Tutti noi conosciamo Annibale, il grande condottiero cartaginese che giurò al cospetto del padre di sconfiggere il popolo romano. Di lui si ricorda soprattutto la battaglia di Canne nella quale con un esercito numericamente inferiore non solo riuscì a tener testa agli 80.000 uomini che Roma aveva mobilitato per annientarlo, ma fu persino in grado, dopo averli accerchiati con la celeberrima manovra a tenaglia, di ucciderne circa 60.000. Poco invece si conosce della sua fine che venne stabilita sulla piana di Zama, in pieno territorio Cartaginese. Prima di analizzare questa battaglia nel dettaglio, è bene ripercorre brevemente gli eventi e le ragioni che portarono a questo scontro finale.

Dopo Canne, vuole la tradizione, uno dei suoi uomini suggerì di marciare rapidamente su Roma per dare il colpo di grazia alla Repubblica ormai allo stremo delle forze; ben diversa fu però la decisione di Annibale, il quale preferì raggiungere Capua, per trascorrervi l’inverno. Molti hanno criticato questa scelta, ritenendola l’errore che gli impedì di portare a termine la sua missione. In realtà fu una saggia decisione. Infatti sarebbe stato impossibile, anche per il grande Annibale, porre con successo sotto assedio una città così ben fortificata, difesa da una numerosa guarnigione e che, grazie al Tevere, poteva facilmente ricevere rifornimenti e rinforzi. Inoltre non era nei suoi piani occupare Roma.

Il suo obiettivo era costringere i Romani a sottomettersi all’egemonia commerciale cartaginese, senza annientare completamente la Repubblica; l’impero cartaginese non era infatti un impero terrestre, ma si basava su una talassocrazia. La strategia che Annibale aveva in mente era quella sfruttata da Alessandro Magno per abbattere l’Impero Persiano: vincere il nemico in poche battaglie campali e costringerlo così alla resa. Nella teoria tutto giocava a favore del Barcide, egli infatti era consapevole della sua superiorità tattica, che gli permise in effetti di trionfare sempre contro le legioni romane. Anche la storia gli dava ragione; poco più di sessant’anni prima infatti il senato Romano fu sul punto di chiedere la resa a Pirro dopo le due sconfitte subite ad Eraclea e ad Ascoli Satriano e solo la promessa di aiuto da parte dei Cartaginesi convinse i senatori a proseguire il conflitto.

Annibale, però, non aveva compreso un concetto di fondamentale importanza della cultura militare romana, il bellum iustum. Per i Romani la diplomazia poteva essere utilizzata solo nei confronti di uno iustus hostis, un nemico regolare, il quale doveva rispettare la fides e con essa una serie di regole di guerra. Certo questo non era il genere di guerra che Annibale, dotato di perfidia plus quam punica, aveva applicato in Italia; imboscate e stratagemmi furono infatti alla base di tutte le sue vittorie. Chiaramente i Romani non considerarono regolari queste battaglie, di conseguenza non erano valide quelle sconfitte e non era uno iustus hostis colui che le aveva provocate. Tutto ciò rendeva inammissibile la resa, perché Annibale non aveva ancora provato, in campo aperto e senza trucchi, di essere superiore ai Romani.

Annibale riteneva inoltre che, una volta giunto nella penisola italica, sarebbe stato acclamato come un liberatore, ottenendo così l’appoggio delle popolazioni soggette all’egemonia romana. Ciò si verificò nella Gallia Cisalpina, nelle poleis dell’Italia meridionale, di recente annessione, presso i Sanniti dell’Appennino, che mai sopportarono la dominazione romana, e a Capua, la seconda città dell’Italia dopo Roma, che sperava di guadagnare un ruolo di prim’ordine nella penisola, ma non presso i Latini e le popolazioni dell’Etruria, da tempo entrate nell’orbita romana e che intrattenevano con Roma intensi rapporti politici e commerciali. In effetti gli esponenti delle famiglie più potenti delle città del Lazio e dell’Etruria erano diventati membri effettivi del senato attraverso dinamiche quali il connubium la possibilità per un notabile non romano di prendere in moglie una donna romana ed ottenere, a conclusione di un lustrum di residenza a Roma, la cittadinanza romana con tutti i diritti civili e politici ad essa correlati che permisero alla Repubblica di integrare le classi dirigenti e i cittadini delle città da essa occupate.

