Amanti! Miserere,

miserere di questa mia giocosa

aridità di chimere!

(Guido Gozzano, “Paolo e Virginia,” vv. 167-9)

 

Premessa: il cannibalismo culturale

In questo articolo si discuterà di letteratura cannibalica in riferimento ai testi poetici di Guido Gozzano e alle metafore relative al cibo che si trovano sparse nella sua opera. Qui per letteratura cannibalica non s’intende quella corrente di scrittori italiani degli anni novanta del secolo scorso, tra cui Tiziano Scarpa, Niccolò Ammaniti e Aldo Nove, che rientrano nel genere pulp, ma a un preciso movimento letterario e culturale sviluppatosi soprattutto in Brasile sul finire degli anni venti e che è stato scaturigine del modernismo sudamericano e fondamento della letteratura post-coloniale.

L’aggettivo cannibalico associato al termine letteratura fa la sua prima apparizione, dirompente e minacciosa, esattamente nel maggio del 1928 a San Paolo sul primo numero della Revista de Antropofagia, la rivista culturale diretta da Alcantara Machado e Raul Bopp, in un manifesto modernista a firma del famoso poeta brasiliano Oswald De Andrade. Il Manifesto Antropofago ebbe un effetto deflagrante nella letteratura brasiliana e non solo. L’intento di De Andrade era di affermare l’indipendenza culturale del Brasile rispetto ai modelli importati dal vecchio continente attraverso un’operazione di assimilazione e digestione dei paradigmi culturali occidentali e l’istituzione di un’identità nazionale eclettica e originale. Come chiarisce Leslie Bary, De Andrade ha associato alla ricerca di un’identità nazionale il suo progetto estetico modernista.

Da qui nasce l’esigenza di alcuni scrittori post-modernisti di rimasticare, digerire e riprodurre temi, ideologie e stili del passato deformandoli con esiti ironico-grotteschi e in aperta contrapposizione al modernismo e all’avanguardismo. Cade il mito dell’Opera che nella sua riproduzione meccanica perde di autenticità, muore l’idea lineare di progresso portata ai suoi estremi dalle avanguardie storiche e lo sperimentalismo modernista varca il limite stesso del linguaggio. Col modernismo tutto può essere detto, tutto può diventare letteratura; basta l’intentio auctoris, o meglio l’intentio operis, quando l’Opera era ancora caricata di un’auralità oggi perduta. Oggi, invece, non è rimasto più nulla da scrivere, sostengono i fautori del post-modernismo. Eppure c’è chi scrive ancora e tanto.

Partendo dalle osservazioni sulla plurivocità di Bachtin prima e sull’intertestualità di Julia Kristeva poi, i post-modernisti esibiscono un’ossessione citazionista che non può più ricadere nelle vecchie categorie dell’influenza o dello studio della tradizione. Il passato letterario è rimasticato fino allo spasmo, diviene poltiglia, si fa bolo, è digerito, deformato, plasmato da stomaci coriacei e smontato pezzo per pezzo da enzimi nuovi che derivano dalla cultura popolare, dalla controcultura, da tutto ciò che sta fuori dal concetto accademico di letteratura. Il prodotto finale, come la Merda d’artista di Piero Manzoni, è un pastiche ironico e irriverente, che decostruisce gli schemi culturali riconosciuti dimostrandone l’inefficacia. È il barocco letterario che sfocia in manierismo. Il primo nelle arti visive a cogliere i frutti di questo rinnovamento è Andy Warhol, con i duplicati ridondanti e la predilezione per il pop, la pubblicità, “le buone cose di pessimo gusto” avrebbe detto Guido Gozzano. In letteratura forse la beat generation esprime per prima quest’angoscia post-moderna, contaminandosi con la musica, le arti visive, i movimenti giovanili.

Se il post-modernismo in Occidente si manifesta come angoscia, come psicosi, come ansia dell’eterno ritorno e insofferenza nei confronti di una cultura percepita al tramonto; nei paesi considerati post-coloniali (India, Caraibi, Sud-America, eccetera) esso si esprime con la vitalità e l’entusiasmo di una classe intellettuale che ha messo al centro del discorso critico i subalterni, gli sconfitti, i discendenti di culture colonizzate e cancellate dall’eurocentrismo (Aimé Césaire, Frantz Fanon, Edward Saïd, Gayatri Chakravorty Spivak, eccetera).

Gozzano: un post-modernista ante-litteram

Guido Gozzano è un poeta tutt’altro che crepuscolare, se per crepuscolare intendiamo una poesia languida, molle, sottotono, inconsistente. Il suo studio sul linguaggio e sull’idea stessa di poetico e letterario è originale e anticipatorio dei fenomeni culturali che abbiamo rapidamente esaminato. Secondo Giusi Baldissone, il poeta torinese inaugura “una poesia di puro metalinguaggio” anticipando una riflessione sulla letteratura che sarà centrale nella seconda metà del Novecento, ben quarant’anni dopo la sua prematura scomparsa.

Il manierismo letterario di Gozzano si manifesta nella sua attenzione costante alla letteratura, spogliata del suo elemento aulico e ricondotta alla quotidianità prosaica, quasi basso-corporale. La realtà provoca solo disagio e alienazione, essa ha senso e valore soltanto nella sua rappresentazione. Dunque quella gozzaniana è una poesia che parla di se stessa, ma senza esaltarsi, quasi riducendo il testo letterario a mero oggetto d’uso quotidiano.

