Oggi che il tema dell’integrazione è drammaticamente salito agli onori della cronaca, mi sembra opportuno condividere una mia recente riflessione a riguardo, muovendo però da alcune considerazioni sulla gestione delle invalidità fisiche e mentali nella società civile – tema affine all’area di cui mi occupo.

In particolare, vorrei partire da una citazione che esprime il pensiero del medico francese Jérôme Lejeune e che trovo particolarmente significativa:

Non può essere negato che il prezzo delle malattie genetiche sia alto, in termini di sofferenza per l’individuo e di oneri per la società. Senza menzionare quel che sopportano i genitori! Se questi individui potessero essere eliminati precocemente, il risparmio sarebbe enorme! Ma noi possiamo assegnare un valore a quel prezzo: è esattamente quello che una società deve pagare per rimanere pienamente umana.

Per comprendere a pieno questo pensiero è opportuno contestualizzarlo, ricordando che Lejeune è stato un importantissimo medico genetista, particolarmente impegnato nello studio delle dinamiche molecolari che inducono la Sindrome di Langdon-Down (o trisomia 21) e nella ricerca di una terapia in grado di curarla, per superare la pratica degli aborti preventivi da lui deprecata. Infatti, oltre che uomo di scienza, egli era anche uomo di fede: Presidente della Pontificia Accademia per la Vita fino alla morte, dopo la sua scomparsa è stato proclamato “servo di Dio” dalla Chiesa cattolica. Nonostante tutto, al di là delle sue posizioni bioetiche – discutibili in quanto centrate su un approccio non laico al problema -, il contributo intellettuale di Lejeune è senza dubbio importante quando si tratta di definire la gestione sociale della malattia e dell’invalidità.

Un merito di Lejeune sta nel riconoscere che oggettivamente l’integrazione di soggetti più deboli nel tessuto sociale comporta un costo e che, molto spesso, questo costo è alto: in questo modo, egli evita di incorrere in ragionamenti colpevoli di ipocrisia e buonismo, quindi poco applicabili al mondo reale, in cui – come ci ricordano gli amici economisti de Il Chiasmo – l’interesse economico è spesso dominante. Tanto è vero che lo stesso Lejeune ricorda che, da un punto di vista strettamente economico, sarebbe estremamente più conveniente eliminare il problema alla radice, cioè impedire che i soggetti malati nascano e/o si riproducano.

Chiunque non sia digiuno di storia, nello specifico di storia della Medicina, si renderà conto che proprio sui presupposti logici ed economici riconosciuti da Lejeune si sono basati i plurimi tentativi di manipolazione eugenetica del XX secolo. Per fare chiarezza, è opportuno ricordare che il termine “eugenetica” è definibile come “teoria che si propone di ottenere un miglioramento della specie umana, attraverso le generazioni, […] distinguendo i caratteri ereditari in favorevoli, o eugenici, e sfavorevoli, o disgenici, e cercando di favorire la diffusione dei primi (eugenetica positiva) e di impedire quella dei secondi (eugenetica negativa)” (Treccani). Nella fattispecie, i caratteri patologici sono certamente caratteri disgenici – cioè sfavorevoli per la sopravvivenza di un organismo in un dato ambiente -, quindi la teoria applicata è stata quella dell'”eugenetica negativa”, basata su pratiche di aborto, infanticidio, eutanasia forzata e sterilizzazione forzata. Un esempio terribile e ben conosciuto è stato senza dubbio l’Aktion T4 della Germania nazista, ma non è stato l’unico: per esempio, nella Svezia della prima metà del 1900, il tema della sterilizzazione preventiva si è nuovamente riproposto. La ricorrenza di questo fenomeno, dunque, dà conto di quanto, effettivamente, esso non sia solo dovuto alle manie di politici invasati, ma prima di tutto a meri calcoli economici.