Anche dopo la disfatta di Canne, queste città restarono fedeli a Roma e continuarono a fornirle truppe. Annibale, invece, si trovò sempre più a corto di uomini. Egli infatti non poteva dirigere personalmente gli eserciti degli alleati italici, che si dimostrarono sempre incapaci di sconfiggere le legioni romane, e i rinforzi dalla patria si fecero sempre più scarsi. Infatti il ceto mercantile che governava Cartagine vide sempre di cattivo occhio i generali gli unici elementi cartaginesi negli eserciti della città perché temevano le loro aspirazioni autoritarie e Annibale sembrò loro un nemico tanto quanto i Romani, se non peggiore.

I Romani, da canto loro, presero coscienza del fatto che le battaglie tradizionali contro il Punico non avrebbero sortito alcun effetto. L’autore della svolta fu il dictator Quinto Fabio Massimo detto Cunctator, il temporeggiatore, il quale si limitò a piccoli e veloci attacchi e a combattere ovunque non fosse Annibale.

Dopo più di dieci anni passati in Italia, Annibale fu costretto a tornare in patria per difenderla da colui che può essere definito il suo più grande allievo, Publio Cornelio Scipione, che nel frattempo era sbarcato con le sue legioni in Africa e minacciava la stessa Cartagine.

A Zama i due vennero alle armi. Scipione schierò i legionari su tre scaglioni disponendo i manipoli non a scacchiera, come al solito, ma a colonne, per limitare i danni della carica degli elefanti che Annibale si era procurato, i quali avrebbero esaurito il loro impeto distruttivo passando nei corridoi lasciati nello schieramento – così facendo però avrebbe impedito il ricambio degli uomini in prima linea, fatto che probabilmente Annibale aveva acutamente previsto. Annibale invece schierò oltre agli elefanti, una formazione di mercenari, seguita da una formazione di cittadini cartaginesi richiamati alle armi per l’occasione. In posizione molto più arretrata fece attestare i veterani della campagna d’Italia. Sebbene superiore di numero, l’esercito di Annibale era composto in larga parte da truppe inesperte (i cittadini) e indisciplinate (i mercenari) e aveva ben poche speranze di successo.

All’inizio dello scontro le cavallerie di Scipione, composte anche dai temibili cavalieri numidi, un tempo parte importante degli eserciti cartaginesi, ma ora passati dalla parte dei Romani sotto la guida di Massinissa, misero in fuga le cavallerie cartaginesi, alle quali il comandante aveva espressamente ordinato di ritirarsi il prima possibile, allontanando così la cavalleria romana dal campo di battaglia. Quindi Annibale fece attaccare e poi ripiegare ai lati dei veterani prima i mercenari, poi i fanti cittadini. Scipione non poté accerchiare, come avrebbe voluto, i Cataginesi facendo avanzare ai lati il secondo ed il terzo scaglione del suo esercito, in quanto non sarebbe riuscito a comprendere nell’accerchiamento anche i veterani d’Italia che Annibale aveva lasciato appositamente indietro. A questo punto il Romano fu costretto a schierare le truppe in un lungo e sottile schieramento atto a coprire il fronte avversario che oltre a superarlo di numero presentava al centro gli esperti veterani, ancora freschi, proprio in corrispondenza dei legionari romani del primo scaglione, più stanchi e provati. Annibale aveva dimostrato ancora una volta la sua superiorità tattica, ribaltando quella che si presentava come una situazione disperata. Alla fine però la cavalleria romana tornò verso il campo di battaglia e sorprese alla spalle i Cartaginesi prima che questi fossero riusciti a spezzare lo schieramento romano. 

Questa battaglia segnò la fine della seconda guerra punica e la morte politica di Annibale. Sopravvissuto alla strage, fuggì in Oriente dove trovò rifugio presso Antioco III di Siria. Secondo quanto riportato da Livio, mentre si trovava in Asia ebbe un colloquio con Scipione, inviato qui dal Senato. Il Romano chiese al Cartaginese quali fossero secondo lui i tre migliori generali della storia e egli rispose, in ordine, Alessandro, Pirro e se stesso. Scipione gli chiese poi se avrebbe proposto un altro ordine se avesse vinto a Zama e Annibale rispose che si sarebbe collocato come primo. Successivamente quest’ultimo si recò da Prusa, re di Bitinia, ma questi rivelò ai messi romani il luogo in cui si nascondeva. Trovatosi ormai circondato e senza alcuna speranza di salvarsi, pur di non farsi catturare ed essere portato a Roma come trofeo di guerra, preferì bere un veleno che, secondo Nepote, teneva nel castone dell’anello, dandosi così la morte. Nonostante la triste fine, la fama di Annibale perdurò nei secoli e tutt’ora affascina studiosi e non solo.


L’immagine è tratta dal fumetto “Occhi di lupo. Un’avventura ai tempi di Annibale.” di G. Brizzi e S. Tisselli, edito da Gruppo di studi Savena Setti Sambro (Bologna, 2004)

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