Di recente, passando da un canale all’altro della televisione in una notte d’insonnia, mi è capitato di vedere un pezzo del colossal Quo vadis? (1951), tratto dall’omonimo romanzo di  Henryk Sienkiewicz. Si trattava della scena in cui la povera cristiana Licia viene legata nell’anfiteatro ad un palo, condannata ad essere straziata da un toro inferocito sotto lo sguardo di un compiaciuto Nerone. Alla fine, però, la cristiana viene salvata dal forte Ursus che, grazie forse all’aiuto di Cristo, riesce a rompere il collo della bestia.

Questa scena mi ha fatto riflettere riguardo a quella che è stata veramente l’esperienza delle persecuzioni cristiane. In una qualunque chiesa si possono ammirare immagini che rappresentano la vita dei santi, e spesso è proprio il momento della morte per persecuzione che viene esaltato. In realtà, la storia del cristianesimo nel mondo antico prima del famosissimo Editto di Costantino non è una storia di sole persecuzioni, che sono state in verità poche, anche se molto violente; è una storia sì di lotta, di intolleranza, ma anche di “confronto”, spesso, sotto alcuni imperatori, anche di dialogo: insomma, di lenta, alcune volte impercettibile integrazione tra i cristiani e i pagani.

Si dice normalmente che il cristianesimo è nato nell’area più orientale dell’Impero romano, in Palestina, e che successivamente si è sviluppato in Oriente, dall’Egitto alla Cappadocia. Tutto ciò è vero, ma quello che è straordinario è che il cristianesimo si sparse velocemente anche in altre parti dell’Impero: esistevano comunità in Grecia, nelle coste dell’Africa, persino in Iberia e Gallia. Una diffusione dunque rapida, anche se più larga in Oriente che in Occidente. È proprio a Roma che abbiamo la prima testimonianza dei cristiani fuori dalla terra natale. Durante l’impero di Claudio, dice Svetonio nella biografia dedicata all’imperatore, alcuni ebrei di Roma si ribellarono “sotto la spinta di Cresto” (impulsore Cresto). Questa espressione mi ha sempre fatto ridere: quale ribelle armato di forcone doveva immaginarsi l’autore romano! Ma la citazione è importante per due motivi. Prima di tutto, testimonia che il nome di Cristo si era già effettivamente diffuso, anche se storpiato; dall’altro lato, svela quello che per i pagani erano i cristiani del tempo: degli ebrei “eretici”, non integrati con gli altri e per questo rivoltosi.

Sotto Nerone avviene quella che per alcuni storici è la prima persecuzione dei cristiani, la “persecuzione romana”: il tiranno, dando la colpa dell’incendio distruttore dell’Urbe ai cristiani, li condanna a supplizi atroci, di cui quello di Licia in Quo vadis? è un esempio poco cruento. Sono proprio queste prime persecuzioni a creare anche l’immagine tradizionale del “martirio” (“testimonianza”, in greco), fatta di torce umane e di vecchi divorati da leoni. Non dubito assolutamente delle crudeltà che vennero perpetrate, ma racconti di queste persecuzioni sono, almeno a mio avviso, volutamente esagerati, tanto dagli storici romani per dipingere l’odiato imperatore come un tiranno sanguinario ed amante degli spettacoli cruenti, quanto dai cristiani autori delle Passiones, per esaltare il coraggio dei primi martiri della cristianità.

Ora, il cristianesimo dei primi due secoli si diffonde specialmente nello strato più umile della popolazione, colpito dal messaggio di questa dottrina che sembrava rivolgersi proprio ai poveri. È da questo elemento che possiamo capire il motivo dell’iniziale disprezzo e della diffidenza dei pagani nei confronti dei cristiani: il cristianesimo non era considerata una religione, bensì una superstizione, un culto da ignoranti e da disgraziati. E l’ignoranza genera odio: sotto il grande imperatore Traiano si ha la prima effettiva testimonianza di questo disprezzo da parte dei “gentili”, con le diverse cause e condanne contro chi si dichiarava cristiano o era solamente sospettato di esserlo. Documento straordinario è una lettera di Plinio il Giovane, allora governatore della Bitinia, indirizzata all’imperatore Traiano. Nella lettera Plinio chiede istruzioni su come comportarsi davanti a così tante accuse contro questi “cristiani”, e non cela il suo imbarazzo nel dover condannare tutta questa gente con la sola accusa di essere cristiani. Plinio elabora dunque questa strategia: convoca i cristiani, li spaventa, li costringe ad abiurare (nasce il fenomeno dei lapsi, i “caduti”, i rinnegati) e li lascia andare, con un “non fatelo più!” mentre se ne vanno. Molti cristiani, però, resistono, e con orgoglio vanno incontro alla morte. Per questo il legato chiede aiuto all’imperatore; ma la sua risposta è anch’essa piena di imbarazzo e d’incertezza riguardo al come procedere nei confronti di questi “nemici dell’umanità”. L’imperatore raccomanda, però, di non raccogliere denunce da anonimi, per cercare di diminuire almeno le accuse.

