L’estate mediterranea è scandita dal canto delle cicale: più fa caldo, più il suono si diffonde. Crescendo lontana dal Mare nostrum nonostante le mie radici italiane, ho sempre amato particolarmente quel sottile stridore, inconfondibile serenata delle vacanze coi parenti calabresi. Potete immaginare il mio piacere quando, leggendo i Dialoghi di Platone (428/7-348/7 a.C.) al freddo di un tardo inverno americano – studiavo in un’università del Massachusetts -, ho potuto riflettere in un modo diverso su questa peculiare musica. A metà del Fedro,[1] poco dopo aver concluso un elogio dell’erôs,[2] Socrate racconta al suo interlocutore, il giovane che dà il titolo all’opera, un’eziologia delle cicale, ovvero una spiegazione mitologica delle origini delle creature che i due protagonisti sentono attorno a loro. Malgrado il suo tono leggero, il racconto ha un ruolo cruciale nel Dialogo.

Un paio d’elementi segnala questa importanza. Innanzitutto, la storia appare al punto di transizione tra le due parti principali del testo: quella dedicata ai discorsi di entrambi gli interlocutori sul valore dell’erôs e quella che prende la forma, invece, di uno scambio dialettico tra Socrate e Fedro sul valore della retorica. Le due sezioni sono strettamente complementari. La prima è una dimostrazione delle capacità retoriche dei protagonisti e culmina nella definizione della filosofia come l’oggetto più nobile dell’erôs; la seconda è una messa in pratica di uno strumento fondamentale dell’indagine socratica e tratta del giusto rapporto della retorica a tale ricerca. In altre parole, quello che la prima parte del Fedro rende esplicito sulla filosofia è ciò che la parte successiva esprime implicitamente, e quello che la prima parte esprime implicitamente sulla retorica è ciò che la parte successiva rende esplicito. La posizione evidentemente strategica dell’eziologia basta per suggerire che quest’ultima non sia un semplice interludio, ma uno strumento interpretativo, un passo volto ad illuminare la struttura del Dialogo.

L’altra indicazione dell’importanza del racconto è il suo soggetto, appunto. Il mito delle cicale è la seconda occasione in cui l’ambientazione del Fedro entra nella conversazione tra Socrate e il suo interlocutore. All’inizio dell’opera, Socrate osserva le bellezze del luogo alberato fuori Atene dove Fedro l’ha condotto. Nota, per esempio, che il circondario “θερινόν τε καὶ λιγυρὸν ὑπηχεῖ τῷ τῶν τεττίγων χορῷ” (230c1-c2), ossia “riecheggia col [suono] estivo e stridulo del coro delle cicale”.[3] E subito prima di raccontare il mito, cioè all’inizio della seconda metà dell’opera, Socrate fa un’osservazione ancora più specifica su questi insetti.

εἰ οὖν ἴδοιεν […] μὴ διαλεγομένους ἀλλὰ νυστάζοντας καὶ κηλουμένους ὑφ᾽ αὑτῶν δι᾽ ἀργίαν τῆς διανοίας […] δικαίως ἂν καταγελῷεν· ἐὰν δὲ ὁρῶσι διαλεγομένους […] ὃ γέρας παρὰ θεῶν ἔχουσιν ἀνθρώποις διδόναι, τάχ᾽ ἂν δοῖεν ἀγασθέντες (259a2-a4, a6-b2).

Se le cicale [ci] vedessero […] non conversare, ma sonnecchiare e soccombere al loro incantesimo per mancanza di pensiero […] giustamente ci deriderebbero ma se ci vedono conversare […], potrebbero, accontentandosi, darci immediatamente il dono che ricevettero dalle dee da dare agli uomini.

La prima irruzione della sceneggiatura del Dialogo nella conversazione tra i protagonisti – del “secondo piano” dell’opera nel “primo piano”, se così si può dire – ha per la critica uno scopo abbastanza chiaro, quello di sensibilizzare il lettore ad un dilemma filosofico al cuore del Fedro.[4] Così come il secondo piano, secondo questo dilemma, è di per sé irraggiungibile perché non può che rivelarne uno più profondo una volta raggiunto, le condizioni fondamentali del pensiero umano, quelle che la filosofia tenta d’indagare, sono di per sé inesprimibili perché non possono che rivelarne altre più fondamentali una volta espresse. L’“entrata in scena” delle cicale all’inizio del Dialogo suggerisce, dunque, che è proprio lo sfondo dell’opera ad esserne in qualche maniera il soggetto. La seconda irruzione dello sfondo del Dialogo nel primo piano, quella rappresentata dal mito delle cicale e dall’introduzione fattogli da Socrate, avrebbe una funzione simile.

