La settimana scorsa mi sono trovata, al di là di ogni aspettativa (e di ogni speranza), dentro la sede “Richelieu” della Bibliothèque Nationale de France, con in mano il Supplèment grec 388, prezioso manoscritto di X secolo. Senza accorgermene, ho passato tre ore a sfogliarlo devotamente. È un codice piccoletto e porta chiari segni della sua veneranda età. Presenta una traduzione interlineare latina per lunghe porzioni di testo. È un codice celebre, perché è l’unico che reca entrambi i libri delle elegie del poeta greco Teognide. Uscita dalla BnF, camminavo sotto la pioggia in uno stato di ‘beatitudine filologica’.

Come giustificare tanta emozione per un vecchio libro? Vi sarà chiaro quando saprete cosa fa il filologo.

È noto che il filologo si occupa della storia dei testi (letterari per lo più, ma non necessariamente tali). Una diffusa credenza è quella per cui il suo scopo sarebbe la ricostruzione dell’originale. Non lascio suspense: ciò è falso.

Innanzitutto, cosa vorrebbe dire ‘originale’? Risposta tipica: l’‘originale’ è l’autografo, il testo come originariamente uscito dalla penna del suo autore.

Già il concetto di ‘uscire dalla penna dell’autore’ è assai traviante: per svariati autori, penso in primis a Omero o ad Aristotele, o al nominato Teognide, è inimmaginabile che essi abbiano scritto le loro opere stando seduti a una scrivania, concependole come lavori organici. Capita (non è la norma, ma capita) che dietro un libro ci sia l’intelligenza di un gruppo, o che in esso si siano stratificati anni, secoli di contributi diversi. O ancora (è il caso di Aristotele) un’opera può nascere come raccolta di appunti, siano essi una ‘scaletta didattica’ dell’autore, o siano appunti di allievi.

Iniziate a capire che il concetto di ‘originale’ è assai indefinito: se, nei casi nominati, non c’è ‘autore’ come siamo abituati a immaginarlo, cosa considerare ‘originale’? Che senso ha l’avverbio ‘originariamente’? E di cos’è che dovrebbe occuparsi il filologo qui? Lasciamo la domanda in sospeso.

Quanto ai nominati autografi, tra parentesi, una postilla: ricordate che i primi autografi di testi letterari a noi giunti sono del XII sec. d.C. Prima abbiamo solo copie – e per ‘copie’ intendo copie di copie di copie – dell’autografo.

Intanto avrete capito: se l’autore non sempre c’è, o non sempre è individualmente definibile, bisogna fare attenzione a ideologizzare lui, il suo processo creativo, e la sua volontà.

Questo si capisce in astratto senza sforzo: anche se l’autore c’è, ed è uno, la ‘volontà dell’autore’ può essere difficile da definire. Ed è, di per sé, un criterio operandi ambiguo. Vediamo perché.

Si pensi alle cosiddette varianti d’autore: per un passaggio di un testo sono attestate due versioni, entrambe risalenti all’autore. Una delle due sarà precedente, l’altra si dovrà a un rifacimento o a una correzione più tarda dell’autore stesso. Tante varianti d’autore si trovano per esempio negli epigrammi di Marziale. Come trattarle? Considerare la posteriore (se riusciamo a identificarla tale!) come definitiva? Ma non credete che anche la prima appartenga a uno stadio della storia del testo?

Ancora un celebre esempio sulla volontà dell’autore. Nel De republica, libro II, capitolo 8, Cicerone nomina i cittadini di Fliunte, città del Peloponneso, e li chiama “fliunti”: phliuntios troviamo scritto nell’unico manoscritto (il Vat. Lat. 5757). In realtà, i cittadini di Fliunte nell’antichità erano chiamati “fliasi”. La forma “fliunti” è comunque altrove attestata, non è propriamente considerabile errore. Che fare? Lasciare, o correggere in “fliasi”? Quand’è che si è verificato quest’errore, a che punto della trasmissione del De Republica? Ci viene in soccorso Cicerone stesso nella sesta epistola a Attico (2,3): «Sapevo che in realtà si dice ‘fliasi’, e tu fa’ in modo che questa parola rechino i miei libri», ovvero “correggili”. Ecco che capiamo: phliuntios è un errore d’autore: Cicerone se n’è accorto, ma troppo tardi, quando già copie del De republica erano già in circolazione. Cosa sarà successo? Attico – comprensibilmente! – non sarà riuscito a rintracciarle e correggerle tutte, per cui la variante phliuntios non è stata obliterata ovunque e per sempre, come avrebbe voluto Cicerone. E l’unico manoscritto a noi giunto reca proprio phliuntios. La volontà d’autore però è qui chiaramente espressa ed è giunta fino a noi. Caso raro!

