Molti sono stati i pareri, positivi e negativi, spesso infondati, espressi nel corso degli ultimi mesi riguardo EXPO Milano 2015: questi riguardavano le sue possibilità di successo o fallimento, il coinvolgimento secondo molti ingiustificato delle multinazionali, il vantaggio o lo svantaggio economico che questo evento avrebbe portato all’Italia. Tristemente, però, pochi tra questi giudizi – positivi o negativi che fossero – si fondavano sulla reale conoscenza del significato che le esposizioni universali si prefiggono. Dunque, per questa mia riflessione, ho scelto di partire dal primo comma del primo articolo della Convenzione sulle Esposizioni Internazionali, firmata a Parigi nel 1928 e poi più volte emendata negli anni successivi:

Un’esposizione è una mostra che, qualsiasi sia il suo titolo, ha come scopo principale l’istruzione del pubblico: può presentare i mezzi a disposizione dell’uomo per venire incontro ai bisogni della civilizzazione, o dimostrare i progressi raggiunti in una o più aree dell’attività umana, o mostrare le prospettive per il futuro.

Appare evidente che il compito delle esposizioni è arduo, in quanto devono istruire senza annoiare, per di più in una società sottoposta a stimoli incessanti: infatti, essendo economicamente dipendenti per lo più dal finanziamento del pubblico, non possono permettersi di deluderne le aspettative. Da questo punto di vista, è già opportuno notare che i finanziamenti pubblici (concessi dallo Stato) e privati (dati dagli sponsor) rappresentano un mezzo di parziale emancipazione dalla schiavitù nei confronti del biglietto venduto. Per fare un esempio, ormai le probabilità che Expo 2015 termini con un bilancio in negativo sono sempre maggiori: ciò significa che non riuscirà a vendere una quantità di biglietti sufficienti a coprire autonomamente le proprie spese; non significa però che sarà stato un fallimento. I buchi di bilancio saranno probabilmente coperti dai contributi pubblici e privati – in particolare dalle imprese locali, che, a vario titolo, hanno avuto un grande ritorno economico dall’ondata di persone che Expo 2015 ha dirottato verso Milano. In questo senso, è difficile vedere negativamente la partecipazione di privati a Expo, perché è anche grazie a loro che si illumina per sei mesi l’Albero della Vita: Coldiretti, Pirelli e Orgoglio Brescia lo hanno finanziato direttamente; Enel lo alimenta fornendo energia a tutto l’EXPO (che, per la cronaca, ha un consumo giornaliero di circa 170.000 kWh).

Anche il coinvolgimento delle multinazionali non può essere criticato unilateralmente: esse sono, dopotutto, importanti protagonisti nel campo dell’alimentazione a livello mondiale. Negarlo sarebbe da ipocriti, come lo sarebbe rifiutare loro un posto a questa Expo. La prova? I padiglioni Coca Cola e McDonald’s sono, tra i padiglioni non nazionali, quelli con le code maggiori. Inoltre, il tema di Expo 2015 non è “Come idealmente dovrebbe essere nutrito il pianeta”, ma semplicemente “Nutrire il pianeta”: quindi, recuperando l’articolo 1, comprende sia i mezzi attuali – rappresentati anche da Coca Cola e McDonald’s – , sia le prospettive future – rappresentate per esempio da Slow Food e da altre forme di nutrizione più salutari ed “etiche”. Inoltre, anche i padiglioni delle aziende private – multinazionali e non – hanno svolto il ruolo istruttivo loro richiesto, forse non a livelli eccellenti, ma ad un livello certamente paragonabile a quello di molti altri padiglioni nazionali.

