Negli USA l’inflazione latita mentre al contrario l’occupazione mostra buoni segnali, la Cina è in crisi eppure cresce del 7%, in Europa forse inizierà la ripresa ma la disoccupazione italiana è ancora sopra il 10%. Churchill diceva che quando parlava con due economisti sentiva sempre due pareri diversi, a meno che uno non fosse il famoso Keynes perché allora ne sentiva tre. Buon vecchio Churchill! A volte in effetti le discussioni economiche possono risultare poco chiare per un non addetto ai lavori. I temi trattati sono però di grande interesse per tutti ed il presente articolo si propone di spiegare alcuni rudimenti della situazione economica mondiale. In sostanza la domanda su cui concentreremo la nostra attenzione è: la crisi economica del 2008 è finita?

La risposta più sincera è che non si sa, però ricamarci un po’ sopra è d’obbligo. Innanzi tutto la situazione dell’economia varia molto a seconda dell’area considerata. Negli USA pare che la situazione dell’economia reale sia abbastanza buona. Il tasso di disoccupazione è del 5,1%, cioè molto basso, e il PIL, sebbene qualche sobbalzo dovuto a motivi stagionali, cresce a ritmi superiori al 2%. D’altro canto l’inflazione è ancora lontana dal livello del 2%, generalmente ritenuto quello più indicato per una crescita sana, ed alcuni indicatori suggeriscono che l’economia non sia completamente solida. In sintesi la ripresa economica, seppure già ad un buon livello, non è ancora perfettamente consolidata.

Uno dei fattori più rilevanti della ripartenza americana è stato lo stimolo monetario della FED, la banca centrale statunitense. Questa istituzione ha “stampato” denaro a ritmi molto sostenuti attraverso un’operazione denominata QE, Quantitative Easing: la quantità di denaro offerta ha permesso di sostenere l’attività economica e di spingere il PIL americano al rialzo. D’altre parte stampare denaro in grande quantità non è la soluzione a tutti i problemi. Eccedere può infatti creare gravi squilibri e sostenere attività economiche anche improduttive in modo indiscriminato. Sui mercati finanziari questo vuole dire iniziare una stagione di rialzi eccessivi e generalizzati che possono gonfiare bolle finanziarie. La crisi del 2008 è infatti nata da un eccesso di politiche monetarie espansive da parte della FED in un periodo economico già di per sé di espansione. Considerato che il valore attuale delle borse statunitensi ha già superato i picchi del 2008, molti economisti ritengono che sia giunto il momento di valutare la possibilità di rinormalizzare la politica monetaria per evitare la creazione di bolle. Ciò dovrebbe avvenire attraverso un restringimento della base monetaria, la quale di per sé è una misura che avrebbe effetti negativi sull’attività economica. Non è chiaro se l’economia americana sia sufficientemente solida per assorbire quest’urto.

La possibilità di un restringimento da parte della FED, di cui ha esplicitamente parlato anche il presidente della FED stessa Janet Yellen, potrebbe costituire un duro colpo anche per le economie dei paesi emergenti. La grande quantità di dollari messa in circolazione dalla FED ha infatti beneficiato questi paesi, i quali si sono avvalsi di forti flussi di investimenti in dollari verso le loro economie. In sostanza gli emergenti non hanno risentito in modo drammatico della crisi del 2008 mentre potrebbero essere ora fortemente colpiti dal restringimento americano. Per questo le valute di paesi come Brasile, Turchia, Sud Africa e Cina si stanno fortemente svalutando mentre le loro economie mostrano evidenti segnali di fatica. Il Brasile sarà per quest’anno in recessione così come la Russia, mentre in Cina esportazioni ed importazioni si riducono in modo spettacolare. Visto che piove sempre sul bagnato, la recente crisi del prezzo del petrolio, dovuta in sostanza ad una guerra di prezzo tra i produttori OPEC e USA, ha innescato un generalizzato calo delle materie prime sulla cui produzione si regge la maggior parte dei paesi emergenti, il che chiaramente è una pessima notizia.

Detto questo l’ultima zona rimasta è l’Europa, dulcis in fundo! La situazione in Europa è abbastanza incerta. L’adozione di misure di QE è stata fortemente ritardata dalla Germania, la quale in genere è contraria a simili forme di “droga” monetaria che avrebbero potuto incentivare l’assunzione di ulteriore debito da parte dei paesi europei periferici. Si sa, a pensar male si fa peccato ma ci si prende ed in questo la Germania non ha tutti i torti, in quanto la dinamica del rapporto debito/PIL per esempio italiano mostra chiaramente la scarsa affidabilità del nostro paese. La ricetta propugnata è stata quindi quella dell’austerità. Gli scarsi effetti di queste politiche hanno però infine costretto ad interventi più drastici e a partire dall’inizio del 2015 anche la UE si è dotata di un programma di QE messo in atto dalla BCE. Il 2015 potrebbe inoltre essere l’inizio della fine della crisi, come è suggerito dal segno più davanti la maggior parte del PIL dei paesi dell’Eurozona (addirittura anche quello italiano, inaudito!). La ripresa europea è d’altra parte estremamente fragile e decisamente più debole di quella americana, anche se per contro potrà ancora avvalersi per un altro anno circa di politiche monetarie espansive (che al contrario negli USA potrebbero diventare restrittive).

Il quadro attuale è quindi alquanto incerto. Mentre da un lato viene sempre più a mancare il contributo al PIL globale degli emergenti, la ripresa negli sviluppati potrebbe compensare quest’ultimo calo ed anzi trainare gli emergenti stessi fuori dal guado grazie ad un aumento della domanda di materie prime (di cui gli sviluppati sono importatori netti e gli emergenti esportatori netti). Al contrario il restringimento americano potrebbe infliggere un duro colpo all’economia USA ed agli emergenti trascinando l’economia globale in una nuova e dolorosa recessione. Insomma, non sarò Keynes ma i miei due pareri contrastanti riesco ad esprimerli lo stesso!

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