Inserirsi in una linea di linguaggio e analisi codificata, sicura e definita o scardinare quella stessa linea? Rielaborare i dati certi – verrebbe da dire tradizionali – volgendo il proprio operato ad un tentativo di sintesi o ristrutturarli per definire nuovi concetti e nuove traiettorie interpretative? In un solo interrogativo, più semplice e dicotomico: inserirsi nella tradizione o crearne una nuova? È questa la domanda cui un critico letterario, in scala di gradazione dal più modesto operatore culturale al più celebre e famoso recensore, deve prima o poi necessariamente rispondere.

Tra le molteplici voci levatesi nel corso del XX secolo, che nel suo delinearsi ha osservato il generarsi e il dissolversi delle più eterogenee linee d’analisi e critica letteraria, una in particolare si presta all’interesse del critico, anche e soprattutto contemporaneo: è la voce di Pier Vincenzo Mengaldo, che trova sistemazione – con non poco sollievo per lettori e addetti ai lavori – in una imprescindibile opera di critica letteraria e storia della lingua italiana: La tradizione del Novecento (in quattro tomi, o serie, edizioni Bollati Boringhieri ed Einaudi). Prima di addentrarci nello studio della risposta che Mengaldo dà alla domanda donde trae origine questo articolo, è bene definire alcune premesse fondamentali.

Il testo del critico patavino scaturisce dalla necessità (ben espressa in sede di prefazione dall’autore ma al contempo ben distinguibile da molti luoghi del testo) di dare una sistemazione strutturale e precisa alle decine di interventi che hanno segnato l’opera dello studioso. Il campo di ricerca è dunque quello dell’italianistica; il periodo, se ben si interpreta il titolo dei volumi, quello tra fine Ottocento (la tradizione) e seconda metà del Novecento (lo svolgimento, talvolta inaspettato, della tradizione). L’oggetto della ricerca? Le forme con cui lo studio si articola? Nella risposta a questi due quesiti – all’apparenza elementari – sta la prima grande innovazione di Mengaldo. L’argomento della ricerca non è, come a detta di disattenti recensori, la poesia del Novecento (“da D’Annunzio a Montale”, d’altronde, recita il sottotitolo): al contrario, campo e metodi sono molto più vasti. Il critico spazia da un’analisi meramente tecnica del materiale testuale poetico e prosastico ad una visione connotata da una focalizzazione più ampia sul panorama degli scritti e degli scrittori del periodo in analisi; da un’impostazione assolutamente specialistica, a tratti caratterizzata da una filologia quasi aspra ad una prima lettura, ad un livello d’analisi dettato da un ampio respiro cronologico, spaziale e critico (si veda, in tal senso, la plastica opposizione tra i primi due capitoli della Prima serie: Da D’Annunzio a Montale e Un panorama delle poesia italiana contemporanea).

Seguendo lo svolgimento delle premesse date sopra, potrebbe legittimamente apparire un quadro confuso, disorganico nella sua eterogeneità. Una così vasta declamazione di interessi e di tematiche, per i pochi dati esposti sino ad ora, potrebbe far presagire un percorso per immagini, per icone (quasi s’inverassero le parole dell’Alcibiade platonico che si impegna a lodare Socrate “così, per via d’immagini”, nell’incipit del suo discorso di fronte al convivio). Una lettura attenta della produzione di Mengaldo, dai saggi dei frequentatissimi Pascoli e Montale a quelli più coinvolgenti (anche sentimentalmente) su Vittorio Sereni, dimostra l’esatto opposto; e in questa dimostrazione, delle cui linee guida si tenterà di dar nozione e spiegazione, risiede l’ultima istanza della risposta alla domanda posta in incipit a questo articolo. Tutta l’opera di Mengaldo è supportata da un metodo di lavoro che non ha trovato eguali – non negli emuli, non negli allievi, non nei detrattori – in tutta la storia della critica letteraria italiana del Novecento. E nel metodo risiedono, oltre che le ragioni di un impegno, anche le basi per una nuova tradizione.

Pier Vincenzo Mengaldo si forma sotto la guida di Gianfranco Folena, tra i più celebri linguisti e storici della lingua italiana del secolo scorso. L’impostazione storica nell’analisi del fenomeno linguistico – e in ultima istanza letterario – ha segnato tutti i suoi lavori di approfondimento critico sul Novecento. Il vastissimo repertorio di analisi coperto dalla sua ricerca, a tratti febbrile nel suo rimbalzare da un autore ad un altro, non si esaurisce in un “pauroso vagare per sentieri che non conosciamo” di tondelliana memoria, ma rimane definito, delimitato e sempre chiaro – ai limiti della plasticità – grazie alla linea sottesa all’opera. La critica letteraria, secondo Mengaldo, deve necessariamente prender origine da uno studio intenso e verificabile (in questo sta lo scarto con la labilità di tanta critica letteraria: nel dar legittimità teorica – senza l’afasia dello specialismo – alle proprie posizioni, financo ideologiche, financo militanti) degli aspetti formali di un testo, delle sue inflessioni, della metrica: in una parola, della lingua e della sua storia.