Effettivamente, un elemento a sfavore di Expo 2015 è stato quello di non essere stato in grado di svolgere un’azione istruttiva di ampio respiro sul tema principale, quello dell’alimentazione: pochi padiglioni si focalizzano esclusivamente sull’argomento e, a dirla tutta, sono spesso tra i più noiosi. La maggior parte dei padiglioni ha inserito, in maniera quasi forzata, alcuni riferimenti al campo alimentare – spesso legati anche alla produzione, cioè all’economia – all’interno di percorsi multimediali e interattivi molto adatti a divertire, abbastanza adatti a pubblicizzare il turismo nazionale, poco adatti ad istruire. In quasi ogni padiglione è presente almeno un video, mentre i proiettori e gli schermi LED sono i mezzi tecnici più diffusi: in alcuni casi si arriva perfino al cinema 3D (Polonia) o 4D (Kazakistan). A proposito di quest’ultimo, bisogna segnalare che nel complesso la visita al padiglione è di certo molto piacevole: tuttavia, quando si esce, si ricorda esclusivamente che Astana, la capitale del paese, sarà la sede di Expo 2017. Ah sì, anche che il latte di cavalla è bevanda nazionale, ma questo sembra quasi secondario. D’altronde, il Kazakistan non è solo: anche gli Emirati Arabi Uniti, pur presentando un percorso iniziale molto interessante, lasciano il meglio alla fine, presentando l’EXPO 2020 Dubai.

Il tema, dunque, è quello iniziale: è difficile istruire e divertire allo stesso tempo, tanto che molto spesso le nazioni hanno optato per il solo divertimento. Anche il Giappone, che ha uno dei più amati padiglioni di tutta l’esposizione, pur offrendo un’esperienza molto accattivante, non riesce a trasmettere grandi informazioni: infatti, il troppo divertimento sembra offuscare le capacità di apprendimento, in quanto nel tempo limitato che si ha a disposizione si preferisce godere dell’esperienza più che delle informazioni che essa veicola.

D’altro canto, l’Esposizione Universale può essere comunque molto istruttiva: non solo permette di incontrare persone di altre nazionalità, culture ed etnie, ma rivela anche le immagini che le nazioni vogliono mostrare al resto del mondo. Per esempio, si impara (o si rimembra, cosa che socraticamente è equivalente???) che non esistono Corea del Nord e Corea del Sud, che sono un’invenzione occidentale: esistono una Repubblica Popolare Democratica (sic!) di Corea e una Repubblica di Corea, ed entrambe si presentano come la sola vera Corea. A questa opposizione, che si evidenzia anche a livello della localizzazione geografica dei padiglioni ai poli del Decumano, si affianca quella di Israele e Palestina: se da un lato si può apprezzare la decenza israeliana di non fare riferimento ai “territori occupati” nel presentarsi al mondo, dall’altro si osserva il coraggio della Palestina di esporre un cartello contro l’occupazione israeliana. Tuttavia, quest’ultimo è offuscato dalla scarsa personalità con cui la Palestina – ufficialmente riconosciuta come nazione da Expo 2015, che le ha concesso un National Day il 19 settembre – si mette in mostra, sembrando mirare esclusivamente ad accattivarsi l’Occidente: non è strano che una nazione con larga prevalenza di fedeli islamici riempia il suo piccolo padiglione solo di crocefissi, rosari e natività lignei in vendita?

In conclusione, se anche l’Expo 2015 non è totalmente all’altezza del suo tema, non si può dire che visitarlo sia una perdita di tempo. Nonostante tutto, si entra in contatto con gli spiriti di molte nazioni, oltre che, chiaramente, con le loro multiformi cucine, assaporabili nei ristoranti presenti nei padiglioni degli Stati più ricchi. In effetti, è importante ricordare che essi hanno dei padiglioni indipendenti, affacciati su porzioni di decumano con dimensione uguale per tutti e poi sviluppati secondo diverse dimensioni posteriormente. Al contrario, gli Stati troppo poveri (tra cui la Repubblica Popolare Democratica di Corea e la Palestina) per avere un proprio padiglione sono stati raggruppati in piccoli agglomerati (clusters) in base alla tipologia dei loro prodotti alimentari. Attraverso queste strategie si è garantita la stessa visibilità a tutti i padiglioni, indipendentemente dalle dimensioni effettive, e si è data a tutte le Nazioni la possibilità di essere rappresentate a Expo: almeno questo sforzo di equità politica deve essere riconosciuto come successo di Expo!


L’immagine di copertina rappresenta l’Albero della Vita, simbolo di EXPO, illuminato con giochi di luce.

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