Da bravo meridionale, il Natale significa per me (oltre che pranzi interminabili e maglioni dai colori improponibili) una cosa in particolare: il presepe! Ogni anno a casa allestiamo una sorta di studio di Cinecittà, uno spazio immenso sul quale ricreiamo (quasi scala 1:1!) la nostra Betlemme con tanto di pastori stupiti, re Magi sui loro bei cammelli ed una serie interminabile di animali domestici: dal cane che segue fedele il suo padrone all’anatra che si perde nel laghetto di carta d’alluminio. E poi, al centro della scena, lei, “l’umile capanna”, dove i due pupetti di Giuseppe e Maria attendono l’arrivo del Figlio di Dio, che verrà posizionato solamente il 25 a mezzanotte. Da quando ero piccolo la decorazione della capanna spettava a me, ed i pupetti che più mi divertivano (e mi divertono tuttora) erano quelli del bue e dell’asinello: due poveri animali, calmi e placidi sui loro giacigli di paglia, che assistono inconsapevolmente all’evento più importante della cristianità, la nascita del Messia. Mi ricordo che mi piaceva metterli proprio vicini alla culla, quasi fossero incuriositi da quel bambino avvolto da un’aura di sacralità (ricreata, nel mio presepe, con una lucina proprio sopra il lettuccio).

Non vi nasconderò il mio stupore quando scoprii, tempo dopo, che la “nascita del Messia” non era avvenuta quel 25 dicembre che ogni anno aspettavo fremente, ma che in quel giorno, nell’Antica Roma, si celebrava un’altra festa (quella del Sole Invitto), soppiantata ben presto da quella cristiana. Col tempo, lo stupore si è trasformato in curiosità, ed ora, da studioso della tradizione e della cultura cristiana, cerco sempre di vedere quali sono gli aspetti e le caratteristiche che il cristianesimo ha ereditato dalla tradizione pagana, o meglio, dalle tradizioni pagane. Qui di seguito cercherò di fornire una serie di esempi riguardo l’iconografia, le feste o le semplici curiosità del cristianesimo ereditate dalle grandi culture “pagane” del mondo antico: quella egizia, quella greca e quella persiana. Se un autore del III secolo come l’austero Tertulliano condannava i gentiles per le loro strane celebrazioni, oggi, forse, si ricrederebbe.

Quello che mi affascina dell’Antico Egitto è la sua lunghissima storia: dall’unificazione dei due regni avvenuta sotto Narmer alla morte dell’ultima leggendaria regina, Cleopatra, passano circa tremila anni di avvenimenti, guerre, conflitti. L’Egitto ha conosciuto diverse popolazioni che l’hanno conquistato, ma che, allo stesso tempo, sono state conquistate dalla sua misteriosa cultura, ricca di ibride divinità e simboli sacri. Per alcuni versi può sembrare incredibile, ma anche la cultura egizia, così misteriosa ed esotica ha esercitato una sua influenza nella cultura cristiana, grazie, soprattutto, all’opera di mediazione dell’epoca ellenistica. Sarebbero tantissimi i motivi da analizzare, ma è uno, in particolar modo, quello su cui mi sembra più interessante soffermarsi: Osiride. Il culto di Osiride si diffonde in Egitto verso la fine dell’Antico Regno (XXII secolo a.C. ca.) , in un’epoca di disordini e tumulti. Osiride, divinità fino ad allora connessa alla vita dei campi, viene elevato a divinità “nazionale” per la sua incredibile storia, una storia di morte e resurrezione. Il racconto è riportato da una fonte greca, Plutarco: Osiride, durante un banchetto, viene ucciso con l’inganno dal fratello Seth, e viene successivamente fatto a pezzi e gettato lungo tutto il corso del Nilo. La moglie del dio, Iside, inizia disperata una lunga avventura alla ricerca dei pezzi del marito; riesce a trovarli tutti (tranne il membro maschile, che viene però ricostruito), e, unendosi al dio, lo fa tornare in vita, risorto dall’oltretomba. Dall’unione tra Osiride ed Iside nascerà Horus, il dio dalla testa di falco, simbolo per eccellenza della regalità egizia.

Ora, sono diversi gli spunti per un raffronto con il cristianesimo. Prima di tutto, ovviamente, il tema della resurrezione e della vittoria contro la morte: Osiride, resuscitato, diventerà il sovrano dell’oltretomba, custode di una sorta di paradiso in cui solamente le anime dei giusti potranno entrare (vi ricorda qualcosa?). Il culto era celebrato specialmente in una città, Abydos, antica residenza dei faraoni, dove ogni anno si svolgeva una celebrazione, detta “Festa dell’arca”, in cui si ripercorrevano (trasportando la grande barca di Osiride sulle spalle dei fedeli) tutti i più importanti episodi della vita del dio fino al supremo momento della resurrezione. In alcuni suoi aspetti, questa processione ha diverse somiglianze con la cristiana Via crucis, ma qui mi fermo, dato che il paragone potrebbe sembrare azzardato. Una somiglianza notata da molti egittologi riguarda invece un tema iconografico, quello di Iside con il piccolo Horus. In una statuetta la dea viene raffigurata mentre tiene in braccio il figlio e lo allatta: il motivo della “divina maternità” sembra essere l’unico del mondo antico, e potrebbe aver influenzato le successive rappresentazioni cristiane della Madonna in trono che allatta Gesù bambino.

