Qualche giorno fa camminavo a passo lento per uno dei numerosi paesi del territorio etneo, quando, alzando lo sguardo, ho scorto una scritta su un vecchio edificio un po’ malandato, di quelli costruiti tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo scorso. In realtà non era una vera e propria scritta, ma degli evidenti segni di vernice che coprivano una scritta da cancellare, quasi da dimenticare. Tuttavia le pennellate non potevano assolutamente nascondere il messaggio: “VINCERE”.

Per trovare una scritta del genere nelle città italiane non è necessario per forza scendere in Sicilia: il fascismo è stata un’esperienza, una “parentesi” (crocianamente parlando) che ha, inutile ricordarlo, caratterizzato gran parte della storia politica del secolo scorso. Un’esperienza, quella fascista, che, nonostante anni e anni di repubblica abbiano cercato di far dimenticare, è sempre trapelata, e forse, guardando gli sviluppi e gli scontri politici odierni, trapela anche oggi. Quella scritta che capeggiava sul muro di quel palazzo aveva forse “spronato” gli abitanti del paese per tutto il ventennio, magari era stata realizzata agli inizi del conflitto mondiale (questo non lo so, ammetto di non essermi documentato). Tuttavia, alla fine dell’esperienza fascista, qualcuno aveva cercato frettolosamente di cancellarla. Il fascismo è stata un’esperienza importante della storia italiana, drammatica, assurda, e tutti gli aggettivi che si possono ad esso riferire, e, in quanto esperienza, ha avuto una sua origine ed una sua fine.

Esistono diversi modi di interpretare e leggere la fine di qualcosa, e così è stato anche per quanto riguarda il tramonto del movimento fascista e del suo leader, Mussolini. Il fasto ed il grido battagliero della marcia su Roma si trasformarono, poco più di vent’anni dopo, in un guaito sommesso, che gettò l’Italia nella guerra civile. Gli ultimi anni del fascismo, la sua lenta agonia sono stati da sempre oggetto di indagine storica e materia di ricerca, ma anche di opere letterarie che, forse, sono spesso passate in secondo piano.

Due opere molto singolari che raccontano proprio questa fine sono quelle di Carlo Emilio Gadda e Salvatore Satta, rispettivamente Eros e Priapo e De Profundis. Considerata la grandezza e l’importanza di questi due autori nella storia letteraria italiana, queste opere sono state spesso considerate “secondarie”, “minori” rispetto ad opere più famose come Il Pasticciaccio o Il giorno del giudizio. Tuttavia, almeno a mio avviso, meritano forse attenzione considerate e lette insieme: entrambe, infatti, trattano il medesimo argomento (la fine, ma, più in generale, la storia del fascismo) con toni e modi completamente diversi, esprimendo due tipici esempi su come si possa affrontare la fine di qualcosa: con la risata o con il pianto. Allora devo aggiungere una necessaria premessa: più che un articolo, questo sarà un “consiglio di lettura”, in cui cercherò di presentarvi (senza spoiler, speriamo!) queste due opere, magari invogliandovi a leggerle.

Gadda iniziò a scrivere Eros e Priapo già nel 1944, proprio negli ultimi anni di guerra. L’autore milanese, se non per un breve periodo, non aveva dimostrato grandi simpatie per Mussolini, ma in quel momento, proprio quando l’Italia usciva dal conflitto civile, sentì la necessità di esprimere il proprio disprezzo e sdegno per il fascismo con un’opera definita da molti un pamphlet. Nasceva così, quasi di getto (anche se ci saranno diverse aggiunte durante gli anni ’50) un libro pubblicato solamente nel 1967. Vale la pena riportare l’inizio dell’opera, emblema della scrittura gaddiana:

Li associati a delinquere cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onte e stuprare la Italia, e precipitarla finalmente in quella ruina e in quell’abisso dove Dio medesimo ha paura guardare, pervennero a dipingere come attività politica la distruzione e la cancellazione della vita […] coltello alla cintola.

Da queste poche righe (e spero ciò non possa spaventare un eventuale lettore incuriosito) si può perfettamente ammirare lo stile impetuoso e caotico che ha reso famoso Gadda: uno stile che, se inizia con toni tragico-polemici, diventa successivamente polemico-satirico. Vi riporto solo un breve passo, dove Gadda descrive con ironia e battute macabre le fallimentari spedizioni italiane in Africa:

Per la pompa e la priapata alessandrina. E la differenza la sapete bene qual è, la differenza che passa tra Lissandro Magno e codesto brav’uomo: che l’Alessandro Magno l’è arrivato (sic) ad Alessandria col cocchio: e lui c’è arrivato col cacchio. Si tenne a dugèn chilometri di linea […]

