Chi non ha un po’ di familiarità con i papiri è sicuramente abituato a pensare a fogli pressoché sbriciolati e illeggibili, contenenti documenti infiniti e noiosissimi, se non addirittura indecifrabili. Quello che invece rivelano è un mondo variopinto, una quotidianità che non può non impressionarci per la sua vicinanza con la nostra. Immaginate che qualcuno tra un paio di migliaia di anni apra il cassetto della vostra scrivania. Troverebbe sicuramente fogli di ogni genere: appunti di lezioni, scontrini di colazioni prese al bar, di vestiti acquistati nei negozi delle città che avete visitato, bollette da pagare, lettere private e, perché no, d’amore.

Ecco, studiare papiri è come aprire il cassetto segreto della scrivania di qualcuno vissuto 2000 anni fa e spalancare una finestra sulla sua quotidianità. È quello che ho intenzione di fare con il breve racconto che segue. Questo richiede però uno sforzo atletico, un grosso salto spazio-temporale nell’Egitto del II secolo d.C. Fate un tentativo: guardate la mappa dell’Egitto con Google Earth. Una grande distesa color ocra attraversata da una sottilissima bisciolina verde, il Nilo con le sue sponde rigogliose. Ma poco sotto al Delta, alla sinistra del Nilo, una macchia simile a un asso di picche, un miracolo verde nel deserto. Quello è il Fayoum, una depressione incredibilmente fertile che a partire dal III sec. a.C. vide il fiorire di una miriade di villaggi, tra cui anche quello che fa da sfondo al nostro racconto, Karanis. Dopo la conquista dell’Egitto da parte di Augusto, questa regione, e in modo particolare Karanis, fu “invasa” da veterani dell’esercito romano in cerca di prosperi villaggi in cui stabilirsi. Tuttavia, a partire dal III sec. d.C. anche questo locus amoenus fu colpito dalla crescente crisi dell’impero: le difficoltà nell’approvvigionamento d’acqua aumentarono e le fitte reti di canalizzazione che mantenevano fertili queste piccole città non furono più sufficienti. Nel giro di pochi decenni le case crollarono, gli abitanti si trasferirono altrove e i villaggi rimasero letteralmente “deserti”. Destino triste, sì, ma anche fortunato: le condizioni di aridità in cui fu lasciata Karanis hanno reso possibile la conservazione di centinaia di papiri, che hanno permesso di accedere all’affascinante microcosmo della vita di tutti i giorni in Egitto durante il dominio greco-romano.

Veniamo alla nostra storia. I genitori apprensivi evidentemente esistevano anche duemila anni fa e il primo personaggio che incontriamo è un figlio premuroso di nome Apollinaris, che, partito per arruolarsi nell’esercito romano, appare piuttosto ansioso di dare notizie alla sua cara mamma, Taesis, rimasta a casa a Karanis. Ecco cosa le scrive in una lettera (P. Mich. 490), in traduzione dal greco:

Apollinaris a sua madre Taesis, moltissimi saluti. Prima di tutto spero che tu stia bene e rendo omaggio per te a tutti gli dei. Da Cirene, avendo trovato un uomo che stava viaggiando verso di te, ho ritenuto necessario darti notizie sulla mia salute. Tu però fammi sapere al più presto della tua salute e di quella dei miei fratelli.

La lettera continua e Apollinaris dice alla madre che ancora non è arrivato a Roma e che appena saprà a che distaccamento di esercito è stato assegnato le riscriverà (la promessa sarà mantenuta perché da un’altra sua lettera, P. Mich. 491, veniamo a sapere che è stato assegnato alla flotta di stanza a Miseno). Non è molto diverso da quello che oggi scriveremmo noi in una mail ai nostri genitori e, andando indietro nel tempo di qualche decennio, dalle lettere inviate dai giovani militari partiti per il fronte. Con qualche differenza: troviamo una conferma del fatto, piuttosto prevedibile, che i privati cittadini non potessero contare sul servizio postale romano, dato che Apollinaris è costretto ad affidare la propria lettera alla buona fede di un viaggiatore diretto proprio a Karanis. Come farà la madre a rispondergli? Apollinaris la rassicura: se proprio non troverà nessuno che vada nella sua direzione, potrà servirsi come tramite di Sokrates, il quale gli inoltrerà la sua lettera.

Stabilire l’identità di una persona nel mondo antico è generalmente un’impresa piuttosto ardua ma in questo caso sono gli archeologi dell’Università del Michigan ad aiutarci a capire chi mai potesse essere questo Sokrates. Lo scopo dichiarato dei loro scavi, condotti nel villaggio dal 1924 al 1935, era infatti fornire prove archeologiche che risultassero utili all’interpretazione e alla contestualizzazione dei papiri, di cui era sempre indicata la provenienza con estrema precisione. Grazie a quello che è definito da Peter van Minnen “the house-by-house approach”, possiamo quindi scoprire che dall’altro lato della strada rispetto alla casa di Taesis è stato ritrovato un nucleo di documenti che menzionavano proprio un certo Sokrates. Un buon vicino di casa, dunque.