Gozzano parla sempre di letteratura, del fare letteratura. Tutta la sua poesia, in particolare, è un discorso sulla poesia, sui poeti, sulla rappresentazione della realtà in genere. È l’inaugurazione di una poesia di puro metalinguaggio. (Giusi Baldissone, “Introduzione” in G. Gozzano, Opere, p. 11)

Fra letteratura e realtà non c’è continuità. Si tratta di due sfere distinte che provocano nell’autore diverso disagio esistenziale. Si squaderna il mondo, da una parte, “quella cosa tutta piena/ di lotte e commerci turbinosi” con la sua forza respingente ed attraente allo stesso tempo; dall’altra parte c’è “la fede letteraria/ che fa la vita simile alla morte,” è la sfera in cui il poeta si colloca a malincuore, consapevole del dramma esistenziale di chi vive in un mondo di rappresentazione. Consapevolezza che non aveva avuto D’Annunzio.

Anche l’impasto poderoso di scritture diverse nel tempo e nello spazio (da Dante a Pascoli, da D’Annunzio a Petrarca, da Baudelaire a Zola) rappresenta un punto chiave del manierismo gozzaniano. Il pastiche letterario costruito dalla poesie di Gozzano va oltre l’idea di semplice emulazione o influenza. La citazione in Gozzano è sempre ironica, parodica, critica, spesso con connessioni effimere o volutamente stridenti. Queste scelte anticipano un’atmosfera che sarà propria della letteratura cannibalica prima e del post-modernismo poi. Gozzano è quindi un cannibalico ante-litteram in quanto si nutre di letteratura e la rigetta in modo ironico, unendo l’aulico al prosaico, in pastiche arditi e originali.

Alcune poesie esemplificative di questa tendenza sono I colloqui, Elogio degli amori ancillari, La signora Felicita, Totò Merùmeni, Dante, L’amante delle crisalidi, L’esortazione, eccetera. Una poesia in particolare, tratta da una pubblicazione giovanile, è un esempio perfetto per descrivere l’attitudine cannibalica di Gozzano. Si tratta de L’Esortazione il cui sottotitolo “Leggendo Dante,” nonché le due citazioni in epigrafe, la prima dal canto XII del Purgatorio di Dante e la seconda da Le vergini delle Rocce di D’Annunzio, sono indice di un’interessante operazione di pastiche e sovrapposizione stilistica.

L’ESORTAZIONE

(Leggendo Dante)

 

Di pari come buoi che vano a giogo

M’andava io con quell’anima carca

Finché s’offerse il dolce Pedagogo.

(Dante, Purg. XII)

Io credeva di essere per trasfigurarmi

e di diventare un Dio.

(Gabriele D’Annunzio, Le Vergini delle Rocce)

 

«Di pari come buoi che vanno a giogo

M’andava io con quell’anima carca

Finché s’offerse il dolce Pedagogo»

Il pedagogo ch’ogni pena scarca.

 

Diss’io: Maestro, l’anima mia affogo

Nel putridume che l’etade incarca,

Or ecco che alla mano tua m’aggiogo

E con fidanza l’anima s’imbarca.

 

Diss’ei: Convien però ben che tu lascie

Li rozzi rimator del secol rio,

Poeti da mercanti e di bagascie.

 

Alza l’orgoglio e un giorno tu com’io

Surgerai sopra dell’umane ambascie

E piú che uomo simile ad un Dio.

La doppia citazione qui è tutt’altro che ingenua o casuale, nonostante la giovane età del poeta. Si tratta di un gioco di rimandi letterari ardito: da una parte c’è Dante, il padre della Poesia con cui Gozzano, appena ventenne, s’identifica; dall’altra la forza innovatrice di D’Annunzio la cui influenza sul poeta e sulla tradizione letteraria italiana del Novecento sarà grandissima.

Da questa rapida disamina, che vuole essere uno spunto per ulteriori e più approfondite riflessioni, si evince quanto il poeta del crepuscolarismo abbia precorso i tempi. Certo affermare che Guido Gozzano sia un post-modernista è probabilmente una provocazione. Tuttavia, forse è un errore anche credere che il postmodernismo appartenga ad una categoria diversa rispetto al modernismo e non vederlo come una sua prosecuzione.

Conclusione: Dolci rime

Ritornando al tema principale di quest’articolo, ovvero il cannibalismo letterario, voglio ricordare, in chiusura, alcuni riferimenti al cibo e all’alimentazione presenti nelle poesie di Gozzano che svelano, fuor di metafora, la sua attenzione per questi aspetti prosastici della vita. Specialmente alcune opere giovanili, come Le golose, L’ipotesi e Dolci rime, si sviluppano intorno a questo tema. In Dolci rime è chiara l’associazione letteratura-cibo. La poesia, dedicata a Luisa Giusti e pubblicata sul Corriere dei Piccoli il 5 ottobre 1913, serve al poeta per spiegare a una bimba che gli chiede “- Dammi una poesia! -/ così come un confetto” che cosa è un sonetto e la sua struttura sillabica e ritmica attraverso dei “dischi di cioccolato.” Il risultato è una deliziosa filastrocca: una poesia tutta da mangiare.

Due volte quattro metti

undici dischi in fila

(già dolce si profila

sonetto dei sonetti).

 

Due volte tre componi

undici dischi alfine

(compiute in versi “buoni”

quartine ecco e terzine).

 

Color vari di rime

(tu ridi e n’hai ben onde)

poni: terze e seconde

concordi, ultime e prime.

 

Molto noioso? O quanto

noioso più se fatto

di sillabe soltanto

e non di cioccolatto!

 

Di qui potrai vedere

la mia tristezza immensa:

piccola amica, pensa

che questo è il mio mestiere!

(G. Gozzano, “Dolci rime,” vv. 21-40)


 

Per approfondire si vedano

 

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