiamente di rivolgersi ad una negromante – in greco engastrimuthos, “che parla dal ventre”[2] – per poter parlare con Samuele, il profeta che in vita lo aveva unto re d’Israele. L’anima del profeta è adirata con il sovrano e profetizza la disfatta di Israele, l’ascesa di Davide e la morte di Saul con queste parole:

Il Signore abbandonerà Israele, consegnandolo nelle mani dei Filistei. Preparati, Saul: domani tu e i tuoi figli sarete con me.

Questo passo ha da sempre suscitato grande interesse e forti critiche. Se l’esegesi rabbinica non appare tanto colpita dall’evocazione di un grande profeta per opera di una maga, quella cristiana è sconvolta per due motivi: da un lato perché Samuele, come detto, viene evocato da una “demonessa”, dall’altro per l’affermazione: “domani tu e i tuoi figli sarete con me”. Samuele, dice per esempio Gregorio di Nissa nella lettera a Teodosio, non può trovarsi negli inferi. Nella mentalità cristiana, infatti, dove buoni e cattivi sono ben divisi, un malvagio come Saul non avrebbe potuto mai stare accanto ad un santo nell’oltretomba.[3]

Questo punto ci permette di passare alla concezione cristiana dell’inferno. Nei vangeli compaiono spesso i due termini biblici. Il primo è Ades (traduzione del termine ebraico Sheol), con il quale si indica in generale l’oltretomba, senza una determinata connotazione. Il secondo è Gehenna (traduzione di Hannom), che è invece la fiamma, il fuoco, la fornace del tormento. Spesso nei suoi discorsi Gesù fa riferimento alla condizione dopo la morte, con la descrizione dei piaceri dei beati e delle tenebre destinate ai malvagi. Riguardo questi ultimi, in particolare, viene detto nel Vangelo di Matteo al capitolo 13:

Il Figlio dell’uomo manderà i Suoi angeli, i quali raccoglieranno dal Suo Regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità, e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti.

Più che il tormento, qui viene messa in evidenza la disperazione degli esclusi dal Regno di Dio: sono ancora assenti tutti quei tremendi e fantasiosi supplizi che caratterizzeranno la visione medievale dell’inferno. Particolare è l’espressione quasi formulare “stridore dei denti”: dovrebbe indicare il battere dei denti per la paura o per il freddo? Alla luce di quanto affermato in Matteo, pensiamo che la prima ipotesi sia la più corretta (quantomeno per non cadere nel paradosso di una fornace fredda!). Ma il passo che ha suscitato da sempre maggior interesse è quello contenuto nel Vangelo di Luca al capitolo 16: la famosa parabola di Lazzaro e del ricco epulone. Lazzaro era un povero che, malato e affamato, viveva alla porta di un ricco, nutrendosi delle briciole della sua mensa. Quando entrambi morirono, Lazzaro venne portato “nel seno di Abramo”, mentre il ricco finì “all’inferno tra i tormenti”:

Allora disse gridando: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura”.

Si può facilmente intuire la risposta di Abramo: “sta’ buono lì”, prosaicamente. È proprio da questo passo che è nata l’idea di un inferno caldo e pieno di tormenti, supportato poi dalle lettere paoline e, naturalmente, dall’Apocalisse (“lo stagno di fuoco, che arde di zolfo”!). Fiamme, caldo e tormenti: è questa la visione dell’inferno che, partendo dai vangeli e passando per i grandi autori, è arrivata fino a noi, entrando nella dimensione proverbiale. Un inferno, però, sempre meno caldo della torrida estate siciliana.


[1] Mi riferisco ai testi trovati nelle tombe dei faraoni e degli alti funzionari dell’Antico Egitto. Qui sono scritte indicazioni su come muoversi nel regno dei morti, dalle terre dei dannati fino ad oltre la linea dell’orizzonte, in una sorta di paradiso verdeggiante. Rimando ad un’entusiasmante descrizione moderna del concetto egizio degli inferi, quella di Toby Wilkinson al capitolo 11 del suo Rise and fall of ancient Egypt (Bloomsbury, 2010).

[2] Manlio Simonetti, nel suo volume La maga di Endor (Nardini, 1989), traduce spesso il termine come maga. Preferisce però tradurre ventriloqua quando riporta l’opinione di Eustazio di Antiochia, il quale cerca di ricostruire l’etimologia del nome.

[3] Malvagio, però, nella concezione cristiana: se gli autori cristiani sono tutti più o meno concordi nel dare di Saul un’opinione negativa, l’esegesi ebraica e testi come le Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio ne sottolineano piuttosto gli aspetti “tragici”.


L’immagine di copertina è tratta da una foto di Tormod Sandtorv (2012) del cratere artificiale detto “porta dell’inferno” presso Darvasa, in Turkmenistan.

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