Contro i cristiani si muovono anche gli intellettuali pagani. Luciano di Samosata, per esempio, attacca “quei superstiziosi dei cristiani” nel Nigrino, denunciandone l’ignoranza dei fedeli. Ma l’accusa più grande del tempo è rappresentata dal Discorso vero del filosofo Celso, che considera il cristianesimo una superstizione fatta di ciarle e di magie. Il cristianesimo, però, si diffonde intanto anche negli strati più alti della popolazione, coinvolgendo uomini di cultura ed intellettuali interessati agli aspetti più “filosofici” della religione cristiana. Davanti a tali accuse, gli intellettuali cristiani non possono rimanere in silenzio: nasce così la prima Apologia, in cui i grandi autori muovevano contro le ingiuste accuse mosse dai pagani e cercavano di presentare il cristianesimo come una religione, anzi l’unica religione.

Nonostante le più diverse accuse, un’integrazione, seppur debole, tra pagani e cristiani stava cominciando. Anche i potenti ed i ricchi iniziarono ad avvicinarsi al cristianesimo. Interessante è il caso di Clemente Alessandrino. In una sua predica, Quale ricco si salva?, Clemente affronta un problema che aveva creato un forte imbarazzo non appena i ricchi diventarono cristiani. Utilizzando l’esegesi di tipo allegorico che contraddistingue la scuola alessandrina, afferma che le sacre scritture cristiane non vanno contro la ricchezza, ma contro l’avidità, contro chi è ricco e tiene tutto per sé. In questo modo, ricava dagli scritti un invito all’elemosina e alla generosità.

Nel corso del terzo secolo con alcuni imperatori le condizioni dei cristiani sembrano migliorare. Gallieno, salito al trono dopo la cattura del padre Valeriano in Persia, decise di adottare una politica di tolleranza nei confronti dei cristiani, attirando il dissenso dei pagani e l’appoggio di una élite sia intellettuale che politica sempre più cristiana. Prima di lui Filippo l’Arabo aveva contrastato le accuse rivolte ai cristiani (su di lui il sospetto di essere il primo imperatore cristiano); e poi Claudio il Gotico, che una ricostruzione genealogica successiva d’epoca costantiniana definisce come antenato di Costantino e ammiratore della cristianità. Che tale definizione sia vera oppure no, è innegabile che durante il terzo secolo sembrava finalmente realizzarsi quella integrazione tra pagani e cristiani voluta anche dal potere centrale. Ma la situazione era destinata a capovolgersi.

Il terzo secolo è infatti anche l’epoca delle più grandi persecuzioni: già sotto Valeriano, poi quella di Decio, fino ad arrivare alla più violenta, quella di Diocleziano, all’inizio del IV secolo. Le cause delle persecuzioni sono varie, dal timore per un fenomeno in crescita alla voglia di cercare un capro espiatorio davanti alla “crisi del terzo secolo”. Ma ciò che stupisce è il fatto che, nonostante tutto, il cristianesimo si diffonde con maggiore incidenza, forse proprio a causa di quella crisi che, oltre ad essere economica e militare, era anche ideologica e spirituale. Davanti ad una unità politica che si disgrega (colpi di stato, imperatori assassinati, regni, come Palmira, che si dichiarano indipendenti) l’uomo del terzo secolo cerca conforto e stabilità nel cristianesimo e nella Chiesa.

Così, in questo continuo oscillare tra aperta tolleranza e feroce contrasto, si apre il IV secolo, che per il cristianesimo è un secolo “assurdo”, doppio: si apre infatti con la persecuzione del tetrarca Diocleziano, che arriva inaspettata dopo alcuni anni di tranquillità. Ma dopo appena dieci anni, Costantino, preso il potere, a Milano nel 313 riconosce il cristianesimo come una religione dell’impero, non più perseguibile; anzi, prima della morte è lo stesso imperatore che si fa battezzare. Pagani e cristiani devono adesso integrarsi abbandonando gli odi reciproci: “stupidi” e “dannati” sono adesso uguali davanti all’imperatore. Ma la situazione è diversa rispetto al II secolo: i cristiani compongono infatti gran parte della popolazione dell’impero. Dopo un’ultima tentata riscossa dei pagani con l’imperatore Giuliano detto l’Apostata, il cristianesimo si affermerà definitivamente con l’editto di Tessalonica (380) dell’imperatore Teodosio. Il cristianesimo è l’unica religione dell’impero, nessun’altra forma di culto viene accettata.

Improvvisamente, la situazione inizia a capovolgersi: la tanto discussa integrazione risulta impossibile, perché nessun pagano viene ormai accettato dall’autorità imperiale stessa. Nel clima di un’intolleranza sempre crescente, la vittima più famosa è la brillante filosofa e astronoma alessandrina Ipazia, la quale viene uccisa pubblicamente per volere del vescovo della città Cirillo. Chi aveva cercato di integrarsi e di essere accettato ora non era disposto ad accogliere e a tollerare: è forse banale dire che la storia è un continuo ripetersi?


L’immagine di copertina è tratta dal film Quo vadis? di  Mervyn LeRoy (1951).

          

 

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