Spesso non ci pensiamo, ma quando, magari la sera prima di andare a letto, leggiamo un bel romanzo o una raccolta di poesie, stiamo raramente leggendo le parole del suo autore. Se questa ci sembra un’affermazione iperbolica, cerchiamo di pensare ai libri che sono stati tra le nostre mani per esempio nell’ultimo mese: nel mio caso The great Gatsby e Lolita. Del primo avevo a disposizione un’edizione Penguin, retaggio dei miei vagabondaggi londinesi, per il secondo invece sono stata “meno fortunata” e ho usufruito di una traduzione italiana. Eccoci dunque al punto: io non ho letto il testo di Nabokov, ma quello che Giulia Arborio Mella – la traduttrice – ha pensato e steso per me.

La traduzione è un’operazione complessa, che va ben oltre la resa delle parole o degli enunciati. Ogni testo porta con sé un contesto di riferimento entro cui si muove e in cui diffonde i suoi significati, sia quelli letterali sia quelli di livello più profondo. Ogni autore ha in mente un pubblico, a cui inevitabilmente rivolge dei sottintesi che ad altri interlocutori – per esempio lettori con una diversa lingua nativa – sembreranno stranianti. Una sorta di a parte teatrale che crea un’intesa con il lettore così profonda da risultare di difficile traduzione.

I vari generi letterari presentano ciascuno le sue peculiarità e difficoltà di traduzione. Anche in questo senso la tradizione cui il testo fa riferimento assume un grande peso. Facciamo insieme un breve cammino attraverso alcune delle più comuni insidie della traduzione, per capire se esistono strategie efficaci per aggirarle.

Abbiamo detto che spesso quello che ci frega non sono tanto le parole o le frasi, ma i rimandi a un contesto che per le più svariate ragioni non ci è familiare. Iniziamo con testi antichi, che non sono vicini a noi per ovvie ragioni di cronologia, e immergiamoci nell’Atene del V secolo, all’epoca in cui Eschilo presentava la sua più celebre trilogia sulla disgraziata dinastia degli Atridi. Nel prologo della prima tragedia, Agamennone, una sentinella annuncia con linguaggio stranamente colorito il ritorno della flotta greca dai lidi di Troia. L’esplosione di gioia nelle sue parole svanisce sul finire del prologo, quando la guardiaallude in modo velatoagli strani intrighi che Clitemnestra prepara per il marito. Queste le sue parole:

Il resto taccio: un grosso bove sta sulla lingua

Questa traduzione del noto grecista Raffaele Cantarella riproduce letteralmente il testo greco, parola per parola. In questo modo la sua resa è senza dubbio utile agli studenti, che possono seguire passo passo la traduzione letterale senza sentirsi ingannati e costretti ad aprire il vocabolario, ma d’altra parte crea un’inevitabile distorsione nel significato percepito dal lettore. In nota il traduttore spiega come si tratti di un’antica espressione proverbiale che indica l’assoluta necessità di restare in silenzio; il nostro “acqua in bocca” o “muto come una tomba”. In una situazione del genere il traduttore si trova di fronte un grosso dilemma e deve agire come un vero e proprio autore, decidendo se disorientare i lettori con un’espressione inusuale o se far sì che il suo pubblico si trovi – per quanto possibile – nella stessa condizione di quello originale di Eschilo, scegliendo dunque una resa che faccia percepire questa espressione come assolutamente quotidiana. C’è da dire che un autore di tale rilievo spinge in genere i traduttori a restare letterali, pur con le dovute considerazioni del caso.

Abbiamo così fatto conoscenza con il meraviglioso mondo delle espressioni idiomatiche, tecnicamente tutti quei modi di dire scontati per un parlante nativo della lingua, ma che non possono essere in alcun modo compresi semplicemente afferrando il significato dei termini che li compongono, ma devono invece essere imparati nella loro interezza. Così, tra inglesi che fanno “volare i maiali”, francesi che “danno un coniglio” e tedeschi che parlano “di Dio e del mondo”, il traduttore deve avere una conoscenza molto approfondita della tradizione orale e scritta della lingua di partenza come di quella di arrivo.

