Napoleone Inverno

Cosa determina il successo di un’azione militare? Il numero delle truppe? la capacità di comando degli ufficiali? La determinazione dei soldati? Se pensiamo anche a questa azione intrapresa dall’uomo, per quanto appaia spesso come una delle azioni più determinanti la storia, se pensiamo a quest’azione – mi ripeto -, cioè la guerra, è assolutamente necessario tenere in considerazione un fattore importantissimo, ma spesso trascurato: il Generale Clima, nelle sue varie manifestazioni. C’è chi lo ha chiamato il Generale Inverno, c’è chi lo ha cantato individuandolo nel Piave, ma in realtà questi sono solo alcuni nomi di quell’unico grande genio strategico che è il clima.

I più grandi eserciti della storia si sono inchinati davanti al potere del Generale Clima, e – può apparire ovvio – tener conto di tutti gli esempi è impossibile, ma io qui vorrei enumerarne alcuni piuttosto celebri, perlomeno per noi occidentali. Gettando uno sguardo d’insieme rispetto a questo tema storico, bisogna innanzitutto ricordarsi come fino a molto recentemente le azioni belliche avvenissero solo durante le stagioni con clima mite, in sostanza l’estate e poco più. Se consideriamo per esempio la guerra nell’antica Grecia o Roma, ci rendiamo conto di quante volte in un qualsiasi racconto storico ricorrano verbi corrispondenti al latino hiemare, che significa ‘passare l’inverno in accampamento’. In Grecia in particolare, la guerra era un’azione rigorosamente estiva, tanto che la narrazione storica di Tucidide è divisa in estati e in inverni in maniera annalistica, e l’estate è la stagione in cui la guerra riprende – generalmente con l’incursione in Attica da parte dei Peloponnesiaci. Un altro esempio, più moderno, di come la guerra fosse un’azione estiva si può trarre dall’invasione della Slesia nella Guerra di Secessione Austriaca, che fu compiuta in pieno inverno – iniziò il 16 dicembre 1740 – da parte del Re di Prussia Federico il Grande. La scelta della stagione fredda colpì e sorprese non solo il nemico, ma tutte le potenze europee. Ma basta con le generalità, ora è bene fare degli esempi concreti.

Un primo episodio degno di nota nella storia antica è da cercare in Tucidide VII, 87, passo in cui lo storiografo ateniese descrive la sofferenza dei prigionieri ateniesi rinchiusi nelle latomie siracusane dopo la loro sconfitta da parte della città siceliota. In particolare viene descritto come uno dei disagi maggiori di questa prigionia fosse il fatto di essere all’aperto in un clima dai forti sbalzi termici tra giorno e notte. Per rimanere nel mondo greco è innegabile che anche Alessandro e il suo esercito nella marcia di ritorno dall’India patirono il caldo, a tal punto che nella Vita di Alessandro, 66 Plutarco afferma che a causa anche dei disagi provocati dal calore torrido, il giovane re macedone non riuscì a portare fuori dall’India nemmeno la quarta parte dell’esercito. Le sofferenze di un esercito in marcia come quello di Alessandro sono descritte anche da Lucano nel IX libro dei suoi Pharsalia, nel quale l’esercito senatorio guidato da un eroico Catone attraversa il deserto libico.

Lasciando da parte ora le fonti storiche o epiche che riportino vicende belliche, per l’antichità è interessante anche notare come una tattica notissima dell’evo moderno fosse in alcuni casi all’ordine del giorno nell’antichità. Si tratta di un riadattamento in salsa mesopotamica della famigerata alleanza dei Russi con il Generale Inverno, e qui gli ingredienti principali sono i Parti e il loro carissimo amico Generale Caldo, Caldo Torrido. Con tanto di ritirate strategiche, terra bruciata e incursioni definibili come guerriglia, più volte le forze partiche hanno permesso rapidissime invasioni da parte della superpotenza romana della Mesopotamia, le quali però si sono sempre rivelate di brevissima durata e in fin dei conti disastrose. Le sconfitte romane – spesso non sul campo, ma appunto per incapacità del romano di operare su un territorio dal clima così difficile con un nemico che costantemente lo insidiava – sono innumerevoli, da Carrae a Giuliano l’Apostata, passando per Traiano e Settimio Severo.

Tattica usuale, appunto, fu applicata dai Russi in più occasioni almeno dalle guerre napoleoniche in avanti. Il termine stesso ‘Generale Inverno’ fu coniato dal Maresciallo francese Ney, il quale affermò che l’esercito francese era stato sconfitto più dalla fame e dal freddo che dalle armi. Ma non fu certamente questa l’unica occasione in cui la tattica della ritirata strategica – la famosa ‘terra bruciata‘ – fece la differenza nelle azioni belliche intraprese contro lo stato russo. Il momento in cui questo prezioso alleato infatti si mostrò in tutta la sua potenza fu durante l’Operazione Barbarossa del 1941, quando le truppe dell’Asse – tra cui, ahimè anche così tanti nostri connazionali, tragicamente mal equipaggiati – si ritrovarono nuovamente sconfitti dal Generalissimo con la sua gelida accoglienza.

Un ultimo esempio, ancora più vicino a casa, immortalato da una canzone che – perlomeno chi scrive – imparò a memoria da bimbo, è il Piave, che fu in piena alla fine di ottobre del 1918 durante la cosiddetta Battaglia di Vittorio Veneto. Di fatto però il fiume oggi sacro alla patria rappresentò sì un grosso protagonista della vicenda bellica, ma non fu affatto di aiuto alle truppe italiane: la guerra oramai volgeva al termine e gli ordini per le truppe italiane erano di attraversare il fiume in direzione orientale, approfittando della difficoltà dell’esercito austro-ungarico sull’orlo della disfatta. Non dunque un elemento utile nella difesa della linea stabilita lungo il corso del fiume contro il nemico austro-ungarico – oramai appunto piegato dai problemi interni – quanto piuttosto un ennesimo ostacolo da superare per liberare anche le ultime delle terre da redimere, Trieste e la Venezia-Giulia.

Il Generale Clima è forse quello più decorato di tutti. Ha mille facce: il caldo, il freddo, l’umidità e l’aridità. Come lui pochi hanno determinato il corso delle vicende belliche che hanno plasmato il nostro mondo, dall’antichità a oggi. Non c’è da stupirsi, dunque, che un filone importante di tutto quel complesso di credenze che vanno sotto il nome di teoria del complotto vedono nella manipolazione del clima da parte della superpotenza americana l’ultima frontiera dalla guerra moderna. Che siano il programma HAARP, le scie chimiche o i bombardamenti ionici delle nuvole, qualcosa è sempre nella tasca dei complottisti. E in effetti non penso si possa essere autorizzati a pensarli scemi, almeno in linea teorica, anche se i contenuti concreti delle loro teorie spesso fanno storcere parecchio il naso.

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