“Un libro (io credo) è qualcosa con un principio e una fine […] è uno spazio in cui il lettore deve entrare, girare, magari perdersi, ma a un certo punto trovare un’uscita, o magari parecchie uscite, la possibilità d’aprirsi una strada per venirne fuori.” (Italo Calvino, “Presentazione” a Le città invisibili).

Il testo narrativo presenta, nella sua struttura, delle zone periferiche con caratteristiche precise. Queste zone periferiche, incipitarie, conclusive e interne, sono particolarmente rilevanti nello studio della narratologia e del significato della narrazione. Nella periferia del testo, infatti, si manifestano quegli elementi strutturali fondamentali della narrazione, intorno ai quali si costruisce il senso narrativo e letterario.

Il prologo, per esempio, è una forma liminare che, a differenza della postfazione, è completamente integrata al testo narrativo, ne è parte portante e, insieme a soglie interne ed epilogo, lo struttura e sostiene. Come sostiene Andrea Bernardelli, “le prime pagine di una narrazione sono infatti quelle che suggeriscono il tono, il ritmo e spesso lo stesso soggetto del racconto a seguire.”

Per Italo Calvino il momento del prologo assume un valore cruciale. Si tratta del punto di partenza attraverso il quale un narratore si distacca dalla potenzialità “illimitata e multiforme” della realtà esterna, costituita da una somma d’informazioni, esperienze, valori, per costruire un mondo circondato da limiti e retto da regole.

Nonostante i suoi connotati peculiari, l’epilogo nasce dalla stessa esigenza strutturale del prologo: quella di situare la narrazione contribuendo a definire il testo narrativo e ad attribuirgli un ruolo all’interno dell’insieme contestuale della letteratura. La sua posizione conclusiva, ad ogni modo, gli conferisce funzioni e caratteristiche proprie.

Innanzitutto, per epilogo s’intende la parte conclusiva della soglia narrativa. Esso è sempre parte del testo narrativo e solitamente viene definito finale, se in continuità con il resto della narrazione, ed epilogo o conclusione, se si trova in un paragrafo dedicato.

L’epilogo può avere una funzione ricapitolativa, sintetizzando e riproponendo alcuni elementi del corpo narrativo, o aggiungere informazioni completamente nuove e in contrapposizione con il resto della narrazione (finale a sorpresa). In generale, possiamo distinguere da una parte finali in cui viene portato a compimento un determinato progetto iniziale e si presentano come risolutivi a favore di uno o più protagonisti (lieto fine o happy ending); d’altra parte, possiamo trovare narrazioni che si concludono con la sconfitta dei protagonisti o una descrizione, spesso realistica, del fallimento dei loro propositi iniziali. Esistono, poi, casi in cui la narrazione presenta una conclusione sospesa, che lascia presagire un proseguimento e consente maggiori possibilità interpretative al lettore (ad esempio, il racconto seriale). Infine, una tipica forma conclusiva è la cosiddetta Ringkomposition o racconto ad anello, in cui il lettore viene ricondotto al punto di partenza, rimanendo prigioniero del labirinto narrativo.

L’enorme potenzialità dell’epilogo è data dal fatto che ciò che avviene in questa fase della soglia narrativa chiude la narrazione, la interrompe, sigillandone il significato. In questo senso, l’epilogo ha il ruolo fondamentale di attribuire un senso d’insieme alla costruzione del mondo rappresentata dalla narrazione.

Secondo Lotman l’epilogo, interrompendo lo scorrere degli avvenimenti narrati, blocca il significato di un’opera artistica, rendendo impossibile qualsiasi evoluzione. Così facendo, l’epilogo universalizza il significato particolare della narrazione: il destino tragico di un personaggio diventa “tragicità del mondo nel suo insieme.” Tuttavia, l’epilogo spesso apre l’opera artistica, spingendo l’interpretazione fuori del testo narrativo stesso, che non solo non diventa modello per una rappresentazione del mondo universalizzante, ma suggerisce un proseguimento opposto alle vicende narrate. È il caso della conclusione de I promessi sposi:

[…] dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli che abbiam raccontati, non ce ne furon più per la nostra buona gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili; di maniera che, se ve l’avessi a raccontare, vi seccherebbe a morte.

Ciò che non narra Alessandro Manzoni, perché ci “seccherebbe a morte,” ha un rapporto di contrapposizione con la narrazione precedente: se prima abbiamo una condizione di incertezza, ricca di ostacoli da superare e di dubbi sul futuro, dopo si suggerisce una condizione di serenità e normalità, impossibile da narrare perché considerata non interessante e quindi taciuta dell’autore.

Gli avvenimenti possono proseguire al di fuori del testo narrativo, nell’immaginazione del lettore che è invitato a costruire un mondo possibile per i personaggi d’invenzione che ha dovuto lasciare, spesso controvoglia, intrappolati nel mondo di carta creato dall’autore, ma realizzato dagli strumenti cognitivi del lettore. Risultato di quest’ansia immaginativa sono i numerosi prequel e sequel, a volte anche allografi, in cui s’inventa l’antecedente o il proseguimento di una narrazione che, sebbene conclusa, può sempre lasciare degli spazi di riscrittura.

L’epilogo, dunque, è costituito da elementi narrativi conclusivi che ricapitolano gli episodi principali narrati o introducono nuove informazioni, affini o contrapposte al resto della narrazione. L’epilogo, inoltre, apre la narrazione a possibilità interpretative che oltrepassano la soglia narrativa, che non deve essere vista come un sigillo ermetico, ma come una membrana permeabile e cangiante. Infine, la conclusione ha il potere di universalizzare l’azione narrata, ponendola comunque in una prospettiva d’instabilità interpretativa e apertura extra-narrativa.


In copertina “Braccio” di Emilio Isgrò (1991)

Per approfondire si vedano

  • Jurij Michael Lotman, La struttura del testo poetico, tr. it. Eridano Bazzarelli, Erika Klein, Gabriella Schiaffino, Milano: Mursia, 2002.
  • Andrea Bernardelli, La narrazione, Bari: Laterza, 2006.
  • Italo Calvino, “Cominciare e finire” in Lezioni americane: sei proposte per il nuovo millennio, Milano: Mondadori, 2015, pp. 123-124.
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