Le intolleranze alimentari sono un disturbo largamente diffuso, e comprendono un’ampia varietà di sintomi. Al contrario delle allergie, non hanno una vera e propria causa unificante: vengono classificati con questo termine casi che vanno dalla nonnina che evita le zucchine perché secondo lei le danno fastidio alla persona che, se mangia una merendina da frigo, non esce dal bagno per due giorni. Si tratta insomma di un umbrella term, che raccoglie sotto di sé una grande varietà di disturbi dalle meccaniche spesso non chiare. Quella che prenderemo in considerazione in questo articolo è una delle poche che si conoscono con una certa chiarezza: l’intolleranza al lattosio.

Il lattosio è uno zucchero contenuto quasi esclusivamente nel latte. È un disaccaride, ovvero è formato dall’unione di due molecole di zuccheri più piccoli: glucosio e galattosio. Questi ultimi sono facilmente utilizzabili dall’organismo umano, ma non il loro progenitore, che deve essere prima scisso nelle sue componenti per poter essere assimilato correttamente.

Questo compito fondamentale è svolto dall’enzima lattasi, una molecola normalmente sintetizzata dai cuccioli di mammifero, ma di cui di solito viene persa la capacità di produzione con il raggiungimento dell’età adulta. Se il lattosio non viene digerito correttamente, arriva fino al colon, dove diventa un ghiotto nutrimento per i batteri della flora intestinale, i quali producono come scarto acidi grassi e una certa quantità di gas, tra i quali l’idrogeno (H2), che si espande nell’organismo fino ai polmoni, pronto per essere catturato dai medici durante un breath test (lett. “analisi del respiro”), metodo affidabile e non invasivo per verificare la presenza di questa intolleranza. Inoltre, il lattosio tende ad accumularsi e a richiamare, per osmosi, acqua all’interno dell’intestino, causa di diarrea e altri spiacevoli sintomi.

Dati genetici e archeologici suggeriscono che anche l’homo sapiens sapiens, almeno fino a poche migliaia di anni fa, perdesse la lattasi durante la crescita. Infatti ancora oggi solo il 35% degli esseri umani riesce a bere il latte senza problemi, mentre il restante 65% è intollerante, anche se questi numeri possono sembrare strani a noi europei. Viviamo infatti in una zona dove le proporzioni sono ribaltate: in Europa la percentuale di persone lattosio-tolleranti è in media molto più alta e va dal 15% della Sardegna all’ 89-96% in Scandinavia e nelle isole britanniche, con un evidente aumento graduale da sud-est a nord-ovest lungo il continente. Il merito di questa caratteristica osservabile (in biologia detta fenotipo) è stata attribuita a un unico gene, presente nel nostro cromosoma 2. Questa scoperta nel campo della genetica ha reso possibile studi archeologici specifici che verificassero direttamente se i nostri antenati potessero bere latte, integrabili con i ritrovamenti di tracce del grasso del latte su alcuni vasi di coccio appartenenti a insediamenti umani presenti nel nostro continente fin dal neolitico.

I risultati sono stati sorprendenti: pare, infatti, che la mutazione responsabile della tolleranza del lattosio da adulti si sia diffusa non prima di 10.000 anni fa. Questo intervallo di tempo a noi può sembrare lungo, ma per l’evoluzionismo è breve come un battito di ciglia. La teoria dell’evoluzione si basa sul concetto di selezione naturale, ovvero la maggiore probabilità di sopravvivere e fare figli che hanno gli individui più adatti all’ambiente.

Quando ci si trova davanti a un cambiamento della popolazione così repentino a favore di una certa caratteristica bisogna quindi cercare di individuare il vantaggio che quel fenotipo porta agli individui che lo posseggono. In questo caso possiamo appellarci alle nostre conoscenze storiche. 10.000 anni fa, infatti, le abitudini dell’umanità stavano cambiando radicalmente: i primi gruppi nomadi dediti a caccia e raccolta diventarono stanziali, grazie all’invenzione di agricoltura e allevamento, attività che permisero di procurarsi cibo abbondante in maniera più regolare e continuativa e di sfruttare risorse prima impossibili da reperire, come, appunto, il latte bovino, ovino e caprino.

La possibilità di disporre di questa fonte ulteriore di cibo aumentò a dismisura la probabilità di sopravvivenza degli individui capaci di digerire il latte anche da adulti e quindi quella di trasmettere questo gene alla discendenza. Ci sono varie ipotesi sul perché questa spinta evolutiva sia stata così forte, in parte basate sul fatto che, almeno in Europa, la percentuale di tolleranti al lattosio è particolarmente alta al nord rispetto al sud. Ad esempio, il latte contiene vitamina D, sintetizzata più difficilmente dal nostro organismo in luoghi dove ci sono meno ore di luce solare, eppure questa mutazione è preponderante anche presso alcune popolazioni africane, come ad esempio i Beduini (76%), o i Tutsi (92%) del Ruanda. In quest’ultimo caso si è pensato che il vantaggio derivasse dalla possibilità di bere un liquido nutriente e relativamente poco contaminato in paesi caldi dove l’acqua potabile scarseggia.

In definitiva, la causa non è sicura e probabilmente non è neanche una sola. Di certo le popolazioni che presentano questo gene sono solo quelle dove la pastorizia è un’attività antica e radicata, e ciò porta a riflettere: siamo abituati a pensare che l’ambiente al quale si riferisce il termine “selezione naturale” sia qualcosa di esterno all’uomo e alla società, ma in realtà si tratta del contesto in cui viviamo nel suo insieme: la cultura dalla quale proveniamo ci influenza, anche geneticamente. Pensiamoci, la prossima volta che berremo una tazza di latte.


Consigli per l’approfondimento:

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/11/22/darwin-e-linnaturalita-del-bere-latte/

http://www.ucl.ac.uk/mace-lab/resources/glad

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