Il tema di questo mese è l’integrazione. Da buon economista ho pensato di parlare di integrazione economica e, visto che sono una persona banale, niente di più scontato che trattare della situazione europea.

L’inizio del processo di integrazione europea risale al secondo dopoguerra, quando la guerra aveva reso evidente quanto fosse più conveniente cooperare rispetto a contrapporsi e la popolarità di questo semplice concetto rese possibile alla classe politica intraprendere un progetto di lungo periodo. Riunire un’area divisa da rivalità e lotte secolari tra stati nazione gelosi delle loro sovranità non è infatti un obiettivo semplice e fu deciso di adottare un approccio pragmatico e graduale. La cooperazione iniziò difatti nei settori più meramente economici, in cui il vantaggio dell’unione era più evidente ed immediato, per poi continuare rafforzandosi ed espandendosi ad altri ambiti. Il primo atto di cooperazione a livello europeo fu la creazione nel 1951 della CECA (Comunità Europea di Carbone e dell’Acciaio) che diede il via ad una graduale stratificazione di ulteriori accordi che nel tempo hanno dato vita ad un assetto ad oggi molto sviluppato ed avanzato. L’attuale Unione Europea è infatti dotata di organi politici (Parlamento, Consiglio e Commissione) e giuridici (Corte Europea). L’Europa è inoltre priva di dogane interne sia per le persone che per le merci e si è dotata di una moneta comune.

Quale il motivo di una simile ed imponente impalcatura istituzionale? L’idea alla base dell’Unione Europea è che il risultato di unire le forze non sia la semplice somma algebrica dei singoli risultati ma sia in qualche modo maggiore. Un unico esercito europeo potrebbe comportare notevoli risparmi rispetto a tanti eserciti nazionali così come infrastrutture più coordinate o politiche economiche comuni invece che separate ed in competizione le une con le altre potrebbero giovare a tutti. Spesso si sente dire che la Germania non vuole pagare per gli altri: come darle torto? Pagare per gli altri non è un grande piacere ma in un’unione economica sufficientemente stretta necessariamente accade. Negli USA, al netto di tutti i trasferimenti, alcuni stati ricevono risorse che provengono da altri eppure raramente si sente di Stati ricchi che si lamentano di pagare per quelli poveri: ciò accade perché è comunemente accettato che i benefici derivanti dall’essere uniti superino quelli di separarsi. D’altra parte esistono molti ostacoli, sia di natura pratica che politica, ad unirsi e questo comporta che il processo di unione richieda parecchio tempo e non sia proprio indolore, come la guerra di secessione americana dimostrò.

A livello europeo la situazione attuale è di cooperazione estremamente avanzata. Gli stati europei sono arrivati perfino ad adottare una moneta comune e molto difficilmente l’integrazione europea sarà un processo reversibile. L’istituzione europea che gestisce la moneta comune (la BCE, Banca Centrale Europea), è stata in particolare un motore di importanza capitale per il processo di integrazione europea. La politica economica si costituisce infatti di due leve principali, la politica fiscale e quella monetaria. Con politica fiscale si intende principalmente il bilancio dello stato e quindi tipicamente tasse e spesa pubblica. Un alleggerimento delle tasse oppure un aumento della spesa pubblica costituiscono una manovra di stimolo mentre viceversa si ha un stretta. La politica monetaria è invece il controllo della quantità di moneta in circolazione: immettere nuova moneta in circolo o abbassare i tassi equivale ad una manovra economicamente espansiva mentre l’inverso equivale ad una manovra restrittiva.

Durante la recente crisi economica è divenuto particolarmente evidente il cosiddetto fenomeno dello spread. Questo consiste in un divario tra i tassi di interesse richiesti ai diversi debitori: poiché lo stato tedesco è affidabile chiunque sarebbe disposto a prestargli denaro, diversamente non tutti si fidano dell’Italia. La dinamica della domanda e dell’offerta implica quindi che per prestare denaro all’Italia gli investitori richiedano un tasso di interesse maggiore per remunerare il rischio Italia e proprio questa differenza nei tassi d’interesse è lo spread. Nel periodo della crisi la BCE ha provveduto a sostenere l’economia europea in sostanza “stampando” denaro con cui ha acquistato titoli di stato dei paesi europei: attraverso questa manovra la BCE ha potuto sia sostenere i paesi europei più deboli contribuendo alla diminuzione dello spread che stimolare il PIL attraverso vari effetti benefici della politica monetaria espansiva. Stampare euro infatti riduce i tassi di interesse poiché l’aumento di valuta in circolazione aumenta l’offerta di denaro e quindi diminuisce il suo costo (appunto il tasso di interesse). La diminuzione dei tassi rende più facile per le imprese prendere in prestito e l’abbondanza di denaro dà la possibilità alle banche di prestare. L’abbondanza di valuta in euro causa inoltre il suo deprezzamento verso le altre divise facilitando l’export (comprare in euro “costa” di meno) e quindi stimolando l’attività economica interna. In altre parole l’intervento espansivo della BCE è stato fondamentale per salvare i paesi periferici come per esempio Italia e Spagna ed evitare disastri.

Mentre da un lato l’azione della BCE e la leva monetaria a livello europeo sono state fondamentali per mantenere unita l’Europa ed evitare la sua disgregazione, dall’altro la politica fiscale è stata decisamente meno efficace. Il salvataggio della Grecia da 86 miliardi attualmente allo studio è un esempio emblematico: questo salvataggio infatti è già il terzo e potrebbe non essere ancora sufficiente. A seguito di questo ennesimo bailout si stima che la Grecia avrà un rapporto debito/PIL pari a circa il 230%, una situazione in cui anche un paese finanziariamente solido farebbe fatica a sopravvivere. Ciò fa supporre che presto o tardi sarà necessario un taglio del debito pubblico greco, soluzione che in realtà era abbastanza evidente fin dagli inizi. I paesi del nord Europa ed in particolare la Germania si sono tuttavia da sempre opposti a questa eventualità in quanto ciò avrebbe comportato, come spiegato sopra, di “pagare per gli altri”. Mentre da un lato l’azione della BCE ha risolto i problemi dei paesi periferici come Italia e Spagna con un’azione decisa e di dimensioni europee, il prevalere di un’ottica di contrapposizione e nazionalistica per il caso greco ha causato il suo aggravarsi.

Per quanto estremamente avanzata, da un punto di vista economico la fragilità più evidente dell’architettura europea è quindi l’assenza di una politica fiscale sufficientemente condivisa. La difficoltà di accettare politicamente una redistribuzione esplicita delle risorse da parte dei paesi più ricchi costituisce un ostacolo molto forte che tuttavia sta venendo progressivamente colmato. I meccanismi costruiti per provvedere ai bailout sovrani come per esempio l’ESM (European Stability Mechanism) potrebbero costituire un prototipo di ministero del tesoro europeo mentre d’altra parte gli organismi rappresentativi europei si stanno muovendo per tentare di colmare l’assenza di politiche fiscali europee, come nel caso del cosiddetto piano Juncker. Nel giro di anni e non certamente di giorni, ci si potrebbe quindi ragionevolmente aspettare che il prossimo grande passo del processo di integrazione europea sarà un rafforzamento della cooperazione in ambito di politiche fiscali. Mettiamoci comodi e buona visione!


L’immagine di copertina è tratta dal fumetto “The Euro Crisis Made…er…Simple” di Andy Davies (2012).

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