Le origini del vino si collocano lontane nel tempo e nello spazio. Le prime testimonianze di coltivazione della vite si hanno nelle regioni degli attuali stati di Georgia e Armenia e si datano al Neolitico. Per avere le prove effettive della produzione e del consumo di vino bisogna però aspettare il IV-III millennio a.C. e spostarsi più a Sud, nell’area nella mezzaluna fertile. Resti di tini, torchi e anfore vinarie, nonché alcuni passi del poema epico di Gilgamesh, hanno portato gli studiosi a collocare in questi luoghi e a quest’altezza cronologica l’invenzione di questa bevanda destinata ad ottenere un enorme successo. Risale al II millennio a.C. la pittura murale della tomba di Nakht della necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna (I) che illustra le varie fasi della vinificazione nell’antico Egitto e testimonia l’utilizzo del sistema di coltivazione “a pergola” e l’uso di anfore sigillate con argilla per la fermentazione ed il trasporto. Una svolta a livello sia qualitativo sia quantitativo si verifica in Grecia, dove il vino, perfezionato attraverso tecniche produttive all’avanguardia, diventa una merce preziosa che ben presto verrà esportata in tutto il Mediterraneo attraverso l’intensa spinta di colonizzazione che caratterizzerà l’VIII secolo a.C., mettendo forti radici in Italia, dove, oltre ai Greci, anche gli Etruschi, presso i quali è attestato a partire dal VII secolo a.C., ne contribuirono alla diffusione.

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(I)

Il fenomeno di fermentazione del vino veniva visto dagli antichi come una prodigiosa metamorfosi e perciò essi lo attribuirono all’intervento divino. Gli Egizi ne ritenevano l’inventore Osiride, gli Ebrei invece credevano che il primo uomo a coltivare la vite per ottenere dai suoi frutti il dolce nettare fosse stato Noè. Per i Greci colui che lo inventò fu Dioniso, figlio di Zeus e della mortale Selene, il quale ne fece dono a Icario, un suo devoto fedele. Questa divinità fu oggetto di culto anche presso gli Etruschi col nome di Fufluns e col nome di Bacco presso i latini (all’origine di questo culto sta probabilmente l’antica divinità Liber). Sempre i Romani credevano che fosse stato Saturno a concedere questa bevanda agli uomini.

Non tutti ebbero accesso sin dall’inizio al vino. In Mesopotamia questo prodotto era riservato solo all’aristocrazia e il suo consumo limitato ai riti e alle cerimonie religiose. Situazione non dissimile si verificava in Egitto, dopo la maggior parte della popolazione beveva birra di orzo. In Grecia solo agli uomini adulti era concesso bere vino e solo in particolari situazioni. L’occasione principale in cui berlo era permesso, anzi fondamentale, era il simposio, dove quest’atto si caricava di una forte valenza mistica e sacrale. Anche a Roma solo chi avesse raggiunto la maggiore età poteva bere vino e sempre con moderazione. Come è facile intuire, almeno in età repubblicana, alla donna era vietato bere ed esistevano persino lo ius osculi, diritto di bacio, secondo il quale l’uomo poteva baciare sulla bocca le donne della famiglia per sincerarsi che nessuna avesse bevuto. Qualora una donna fosse stata colta in fallo, poteva subire le punizioni più severe, dalle bastonate al divorzio, e persino la morte.

Il processo produttivo non differiva molto dall’attuale e preziosa per la sua ricostruzione è la testimonianza di Plinio, che dedica all’argomento un libro della sua “Naturalis Historia”. I Romani, dopo aver raccolto l’uva, la deponevano in una vasca detta lacus vinaria, dove veniva pigiata. Quando il mosto si separava dalle vinacce, queste ultime venivano prese e torchiate, poi tutto il mosto ottenuto veniva spostato in una seconda vasca dove subiva una fermentazione di circa una settimana. Il vino veniva infine versato in grandi doli dove proseguiva la fermentazione. I vini più pregiati e quelli destinati al commercio venivano collocati in anfore di varie dimensioni, aventi una tipica forma a punta che ne permetteva lo stoccaggio nelle stive delle navi.

Il vino non veniva mai consumato puro, pratica attribuita ai barbari, ma sempre diluito con acqua ed arricchito con spezie, foglie di rosa (rosatum), miele (mulsum) o resina. Ciò aveva una doppia funzione: ridurre l’elevata gradazione alcolica e rimediare al gusto non sempre ottimo dovuto ad una tecnica di produzione non ancora perfetta. Talvolta si aggiungeva anche acqua di mare che si credeva permettesse di evitare il mal di testa del giorno dopo. Alla mescolanza era preposta una specifica figura, il simposiarca in ambito greco e il magister bibendum o rex convivii in ambiente romano, il cui compito era di diluire in grandi crateri una giusta misura di vino in una precisa misura d’acqua. Le proporzioni più comuni erano quella a cinque (tre parti d’acqua e due di vino) e quella a tre (due parti d’acqua e una di vino).

A Roma, a differenza delle altre culture del mondo antico, il vino non era una bevanda per pochi eletti, ma tutti potevano consumarlo. I luoghi predisposti erano le tabernae, osterie poste agli angoli delle strade dove era possibile gustare ad un prezzo modesto, circa 3 assi, un bicchiere di vino e accompagnarlo con focacce dolci, formaggi, frutta e verdure. Nelle tabernae i vari tipi di vino, dei quali il più rinomato era il Falerno, erano contenuti in grandi orci murati all’interno di una sorta di bancone in muratura, sul quale si poteva trovare anche un piccolo fornello per scaldare il vino d’inverno.

Durante i banchetti si era soliti fare dei brindisi in onore di persone presenti a tavola o anche assenti. Particolare era il brindisi in onore della donna amata, il quale prevedeva di bere tante volte quante erano le lettere che ne componevano il nome.

Un’ultima importante pratica, comune nel mondo antico, che ha avuto seguito anche nella farmacopea dei secoli successivi, arrivando sino alle soglie dell’era moderna, è stata l’applicazione in campo medico del vino, che veniva bevuto o spalmato sul corpo e cui si attribuirono di volta in volta le più varie proprietà medicamentose, delle quali ci dà testimonianza il “Corpus Hippocraticum”, che contiene gran parte delle conoscenze mediche del mondo antico.

Oggi, dopo tanti secoli, nonostante tutte le trasformazioni sociali e culturali che si sono susseguite, l’antico nettare degli dei resta ancora un prodotto in continua evoluzione ed immancabile sulle nostre tavole, specie quando si è in compagnia o si vuole festeggiare.


L’immagine di copertina è tratta dalle pitture parietali di Pompei conservate presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (79 d.C.)

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