L’eziologia avrebbe, però, anche una funzione più specifica, finora interpretata in modo superficiale dalla critica. Socrate inizia il racconto così.

λέγεται δ᾽ ὥς ποτ᾽ ἦσαν οὗτοι ἄνθρωποι τῶν πρὶν μούσας γεγονέναι, γενομένων δὲ Μουσῶν καὶ φανείσης ᾠδῆς οὕτως ἄρα τινὲς τῶν τότε ἐξεπλάγησαν ὑφ᾽ ἡδονῆς, ὥστε ᾁδοντες ἠμέλησαν σίτων τε καὶ ποτῶν, καὶ ἔλαθον τελευτήσαντες αὑτούς· ἐξ ὧν τὸ τεττίγων γένος μετ᾽ ἐκεῖνο φύεται, γέρας τοῦτο παρὰ Μουσῶν λαβόν, μηδὲν τροφῆς δεῖσθαι γενόμενον, ἀλλ᾽ ἄσιτόν τε καὶ ἄποτον εὐθὺς ᾁδειν, ἕως ἂν τελευτήσῃ, καὶ μετὰ ταῦτα ἐλθὸν παρὰ μούσας ἀπαγγέλλειν τίς τίνα αὐτῶν τιμᾷ τῶν ἐνθάδε (259b4-c6).

Si dice che queste [cicale] furono uomini un tempo, prima che le Muse venissero in essere, e che quando nacquero le Muse e apparve il canto, alcuni uomini furono così travolti dal piacere che, cantando senza sosta, si dimenticarono del mangiare e del bere, e morendo dimenticarono loro stessi; da questi nasce la razza delle cicale, avendo ricevuto questo dono dalle Muse: che una volta nato, [un membro di questa razza] non ha bisogno di nutrimento, ma semplicemente canta senza mangiare e senza bere finché muore, ed essendo andato dopo questo dalle Muse, riferisce chi [degli uomini] onora quali di loro sulla terra.

Secondo la critica, le cicale di questo passo godono del dono del canto indiscriminatamente e vengono quindi ripagate – quasi punite – col compito passivo di trasmettere informazioni dal regno terrestre a quello celeste. Ma in lingua originale, la vita e il dopovita delle cicale vengono descritti da una serie di clausole dipendente dalle parole “γέρας τοῦτο παρὰ Μουσῶν λαβόν”, ovvero “avendo ricevuto questo dono dalle Muse”. Socrate sembra dunque considerare il ciclo vitale di queste creature parte del loro dono divino. La parola greca che qui c’interessa, “γέρας”, vuol dire non solo “dono d’onore”, ma addirittura “privilegio” o “prerogativa”. Difficile, allora, attribuire al destino delle cicale la valenza negativa proposta dalla critica. Quanto alla capacità o meno delle cicale di discriminare, la seconda ed ultima parte dell’eziologia raccontata da Socrate è particolarmente illuminante.

Τερψιχόρᾳ μὲν οὖν τοὺς ἐν τοῖς χοροῖς τετιμηκότας αὐτὴν ἀπαγγέλλοντες ποιοῦσι προσφιλεστέρους, τῇ δὲ Ἐρατοῖ τοὺς ἐν τοῖς ἐρωτικοῖς, καὶ ταῖς ἄλλαις οὕτως, κατὰ τὸ εἶδος ἑκάστης τιμῆς· τῇ δὲ πρεσβυτάτῃ Καλλιόπῃ καὶ τῇ μετ᾽ αὐτὴν Οὐρανίᾳ τοὺς ἐν φιλοσοφίᾳ διάγοντάς τε καὶ τιμῶντας τὴν ἐκείνων μουσικὴν ἀγγέλλουσιν, αἳ δὴ μάλιστα τῶν Μουσῶν περί τε οὐρανὸν καὶ λόγους οὖσαι θείους τε καὶ ἀνθρωπίνους ἱᾶσιν καλλίστην φωνήν (259c6-d5).