Pensate anche ai manoscritti leopardiani, le cui riproduzioni vi sarà magari capitato di vedere. Quante cancellature e correzioni! E quante le correzioni di mano di Leopardi sulla sua copia dell’edizione bolognese, o dell’edizione Starita.

Insomma, tante ambiguità racchiude il concetto di volontà dell’autore, troppi livelli. E l’autografo può essere stato esso stesso un campo minato, sede di errori o revisioni. Non certo la ‘materializzazione della volontà dell’autore’, come a volte si crede.

Come fare allora? Che scopo porsi, in questo ginepraio? La risposta è facile. Il filologo sceglie cosa ricostruire.

Vediamo. Lavoro su un testo che ha attraversato i secoli venendo variamente implementato. Bene: scelgo la fase che voglio ricostruire. Esempio: Teognide. Scelgo se orientare i miei sforzi per risalire quanto più indietro possibile nella storia del testo, o se preferisco ricostruire il testo teognideo come lo leggeva l’antologista Stobeo, nel VI secolo d.C.

Lavoro con testi zeppi di varianti d’autore? Devo orientarmi tra le varianti, cercando di ordinarle cronologicamente e discernere le diverse volontà d’autore, e infine scegliere quale volontà voglio ricostruire e stampare a testo.

Ciò è fondamentale: l’obiettivo regolativo per la ricostruzione del testo è la scelta di una fase di quel testo, che sarà poi l’oggetto preciso della ricostruzione.

Insomma, niente di troppo eccezionale. Il mio scopo, con questa panoramica, era di farvi ragionare su alcuni concetti a volte dati per scontati quanto al testo e alla determinazione del suo assetto, e iniziarvi alla materialità della nostra disciplina.

Il filologo indaga come il testo ha viaggiato nel tempo, investiga le alterazioni o evoluzioni che il testo ha subìto nel suo viaggio spazio-temporale. Il nostro scopo è ricostruire degli oggetti, diciamo, le forme materiali che il testo ha assunto nella storia. Vogliamo anche ricostruire le dinamiche che hanno provocato l’alterazione di questi oggetti, e anch’esse sono fatti materiali, o hanno conseguenze materiali: l’errore di un copista, un danneggiamento del codice, la perdita di un fascicolo, la penetrazione di appunti marginali nel testo… Lo studio di queste dinamiche consente anche, idealmente, di tracciare un albero genealogico dei codici che recano quel testo, e comprendere quale manoscritto è stato copiato da quale.

Perché quindi tanta emozione per quel codicillo che ho visto alla BnF? Certo perché è l’unico che conserva il secondo libro delle elegie di Teognide, del tutto assente dagli altri (tanti) codici che trasmettono la Silloge teognidea. E questo è di per sé un fatto straordinario! Da dove sarà riemersa questa porzione di testo, solo qui testimoniata?

Ma poi, comunque, l’emozione è sempre grande, anche se il codice che sfogliamo non è di alto valore dal punto di vista testuale. Non dimentichiamo che per la confezione di ciascun codice ci sono voluti giorni e giorni di faticosa copiatura. E poi, insomma: ogni codice è un portatore di tradizione, è una tappa della storia di un testo, una storia tutta materiale. Ogni codice è uno dei modi (più o meno numerosi) in cui un testo ha trovato materialità nella storia. Ed è per questo, in quanto ‘materializzatore’, non di una volontà autoriale, ma di una tradizione lunga secoli, che il testo è oggetto dell’attenzione e della cura del filologo.


La foto in copertina è uno screenshot di una chat tra l’autrice e Jacopo Marcheselli, chimico redattore de Il Chiasmo.

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