Oggi vi racconto una storia. C’era una volta il re di Persia, che viveva tutto solo nel suo palazzo d’oro a Susa. Soffriva la solitudine e aveva bisogno di una moglie. Convocò dunque alla reggia tutte le ragazze del regno in età da marito ed esse accorsero, soggiornarono nelle stanze del palazzo per un anno intero, si agghindarono e si prepararono ad incontrare il re. Tra queste una bellissima fanciulla ebrea, orfana di entrambi i genitori, ascoltò umilmente i consigli del fidato zio e si sottopose come le altre alla prova. Il re, come avrete già capito, si innamorò di lei e decise di sposarla. E vissero sempre felici e contenti.

In verità le cose non sono così semplici. Per cominciare, questa appassionante storia degna dei fratelli Grimm è narrata in uno dei libri dell’Antico Testamento, il libro di Ester (così si chiama la bellissima fanciulla). Adesso che sapete che si parla di un libro della Bibbia, capirete che la storia non può finire così bene né in modo così lineare. Ed infatti ecco che entra in scena Haman, un villain in piena regola. Egli è il consigliere più fidato del re, ma a palazzo si aggira anche Mordecai, zio di Ester ed “eroe” della storia.

Il testo ebraico di questo libro non è molto generoso in fatto di dettagli, né piccanti né appassionanti, a differenza invece delle sue versioni greche, che si collocano presumibilmente tra il II ed il I secolo prima di Cristo. In esse sono infatti presenti sei aggiunte di una certa estensione, denominate con lettere progressive da A ad E, che, a detta di molti studiosi, avrebbero lo scopo di rendere il testo più avvincente, oltre che più religiosamente scrupoloso e quindi degno di far parte di un canone. Ci si chiede se queste aggiunte siano mai state parte di un testo semitico o se siano state concepite direttamente in greco. I dubbi restano tali per tutte le aggiunte, ma non per B ed E.

Queste infatti sono universalmente riconosciute come pensate e composte in greco per via dei modelli a cui si ispirano e delle concezioni che adombrano. Si tratta di due editti, emanati entrambi dal re, con disposizioni immediate e valide da subito per tutto il regno. Ricordano molto da vicino, almeno a noi classicisti, i documenti ufficiali dei regni ellenistici, in cui il sovrano dichiarava e faceva annotare i suoi ordini che poi venivano diffusi nel regno tramite araldi e infine incisi sulla pietra. L’intenzione dell’autore di queste aggiunte è chiara: rendere il racconto più verosimile per il lettore ellenistico con l’inserimento di passaggi vicini alla sua esperienza quotidiana, che gli facessero percepire la storia come più vivida. L’imitazione è davvero ben riuscita, ma non tanto da ingannare un lettore attento. Gli editti infatti presentano delle incongruenze molto evidenti in fatto di forma (non si tratta di certo di un greco di V secolo, che è il periodo in cui la storia è ambientata), ma soprattutto in fatto di contenuti.

Il primo di questi documenti ha un profumo tutto particolare. Istigato da Haman il re viene spinto a promulgare un editto folle con l’intenzione di sterminare l’intero popolo ebraico perché

alle tribù della terra si mescola un popolo nemico, che si oppone per le sue leggi a tutte le nazioni e che sempre ignora ostinatamente le disposizioni del re, in modo che non si possa raggiungere l’armonia di governo (B 4-5)

Ora, il problema che viene presentato è l’esistenza di un popolo incapace di integrarsi con i numerosi altri sottomessi al potere del re di Persia e che con la sua semplice presenza impedisce l’armonia e addirittura, come si dice poco sopra, “il raggiungimento della pace” per cui il re tanto si prodiga. La soluzione proposta è lo sterminio. Lisimaco, il traduttore, non ha inventato tutto questo. Il tema dell’antisemitismo infatti non è isolato in età ellenistica e non mancano esempi di tensione tra ebrei e greci nei regni derivati dalle conquiste di Alessandro Magno. Per citarne uno soltanto, un papiro del Corpus Papyrorum Judaicarum (141) proveniente da Memfi e probabilmente scritto da un ebreo recita “sai infatti che odiano gli Ebrei” (r. 9-10). Come altre epoche anche l’ellenismo è dunque costellato da episodi di violenza contro gli Ebrei (ma non solo) e l’atteggiamento sembra di chiusura nei confronti del diverso e quasi di disgusto per l’integrazione. Amixia, “incapacità di mescolarsi” è un termine molto diffuso nella letteratura ellenistica proprio a proposito della situazione della Diaspora, in cui gli ebrei avevano la tendenza a ricostruire comunità molto isolate e a mantenere un forte senso identitario.