Sono così tanti i papiri riferibili a lui che è possibile addirittura ricostruire la sua vita e, in parte, quella della sua famiglia. Una cosa è certa: Sokrates, per un certo periodo della sua vita, fu un esattore di tasse. Nell’Egitto romano questo incarico era una delle cosiddette “liturgie”, ovvero servizi per la comunità, generalmente piuttosto gravosi e dispendiosi, presi a carico dai cittadini più ricchi; in due parole, onori e oneri. Doveva dunque appartenere a una famiglia molto abbiente e la casa in cui viveva lo conferma: con i suoi 120 m2 di superficie era sicuramente una delle più grandi di Karanis. Spetta a van Minnen il merito di avere riconosciuto la mano di Sokrates in uno dei quattro lunghi rotoli di papiro (P. Mich. 223) ritrovati a Karanis che registravano giorno per giorno l’esazione di differenti tipologie di tasse. Per comprendere la sua attività, e anche questa tipologia di documento, dobbiamo quindi immaginare il nostro Sokrates mentre bussa casa per casa, famiglia per famiglia per riscuotere le tasse e segnare i nomi dei contribuenti con l’importo pagato.

Cosa c’è allora di interessante in una lista di nomi affiancati da cifre? Apparentemente non molto, ma a un occhio attento non sfuggirà che alcune voci presentano – accanto al lato destro “ufficiale” in cui è menzionato il proprietario del terreno responsabile del pagamento – un lato destro più “informale”, spesso tra parentesi, in cui era indicato il locatario che in quel momento pagava la tassa per conto del padrone. Non solo: analizzando queste annotazioni, sembrerebbe che alcuni nomi indigeni di locatari egiziani siano stati anche tradotti in greco.

Per esempio, il padre di un certo Massimo, attestato in quattro registrazioni di pagamenti, è chiamato una volta Petsesi e tre volte Pikros: il nome indigeno Petsesi significa “colui che è amaro, aspro”, esattamente come l’aggettivo greco pikròs, non usato solitamente nell’onomastica greca. E ancora: il nome indigeno Touamkiamoul, che significa “colui che mangia carne di cammello”, come diventerà in greco? Prevedibilmente Kamelofagos. Insomma, un burlone dalla vena umanistica questo Sokrates.

Un caso è però ancora più curioso: il proprietario di un terreno di nome Petheus paga in più casi le tasse attraverso i suoi locatari, Dios e Ptolemaios, entrambi indicati come figli di un certo Panpin. In un’occorrenza, però, il nome del padre Panpin è espresso in una forma diversa di cui purtroppo non riusciamo a leggere alcune lettere: che si tratti di un’altra traduzione del nome in greco? In egiziano il nome Panpin significherebbe letteralmente “quello del topo”. Riferito a un uomo è probabile che stia a indicare “colui che cattura i topi”, ma potrebbe trattarsi di un oggetto che abbia a che fare con i topi, per esempio una “trappola per topi”, indicata generalmente in greco con il termine comune myàgraNulla quindi a che vedere con le poche lettere (…ndikt…) che si leggono tra le parentesi.

Ci viene in aiuto Polluce, un lessicografo greco del II sec. d.C., il quale non solo ci informa che Aristofane, nel suo Pluto, aveva chiamato ípon la myágra, ma cita anche questo verso di Callimaco:

l’andíktes e l’ípon fanno fare (sott. al topo) un grande salto

Il poeta si riferisce evidentemente a due ordigni letali piuttosto simili tra loro e quindi, se ípon = myágra e andíktes = ípon, per la proprietà transitiva dell’uguaglianza possiamo affermare anche che andíktes = myágra.

Siamo finalmente arrivati al punto: il contributo di Polluce mostra chiaramente che ípon, myágra e andíktes erano termini pressoché equivalenti per indicare la “trappola per topi” e anche altri lessicografi lo confermano. Ecco allora che questo termine poetico attestato soltanto in Callimaco funziona bene con il significato di ‘cacciatore di topo’ o di ‘trappola per topi’ che si era proposto per il nome indigeno di Panpin e la traduzione Andíktou (al genitivo maschile, in quanto patronimico) si adatta perfettamente alle lettere superstiti nel nostro P. Mich. 223.

Che allora il nostro Sokrates fosse un erudito e un appassionato di letteratura greca? Che si divertisse a nascondere una ricercata citazione callimachea in un registro di tasse, dove nessuno poteva trovarla? Non possiamo allora meravigliarci che tra le carte di Sokrates siano stati ritrovati anche alcuni pezzi di letteratura greca, tra cui Menandro e porzioni di trattati grammaticali. Infine, può essere una coincidenza che Sokrates prendesse in prestito un’oscura parola greca da Callimaco quando qualcuno, proprio in una casa dall’altra parte della strada, possedeva una copia di almeno un’opera dello stesso autore? Il prestito letterario potrebbe quindi essere stato preceduto da un prestito reale a Sokrates delle opere di Callimaco da parte del proprio vicino di casa.

Non si può più dire che i papiri siano noiosi. La storia di Sokrates, solo una tra le infinite che si potrebbero raccontare, ha dimostrato che personalità altrimenti confinate per sempre nell’anonimato o destinate a rimanere semplici nomi vuoti possono assumere concretezza proprio grazie a questi documenti. Documenti spesso misteriosi e, come si è visto, pieni di sorprese.


La foto in copertina è il Papiro Michigan 225, uno dei rotoli di tassi rinvenuti a Karanis.

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