Da questo punto di vista, appare davvero degna di nota la conclusione di Lejeune: egli devia dall’apparentemente necessaria conclusione eugenetica della logica economica, appellandosi al classicissimo valore dell’humanitas. Il medico francese afferma un principio che stupisce per la sua semplicità: nonostante le conseguenze economiche sfavorevoli, noi, come uomini, dobbiamo riconoscere nei malati degli uomini nostri pari, e, sulla base di questo riconoscimento, dobbiamo vietarci di cedere a mere considerazioni di profitto, che porterebbero alla loro eliminazione, e sforzarci di integrarli nel tessuto sociale, anche a patto di aumentare il prezzo complessivo dovuto alla loro sopravvivenza e alla loro integrazione. Infatti, parafrasando le parole di Lejeune, non possiamo negare che il loro coinvolgimento sociale abbia un prezzo, tuttavia noi possiamo quantificare questo prezzo: è quello che la nostra società deve pagare per rimanere pienamente umana.

Lo stesso ragionamento, a parere di chi scrive, può essere applicato all’attualissimo tema dell’integrazione degli immigrati: l’appello all’humanitas della società, così semplice da essere quasi banale, è sufficiente a smontare le tesi che hanno trovato voce negli ambienti politici europei più xenofobi. Non c’è nessun motivo logicamente evidente per cui sia immediatamente conveniente accogliere i profughi: tuttavia, non possiamo non farlo, se non pagando un caro prezzo, la perdita della nostra piena umanità.

Fermo il valore pienamente umano dell’accoglienza e dell’integrazione sociale del più debole, si può osservare che in molti casi il prezzo complessivo di questi processi può essere in gran parte ammortizzato: se si creasse un ambiente sociale protetto che permettesse la realizzazione delle aspirazioni degli individui in via di integrazione, sarebbe facile ammortizzare i costi del loro coinvolgimento sociale e, sul lungo periodo, addirittura trasformare in profitto la spesa iniziale.

Nel caso della gestione sociale delle invalidità, è sufficiente prendere come esempio i numerosi casi già esistenti di coinvolgimento lavorativo degli invalidi, sia fisici sia mentali: numerosissime sono le imprese sociali che, per esempio, utilizzano il lavoro dei malati di trisomia 21. È chiaro che i profitti di queste aziende sono relativamente bassi, quindi lo sono anche i salari. Tuttavia, la presenza di queste forme imprenditoriali consente un maggior inserimento dei malati nella società, garantendone un più armonioso sviluppo della personalità, oltre ad ammortizzare la spesa economica delle loro cure sia per lo Stato sia per la famiglia.

Per quanto riguarda gli immigrati, invece, è perfino possibile un ragionamento economicamente fondato: infatti, l’aumento dell’immigrazione professionalmente qualificata – come è spesso quella proveniente da zone di guerra – è in grado di portare, nelle giuste condizioni socio-economiche, ad un significativo aumento della popolazione attiva dal punto di vista lavorativo. Questo aumento, secondo molti economisti, sarebbe estremamente benefico per tutte le economie europee: l’Europa, infatti, è un continente invecchiato, e lo sarà ancor più tra qualche decina d’anni. Tanto è vero che non si può immaginare che lo Stato sociale possa sopravvivere, soprattutto per quanto riguarda il sistema pensionistico, se non tramite un generoso impinguamento della popolazione attiva che, pagando i cosiddetti “contributi”, lo sostenga. Dunque, poiché è estremamente improbabile che i cittadini “di casa nostra” diano luogo ad un boom di nascite, probabilmente non resta che accogliere coloro che, costretti ad andarsene da “casa loro”, sono disposti a diventare risorse produttive fondamentali per la sopravvivenza del nostro e degli altri paesi europei. Chiaramente, per ottenere questo è necessario dare luogo a politiche di rapida integrazione: Germania docet.

Per concludere, è vero: l’integrazione ha un prezzo. Questo prezzo è alto. Tuttavia, noi possiamo quantificarlo in due modi: è il prezzo che la nostra società deve pagare per rimanere pienamente umana; ma è anche il prezzo che la nostra società deve pagare per rimanere integra e per non inginocchiarsi di fronte alla piaga dell’invecchiamento sociale. Forse, se vedessimo gli immigrati per quello che sono, l’integrazione sarebbe più facile: ebbene, sotto più di un punto di vista, gli immigrati sono la nostra salvezza.


La foto di copertina, che ritrae il dottor Lejeune nel suo studio, è tratta dal sito prweb.com.

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