Riferendo a Terpsicore quelli [sulla terra] che l’hanno onorata con danze corali, [le cicale] li rendono a lei più cari, mentre ad Erato [rendono più cari] quelli che l’hanno onorata nelle ricerche legate all’erôs, e alle altre [Muse rendono più cari i loro devoti] secondo la forma di ciascun onore; e a Calliope, la più grande di età, e ad Urania, che la segue [in età], riferiscono coloro che dedicano [le loro vite] alla filosofia e che onorano l’arte delle altre tra le Muse che sono più [interessate] ai cieli e al pensiero divino ed umano, e che emanano la voce più soave.

È evidente che il filosofo narratore attribuisce alle cicale la facoltà di giudicare, specialmente quando spiega che gli insetti rendono cari alle Muse i loro devoti “κατὰ τὸ εἶδος ἑκάστης τιμῆς,”, ossia “secondo la forma di ciascun onore” – ciascun onore reso da un devoto alla sua particolare Musa. Quindi, sebbene le cicale ascoltino gli uomini e trasmettano informazioni a riguardo, non sono affatto passive: distinguono sia i possibili recipienti della benedizione delle Muse che le Muse stesse.

Cosa conclude la critica a proposito del mito delle cicale? Che nonostante gli scopi di Socrate, che racconta l’eziologia per convincere il suo interlocutore ad ascoltare questi insetti, le creature stesse devono rappresentare un modello negativo per Fedro, come per il lettore del Dialogo. Col suo narrato, Socrate spiega a Fedro che ascoltare le cicale significa continuare a conversare in modo da accontentarle – in modo da assicurarsi, dunque, la benedizione delle Muse, specialmente quella di Calliope ed Urania. Il filosofo narratore raggiunge il suo obiettivo, conducendo Fedro allo scambio dialettico che costituisce la seconda parte del Dialogo. Ma secondo la critica, la storia delle cicale, ex-uomini che persero la testa per via della bellezza del canto, serve soprattutto a mostrare a Fedro e al lettore come non considerare questa seconda parte. Se le cicale vennero punite per il loro eccessivo godimento del primo dono delle Muse, allora Socrate e Platone indicano che né Fedro né il lettore dovrebbe vivere la filosofia come un piacere fine a se stesso. La si dovrebbe piuttosto apprezzare per il bene a cui può portare.

E se il destino delle cicale fosse invece un onore, come d’altronde l’analisi testuale del loro mito conferma? Allora queste creature parteciperebbero a pieno titolo al lavoro delle Muse e rappresenterebbero un modello positivo per il giovane interlocutore di Socrate, come per il lettore. Sembrerebbero volte ad incoraggiare la devozione totale alle figlie della Memoria, la benedizione delle quali è alla fine necessaria alla buona pratica della filosofia. Socrate e Platone sembrerebbero dunque riconoscere il ruolo sia del godimento “passivo” che dell’impegno “attivo” nell’inchiesta filosofica. E Fedro e il lettore dovrebbero vedere nel comportamento delle cicale l’accesso ad una forma di giudizio vicina al divino; dovrebbero capire che il tipo di razionalità a cui ambiscono i filosofi si basa anche sull’abbandono ai doni celesti. Tanto, forse troppo a cui pensare, questo, la prossima volta che sentiremo quel familiare ronzio.


[1] Insieme al Simposio, al Fedone e alla Repubblica, il Fedro costituisce i Dialoghi della maturità di Platone. Lo scopo forse più generale del testo è la distinzione della tecnica filosofica della dialettica dalla retorica, quest’ultima rappresentata dalle orazioni del giurista e logografo Lisia (445-380 a.C.). Mentre la prima consentirebbe la ricerca della verità, la seconda sarebbe, come tutta la scrittura (almeno quella non usata correttamente), un impoverimento dell’espressione e una fonte di manipolazione, di menzogna.

[2] Con erôs si denota, secondo il pensiero antico, la forza del desiderio e quindi una concezione ampia dell’amore. Tale amore sarebbe il motore ultimo della filosofia e delle altre grandi ricerche umane.

[3] Le traduzioni dal greco sono dell’autore e rimangono fedeli il più possibile alla sintassi dell’originale.

[4] Per critica s’intende, in questo caso, soprattutto G.F. Ferrari, Listening to the Cicadas: An investigation of Plato’s Phaedrus, Cambridge, UK: Cambridge University Press, 1987.


L’immagine di copertina, del lido di Caminia sulla costa ionica della Calabria, è originale della redazione. Sotto questi alberi le cicale si ascoltano magnificamente.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...