Uno degli aspetti più interessanti e anche, se vogliamo, più folkloristici della cristianità “popolare” è la processione, a cui prima ho accennato. È proprio l’idea di processione una delle eredità più importanti della cultura pagana, in particolar modo greca. Ogni paese, villaggio o borgo in Italia ha il proprio santo patrono, e, nel giorno di festa, la tradizione vuole che la sua statua venga portata in processione per le strade, salutata ed acclamata. Ebbene, già prima di Pericle i fregi e le metope dei templi testimoniano una realtà di poleis che, in un determinato momento dell’anno, celebravano le proprie divinità protettrici (i “santi” dell’epoca) con grandi cortei e processioni. Cito due esempi. Uno, il più famoso, è quello del fregio interno del Partenone, dove vengono raffigurate le Panatenee, grandi processioni in onore di Atena. Tutta la città si mobilita in occasione della festa, dalle giovani fanciulle ai vecchi cittadini, dagli artigiani ai giovani cavalieri che sfilano, grandiosi, verso la statua della dea. L’altro esempio è forse meno conosciuto, e riguarda una delle grandi sante siciliane: Sant’Agata. Ogni anno, nel periodo di febbraio, a Catania si celebra la santa patrona con canti, candelore ed una grande processione che culmina con la corsa dei fedeli che portano la statua della santa lungo la “Salita di San Giuliano”, l’antica strada dell’Acropoli. Ebbene, recenti ritrovamenti archeologici testimoniano che, molto prima di sant’Agata, a Catania era diffuso un altro culto, quello di Demetra. In questo caso una tradizione pagana già consolidata è stata sostituita solamente nella figura devozionale da una martire della cristianità, mantenendo, però, i tratti più folkloristici. Come a Catania, questa “sostituzione” è avvenuta nella maggior parte delle città italiane di fondazione greco-romana.

Passiamo ora ad un altro affascinante culto dai forti tratti misterici: il culto di Mitra. Il Mitraismo, originario dell’area indo-iranica, si spostò in Occidente durante l’età ellenistico-romana, e qui, per il suo carattere misterico, ottenne un discreto successo, specialmente tra gli strati più eminenti delle società. Divinità centrale del mitraismo è, ovviamente, Mitra, eroe semidivino raffigurato mentre uccide un toro. La sua statua veniva generalmente collocata nei luoghi di culto, i “mitrei”, di solito grotte o comunque luoghi isolati, considerato il carattere elitario della religione (un mitreo è stato trovato ad Ostia Antica, proprio nell’area del porto). Il Mitraismo prevedeva dei riti di purificazione (dei quali ci parla San Gerolamo), tra i quali spiccava una sorta di abluzione simile al battesimo dei cristiani. In effetti, in molte sue componenti il mitraismo sembra aver influito sulla tradizione cristiana: l’idea di un “giudizio finale”; la credenza nell’Inferno e nel Paradiso; una ricca e complessa liturgia. A differenza del mitraismo, però, il cristianesimo non fu contraddistinto da quel carattere elitario di cui ho parlato prima, e fu proprio questa sua apertura a tutti gli strati della popolazione che gli permise di diffondersi così velocemente in tutto l’Impero.

A Roma Mitra venne spesso confuso e assimilato ad un’altra importante divinità, il Sole Invitto, di cui ho parlato all’inizio dell’articolo. Ci troviamo, anche in questo caso, difronte ad una divinità orientale di origine persiana e dagli influssi egizi, alla quale era dedicata una particolare festività il 25 dicembre. La festa del Sole Invitto era stata istituita dall’imperatore Eliogabalo, e durò per tutto il III secolo come una delle festività più importanti dell’impero; finché, attorno alla seconda metà del IV secolo, essa non verrà sostituita con una nuova celebrazione: la nascita di Cristo, il nostro Natale. Da lì la veglia, il presepe di San Francesco, il bue e l’asinello, e poi l’Albero, i regali e quel simpaticone di “Santa Claus”, tradizioni che, più che appartenere ad un Natale cristiano, fanno parte oggi di un “Natale mondiale”.

Insomma, quando farò il presepe, quando tra pochi giorni ci scambieremo i doni, saremo tutti dei “pagani”, come voleva Tertulliano? Questo non saprei dirvelo; magari anche il severo apologeta cartaginese non avrebbe avuto nulla da ridire: in fondo, a Natale siamo tutti più buoni!


L’immagine di copertina è un particolare di un presepe allestito sotto il loggione monumentale di San Giovanni in Monte (Bologna) nel 2012.

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