Che il testo tratti delle liriche volgari del Boiardo (la prima pubblicazione, risalente al 1962), dell’epistolario di Ippolito Nievo (1978) o di una personale antologia pascoliana (l’ultima pubblicazione, edita da Carocci nel 2014), tutta la ricerca di Mengaldo si inserisce in quella che si vuole definire qui una dialettica della tradizione. E per metodo e per merito. E per premesse e per risultati. Non si ritiene infatti casuale la scelta di dedicare la propria silloge di studi più imponente, già citata, proprio alla “tradizione” del Novecento. Non è un caso e per questo si tenterà di ricordare qui, a fruizione di chiunque voglia far della critica letteraria un interesse di studio o di azione, un inconsueto ma paradigmatico esempio.

Il rapporto tra Pier Vincenzo Mengaldo e la tradizione letteraria è chiaro e ben definito, nonostante sia – come la stessa opera – polivalente e articolato in fasi diverse. Un detto “memorabile” di Zamjatin, citato proprio dall’autore in incipit del volume, recita: “Quando tutti sanno qualcosa e la considerano indubbia, vuol dire che la cosa non è vera”. È proprio con questo spirito critico che lo studioso si approccia allo studio degli argomenti che diverranno, nel corso della raccolta, l’argomento della ricerca. Non è possibile, afferma Mengaldo quasi per orientarci nel suo complesso orizzonte metodologico, trattare la tradizione in maniera acritica e passiva. Ma nemmeno, al contempo, subire il fascino della distruzione, di un annichilamento volgare e quasi un poco violento dei dati tràditi (al contempo, così, tradìti), delle risonanze ottocentesche – o se si preferisce tradizionali – che volenti o nolenti influenzano prosa e poesia del secolo breve. La posizione di Mengaldo, che si è definita qui dialettica, è in tal senso necessariamente attiva e propositiva: si pone nel mezzo, con la misura e l’equilibrio dell’attento studioso, tra conservazione e novità, tra una linea di tendenza atta a preservare – quasi fosse la “formula che mondi possa aprirti” di eco montaliana – la memoria della tradizione e una linea di tendenza opposta – che culminerà in un grado zero dell’analisi testuale, vòlto a negare ogni codifica e ogni dato tradizionale – pur forte di premesse necessarie e imprescindibili per “saltare d’epoca” ma al contempo assorbita da spinte idolatriche già così tante volte fini a se stesse.

Come collocarsi in questa innovativa linea interpretativa? Come creare senza distruggere alcunché? Tramite il metodo della critica. La lezione mengaldiana risiede infatti propriamente nell’aver fornito gli studiosi di un metodo. Il lavoro del critico non può risolversi, nonostante le difficoltà nello schierarsi e nel definirsi all’interno di una linea tradizionale, in supino adattamento o titanico rifiuto della tradizione. C’è di più: forti dei propri mezzi e della propria formazione culturale – che sempre deve sottendere al proprio lavoro – forti della proprio impianto metodologico (nel caso di Mengaldo si tratta del metodo di uno storico della lingua, ma non si può certo ridurre la questione ad una sola specialità) e delle proprie conoscenze, solo allora i critici potranno definire un ritratto chiaro alla tradizione, coglierne le linee che si insinuano nel contemporaneo, rifiutarne i cascami rifiutabili e individuare (o forse intuire) ciò che ogni poeta, ogni scrittore o addirittura ogni critico (celebre il saggio sulla prosa critica di Roberto Longhi contenuto nella Prima serie) di essa ha adottato, rielaborato, risemantizzato tramite le proprie parole e secondo i propri tempi.

Non c’è dunque spazio per una aurea mediocrità che non consenta al critico di schierarsi, come al contempo non c’è margine per l’impasse di quella parte di critica militante ritrovatasi a militare in se stessa e per se stessa. A disposizione si ha la forza di un metodo e la necessità della chiarezza. In nessuna occasione Mengaldo si trova a negare le tensioni interne ad un autore e ai suoi riferimenti, anche e spesso confusi o involontari. È convinto, proprio con il suo caro Montale, del fatto che a continuare la tradizione sia proprio “chi può, talora chi meno lo sa”. È proprio grazie a questa convinzione (e non soltanto al forte e radicato impianto di metodo che dà solidità al lavoro complessivo del critico che abbiamo già visto essere così eterogeneo) che si allontana la tentazione della critica per occasioni o per immagini. La tradizione del Novecento, pur spaziando da D’Annunzio a Franco Fortini, passando per l’amato Vittorio Sereni o per i Crepuscolari, rimane opera unita e coerente proprio perché luogo di continua rielaborazione e continua tensione. Tensione di cui il critico deve farsi testimone, certo, ma al contempo che lo stesso critico deve risolvere in un’armonia. O, in parole più povere, risolvere in dialettica.

Che quella di Mengaldo, in tempi attuali di frammenti dalla veloce e occasionale lettura, possa essere una linea percorribile dalla grande critica è un auspicio forse troppo ottimistico, al limite dell’utopia. Che qualche “sparuto scolaro”, connotato da quegli stessi tratti descritti da Vittorio Sereni ne Gli strumenti umani (1965), possa ristudiarne la lezione e rinvigorirne la tradizione non è altro che una semplice speranza per poter un giorno, forti della dialettica della tradizione, vantare d’aver mutato i connotati del mondo della nostra critica contemporanea. Dopo essersi rivolti, per una buona volta, alla tradizione.


L’immagine è la copertina del volume La tradizione del Novecento, del 1996.

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