Non è però solo la distanza temporale a essere significativa per il processo di traduzione. Anche lo spazio, come ben sappiamo, può giocare brutti scherzi. Tempo fa mi sono trovata a tradurre un estratto da Bespotted, la storia vera di Linda Gray Sexton, una donna che vive in un paesino della California e ama incondizionatamente i cani dalmata, tanto da averne tenuti e allevati più di quaranta. Nell’incipit del romanzo l’autrice racconta di come periodicamente la sua cassetta della posta si riempia di riviste e giornali dedicati ai cinefili e chiosa:

The mailbox is crammed with stacks of catalogs, even though it isn’t yet Halloween

Non so quale sia la vostra conoscenza della festa di Halloween negli Stati Uniti, ma di sicuro non a tutti i lettori suonerà familiare questo riferimento alle tonnellate di cartoline di auguri che gli americani si inviano in occasione di questa festività, che da noi è limitata a “dolcetto o scherzetto”. Anche qui si presenta, anche se in piccolo, la stessa questione che interessa il traduttore di una lingua classica: mantenere la fedeltà al testo o renderlo più familiare al pubblico italiano? Forse anche in questo caso conviene la prima opzione, se si tiene conto che ormai ci sono mille mezzi per capire i riferimenti anche più remoti, quando si tratta di cultura anglosassone o anglofona in genere. Naturalmente la scelta dipende dalla destinazione del libro: un romanzo tratto da una storia vera come questo ha bisogno di fedeltà ai riferimenti di contesto, mentre un racconto atemporale come una fiaba o un romanzo di formazione potranno essere più o meno adattati al contesto di arrivo.

In ogni caso finora abbiamo parlato solo di testi di relativa importanza e soprattutto di traduzioni revisionate e che avvengono tra lingue di vasta diffusione, fatto che permette un confronto continuo con l’originale in vari contesti di lettura. Tutto è più complesso se si considerano traduzioni epocali avvenute in contesti chiusi e con scarsa accessibilità al testo originale: l’esempio principe è la traduzione della Bibbia. Oggi nessuna Chiesa ha il potere di arrestare gli studi filologici sulle varie versioni di questo testo, ma, come possiamo facilmente immaginare, non è sempre stato così. Si potrebbero fare molti esempi di come le interpretazioni dei traduttori abbiano pesato nel passaggio da una lingua a un’altra nella tradizione della Bibbia: scelgo di presentarvene uno che mi è capitato sotto gli occhi recentemente. In un passo del libro di Ester che aveva a disposizione solo in greco, Girolamo, il grande traduttore della Bibbia ebraica in latino, interpreta fortemente un passo in cui i nemici del popolo ebraico “pongono le loro mani sulle mani dei loro idoli”. Questa espressione greca non è in effetti chiarissima, ma la traduzione latina di Girolamo la stravolge dandole un significato tale per cui i nemici non si limiterebbero a pregare gli idoli toccandone le statue con le mani, ma riterrebbero che la propria forza derivi dagli idoli. Cosa significa questo? I pagani non stanno semplicemente pregando, ma traendo direttamente dai loro dei la legittimazione – e la forza – a combattere il popolo d’Israele. Anche se presupponiamo la buona fede di Girolamo, l’interpretazione appare un po’ tendenziosa.

Se dunque l’operazione di traduzione è così complessa e insidiosa, perché è così diffusa? La domanda è tanto banale quanto mal posta: si traduce per conoscere e capire quello che non è stato espresso nella nostra lingua, cioè quasi tutto. Il traduttore assume dunque un ruolo chiave nel dare forma alla visione del mondo che ci creiamo attraverso la lettura, almeno quanto fanno gli autori: è un professionista e svolge un compito complesso e allo stesso tempo cruciale. Pensiamoci, ogni tanto.


Per approfondire la tematica della traduzione da lingue antiche leggete l’articolo di Sara De Martin ne Il Chiasmo del mese di luglio 2015, Quando le “mele” dovrebbero suonare come “pecore”.

L’immagine di copertina è tratta dal video di una famosa conferenza stampa di Giovanni Trapattoni, in cui cercò maldestramente di tradurre in inglese il detto italiano “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”.

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