Il sesso può diventare un’ossessione, una droga, follia. Spesso nell’arte si ricacciano, sfrontati e violenti, gli spettri dell’esistenza, le paure, anche i sottili godimenti. Le nascoste manie si riflettono, come su uno specchio grottesco e deformante, sull’opera artistica. L’artista non è mai uno, d’artista sono anche gli sguardi molteplici, carichi di passioni e turbamenti, di chi si avvicina all’Opera, unico centro dell’universo. Intorno ad essa, le ossessioni di ognuno ruotano vorticose, concedendo solo l’attesa per un altro fermento. Beninteso, l’arte non è catarsi, come qualcuno crede, al contrario suscita il tremendo che abita in ognuno e non ce ne libera, ma lo amplifica. Questo è meraviglioso.

 Allo stesso modo, Christina Rossetti, nel suo poemetto Goblin Market (Mercato dei Folletti) del 1862,[1] riversa tutte le ansie del suo tempo. L’età Vittoriana è un crogiolo di pulsioni irrefrenabili: tanto più esse sono taciute e nascoste, quanto più irrompono frenetiche. Così in Goblin Market, l’autrice cela in un racconto per l’infanzia, come è d’uso spesso, un erotismo conturbante, violento, cristologico. Il cibo è un elemento ricorrente e viene espresso nella forma di piccoli frutti che rievocano la mela biblica. Il legame fra cibo e sesso è stretto: il frutto misterioso e proibito diventa metafora del membro maschile. Coglierlo significa rinunciare all’innocenza ed entrare nel mondo degli adulti.

Due sorelle, Laura e Lizzie, strette da un amore tutt’altro che sororale, in cui la critica femminista ha visto l’apoteosi del saffismo, in un bosco al tramonto s’imbattono nel mercato dei folletti. I folletti sono uomini, piccoli ed ob-sceni, che vendono la loro frutta proibita. Sia chiaro, non vogliono in cambio del denaro, bensì un ricciolo d’oro che prontamente Laura si recide e con il quale paga insieme a una lacrima più rara di una perla.

“Buy from us with a golden curl.”

She clipped a precious golden lock,

She dropped a tear more rare than pearl

Di mutilazioni femminili come questa ne son piene le fiabe, da Ariel la sirenetta, a cui è tagliata la lingua, alle sorellastre di Cenerentola che si amputano i piedi, ed il fine è sempre lo stesso: avere accesso alla sessualità. Le fiabe, espressione dell’inconscio collettivo, comunicano l’habitus di una società, in particolare soffermandosi sul rituale passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Le mutilazioni femminili, sublimate nel racconto popolare, raccontano di pratiche di iniziazione sessuale condivise dalla collettività: una ragazza per poter accedere alla sessualità deve cedere una parte del suo corpo, o meglio cederlo completamente. Il corpo non le appartiene più. Il possesso è prerogativa maschile: la donna-oggetto passerà dal dominio paterno a quello del marito, in continuità. Anche il racconto evangelico ne è testimonianza: la Vergine Maria è l’unica donna consacrata, perché appunto non legata ad alcun uomo dal vincolo sessuale. Tuttavia, il suo corpo, dopo l’annunciazione, rimane proprietà assoluta di Dio Padre che ne dispone come oggetto-incubatrice.

Alla fine Laura corona il suo sogno sessuale, raggiungendo l’amplesso dopo aver riempito la bocca di frutti succosi. Lizzie, più timorosa, non cede alle lusinghe degli uomini-folletto e per questo si salva. La sorella, infatti, dopo poco s’ammala, quasi muore. Soltanto rinnovare l’esperienza nel bosco potrebbe salvarla, ma oramai la foresta per lei è diventata uno spazio vuoto: sono scomparsi i frutti e i folletti. Persa la verginità, il suo mondo immaginifico fatto di finzioni e paure, di morbosità e turbe adolescenziali, è finito per sempre. Laura si ammala, deve ritornare nel bosco e rincontrare i folletti. La malattia si manifesta nella forma della crisi d’astinenza. Il sesso agisce come una droga sul corpo della ragazza.

Day after day, night after night,

Laura kept watch in vain

In sullen silence of exceeding pain.

She never caught again the goblin cry:

“Come buy, come buy;”—

She never spied the goblin men

Hawking their fruits along the glen:

But when the noon waxed bright

Her hair grew thin and grey;

She dwindled, as the fair full moon doth turn

To swift decay and burn

Her fire away.

Soltanto Lizzie, ancora vergine, può salvare la sorella. Ritorna nel bosco, dove incontra i soliti folletti e la solita frutta proibita. Vuol pagare con una moneta per avere un po’ di quella frutta da dare alla sorella malata, ma i folletti si ribellano: non con il denaro si compra quel frutto e solo chi viene nel bosco può ottenerlo. Gli uomini-folletto assalgono la povera fanciulla e violentemente tentano di stuprarla spingendo nelle bocca la frutta. Lizzie però resiste, serra le labbra, non si lascia penetrare, e rimane zuppa sul viso e sul corpo di tutti i succhi zuccherini. Corre a casa da Laura e le offre il corpo cosparso di succo salvifico.

“Did you miss me?

Come and kiss me.

Never mind my bruises,

Hug me, kiss me, suck my juices

Squeezed from goblin fruits for you,

Goblin pulp and goblin dew.

Eat me, drink me, love me;

Laura, make much of me

Come Cristo nell’ultima cena, Lizzie si rivolge alla sorella e lascia che sorbisca tutti quei liquidi dal suo corpo affinché si salvi, in un cunnilingus saffico. Laura è salva. Il cibo ancora una volta si lega al sesso e al sacro. Qui l’autrice richiama mirabilmente il passo evangelico dell’istituzione del rito eucaristico. Non è un caso: nutrirsi del corpo e del sangue consacrati è un atto che permette la comunione con Dio e riscatta dal peccato originale.

Nell’ultima strofe del poemetto le due sorelle, ormai adulte e sposate, raccontano, allo stesso modo del marinaio di Coleridge, alle proprie figlie questa storia, mettendole in guardia dai pericoli del mercato dei folletti ed esaltando l’amore sororale.


[1] Il poemetto completo si trova su Wikisource all’indirizzo https://en.wikisource.org/wiki/Goblin_Market_and_Other_Poems_(1862)/Goblin_Market


L’immagine di copertina è un’opera di James Jean.

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