Per Gadda l’esperienza fascista è stata una “tragica buffonata”, una sorta di spettacolo ridicolo e cruento in cui dei giovinastri “armati di coltellacci” (proprio non può sopportare i coltellacci!) hanno seminato crudeltà e violenza guidati dal loro leader. Nei confronti di Mussolini, Gadda mostra tutto il suo disprezzo e la sua critica: “gran somaro”, “culone” e, l’epiteto che più preferisco, “mascelluto”. Eros e Priapo sono, per l’autore, proprio i due aspetti che hanno caratterizzato Mussolini: un amore passionale che si tramuta in tensione quasi sessuale nei confronti del leader “così virile e maschio”. Una commedia cruentemente ridicola, la cui fine non poteva non essere farsesca. Come era nato nella falsa pompa e nella “monumentalità di cartone”, così il fascismo crollò con un ridicolo capitombolo, chiudendo il sipario quasi come in uno sketch di due comici al tempo molto apprezzati e simboli del “ridicolo”, Stanlio ed Ollio:

Talchè codesti gambocciati battaglioni se ne vadano a i’ loro Culiseo.

Questo capitombolo e tutta questa “ridicola” farsa avevano però avuto degli aspetti terribilmente drammatici, e Gadda, pur con il suo stile continuamente ed aggressivamente ironico, lo fa trasparire: ed è forse questa la sua idea di satira.

Come detto all’inizio, anche il De Profundis di Satta ha come oggetto la parabola fascista, ei si concentra, anzi, inizia proprio dal crollo del fascismo. Scritto tra la fine del ’44 e gli inizia del ’45 mentre l’autore si trovava in Friuli, il De Profundis viene quasi scritto a caldo, mentre l’Italia assiste al finire della guerra.

L’opera è alquanto strana, difficile da collocare in un genere letterario al quale noi siamo abituati: il capitolo iniziale e quelli finali si pongono quasi come dei racconti, lasciando spesso il lettore come sospeso, alla fine della pagina, ma le parti centrali alternano ora toni saggistici, ora riflessioni, ora narrazioni. Sui capitoli-racconto non dico più di tanto: vale la pena leggerli, soprattutto quelli finali, per lo straordinario talento narrativo dell’autore sardo. Qui, però, sono più interessato a parlare di come Satta affronta l’ascesa e la fine del fascismo, paragonandolo con il suo contemporaneo milanese.

Nelle parti saggistico-riflessive, Satta medita sulle diverse motivazioni che hanno portato il fascismo al potere, adottando una prospettiva sociologica non estranea anche a Gadda. Laddove però Gadda metteva sotto i riflettori il valore quasi “estatico” della propaganda fascista, Satta discute più dell’importanza della paura e del terrore sotto il regime. Si assiste quasi ad una fuga dalla stessa libertà per rifugiarsi tra le braccia di un protettore forte, ma autoritario, un “profeta” che difende il suo popolo e lo punisce, se necessario.

Proprio da questo spunto è necessaria un’autocorrezione. In precedenza ho definito lo stile di Satta “tragico”, quando invece sarebbe meglio definirlo “biblico”. Lungo tutto il De Profundis sembra in effetti di leggere le vicende di un popolo (che, in fondo, è il vero protagonista) incoraggiato ed esaltato dalla figura di questo grande profeta (quasi mai chiamato per nome!), una sorta di superbo e folle Saul nell’estrema lotta contro i Filistei. Quando però Saul si rende conto che i Filistei sono più forti di quanto pensasse, è ormai troppo tardi. È in quel momento che il popolo inizia a desiderare la propria disfatta, odiando il profeta che fino a qualche tempo prima aveva incensato. Nel 1943 il fascismo cade, Mussolini viene arrestato ed imprigionato. Sembra quasi che il profeta sia morto. Ma dopo poco tempo, i tedeschi liberano il Duce e, nominandolo leader della Repubblica di Salò, danno il via ad una guerra civile che sarà guerra di liberazione. Il commento di Satta chiude la serie dei capitoli dedicati alla riflessione sul fascismo: “Gesù Cristo era risorto”. Il resto è, come detto in precedenza, una stupenda e commovente storia riguardo alla fuga di due soldati italiani dall’invasione tedesca.

E qui mi fermo, non volendo anticipare nulla. Il culmine di questi riferimenti biblici è proprio nel finire dell’opera, anzi, l’ultima frase, dove Satta, di fronte ad un panorama desolante, può solamente recitare la famosa preghiera del Salmo 129: De profundis te clamavi, Domine.

Due opere, quelle di Gadda e Satta, che rappresentano bene, a mio avviso, come la fine di un grande evento, con tutti i suoi risvolti drammatici, possa essere affrontato in maniere differenti. E se poco vi ho convinti di questa mia idea, posso però invitarvi a leggere questi due libri… fino alla fine!


Nell’immagine Benito Mussolini saluta la folla. Fotogramma dagli archivi Luce.

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