Al contrario, in epoca classica gli episodi di intolleranza non sono molto frequenti e anzi, si hanno esempi dell’atteggiamento contrario, come nel celebre discorso di Pericle nelle Storie di Tucidide:

La nostra città, ad esempio, è sempre aperta a tutti e non c’è pericolo che, allontanando i forestieri, noi impediamo ad alcuno di conoscere o di vedere cose […] (II, 39)

L’aggiunta C al libro di Ester dunque, nonostante sembri così verosimile, è in realtà un falso storico in piena regola, che presenta un evidente, forse deliberato, anacronismo nel trattare un tema attuale ponendolo senza esitazioni in un passato che si vuole rendere canonico. Senza contare che né Mordecai (il quale, sventando una congiura, ha salvato la vita al re nell’antefatto della storia) né tantomeno la regina Ester danno segno di sentirsi fuori posto alla corte o mal integrati, almeno nel testo ebraico.

La situazione però cambia di colpo dopo l’editto. Mordecai intercede per il suo popolo presso la regina ed Ester non lo tradisce, non esitando a fare il possibile per salvare i suoi. Dopo una lunga preghiera in cui rinnega di fronte a Dio il suo passato di regina e sposa di un re miscredente, ella si presenta al suo cospetto per ottenere le sue grazie e condannare Haman ad una fine crudele.

Fin qui il lettore si sente gratificato che la situazione stia finalmente avviandosi al meritato lieto fine. Invece il re si lascia facilmente convincere da Ester ad una nuova follia. Una volta che Haman è stato condannato ad essere impiccato proprio sul patibolo che aveva lui stesso preparato per Mordecai, giunge un nuovo editto. L’aggiunta E consiste proprio nell’editto promulgato dal re per abrogare il precedente. Esso, ispirato questa volta da Ester, prevede l’eliminazione fisica di tutti i nemici del popolo ebraico, primi tra tutti i dieci figli di Haman, giustiziati sommariamente il giorno stesso. La situazione si capovolge improvvisamente, lasciando il lettore quantomeno spiazzato. In effetti in altre versioni della storia come il testo “lucianeo” greco o i Midrash ebraici, questo secondo editto non ha avuto grande fortuna letteraria ed è stato abbreviato o del tutto omesso. Gli editori appaiono dunque molto interessati ai primi due terzi della storia, ma non ai suoi imbarazzanti capitoli finali.

La conclusione che si può trarre dal testo ebraico così trasfigurato nella traduzione greca è la massima sempre valida che l’odio genera odio, ma bisogna rilevare anche un’ultima e tragica incongruenza nel racconto. Nel rivolgersi alla moglie la notte prima del banchetto che gli sarà fatale ma di cui per il momento si vanta, Haman le confessa che nella perfezione della sua vita di consigliere reale c’è solo una cosa che davvero non riesce a sopportare, cioè “quando vedo Mardocheo nella corte” (5, 13).

Scopriamo così che la vera motivazione di questa storia di sangue non è altro che un semplice odio personale. Quello che stava per portare ad un enorme massacro (e che in effetti è diventato tale in seguito, seppur per la parte avversa) non era tanto il fatto che gli Ebrei fossero odiati “dall’India all’Etiopia”, ma più semplicemente il fatto che Haman odiasse Mordecai. Che questa “storia sbagliata” ci serva da lezione.


L’immagine di copertina è tratta dal quadro Il banchetto di Ester di Jan Lievens (1625 circa).

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