Waris si alzò prima dell’alba, uscì in punta di piedi dall’accampamento e cominciò a correre nel deserto senza meta, sapendo di dover correre più veloce di suo padre, se avesse voluto evitare di sposare lo sconosciuto sessantenne al quale era stata promessa in cambio di qualche cammello. All’epoca, Waris Dirie aveva solo tredici anni e non poteva immaginare che, grazie alla sua determinazione, da nomade nel deserto somalo sarebbe diventata prima una top model di fama mondiale, quindi un’ambasciatrice dell’ONU e scrittrice, in prima linea nella lotta contro la mutilazione genitale femminile. È proprio uno dei suoi libri, Fiore del deserto, che mi spinge oggi a scrivere questo articolo. Waris fa parte del nutrito esercito di femmes coupées, donne sottoposte a quella violenta tradizione che da migliaia di anni recide irrimediabilmente la femminilità, se non la vita, di tante, troppe bambine. Ma cos’è la mutilazione genitale femminile?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rientrano nella definizione di MGF “tutte le pratiche che comportano la rimozione, parziale o totale, dei genitali esterni femminili, o qualsiasi altra lesione inflitta ai genitali femminili per ragioni non mediche”.

Esistono tre principali tipi di MGF, di gravità crescente: il tipo 1, detto sunna, che prevede la rimozione del solo clitoride, e il tipo 2, in cui l’escissione riguarda clitoride e piccole labbra, sono i più comuni, rappresentando l’80% delle MGF; il tipo 3 è l’infibulazione propriamente detta, o mutilazione faraonica, e prevede la riduzione dell’introito vaginale ad un piccolo orifizio, creato giustapponendo e cucendo le piccole e/o le grandi labbra, previa eventuale asportazione del clitoride. Anche se il tipo 3 è percentualmente meno frequente, in alcuni Paesi, come Somalia, Gibuti e Sudan del Nord, l’infibulazione rappresenta la mutilazione dominante e viene imposta ad oltre l’80% della popolazione femminile. Esiste una quarta categoria, meno diffusa, in cui rientrano svariate pratiche lesive, fra cui la cauterizzazione e l’introduzione di materiale corrosivo in vagina.

Forme di mutilazione genitale femminile

MGF

La tipologia e i metodi di esecuzione variano enormemente da un gruppo etnico all’altro, ma -generalmente- i genitali esterni vengono amputati con strumenti di fortuna, al di fuori di qualunque norma di sterilità, senza anestesia, né terapia antibiotica, da parte di ostetriche o mutilatori di professione, che si spostano di villaggio in villaggio per compiere questo rito e sono privi di adeguata formazione medica. Waris fu infibulata con una vecchia lametta da rasoio lavata con lo sputo e cucita con spine di acacia.

Le vittime vengono mutilate con utensili d’uso comune – quali lame di rasoio, coltelli, forbici o, peggio, con schegge di vetro, pietre appuntite e persino a morsi.
[Fiore del deserto, W.Dirie]

Anche l’età di esecuzione varia notevolmente da un Paese all’altro. Nello Yemen, ad esempio, le bambine vengono mutilate alla nascita, o comunque entro primissimi anni di vita. In altre culture, fra cui quella somala, la mutilazione rappresenta il passaggio all’età adulta e viene pertanto imposta più tardivamente, dopo il compimento dei cinque anni. In generale, essa viene praticata entro i quindici anni di vita.

Considerate le condizioni di svolgimento del rituale, non sorprende che le bambine siano esposte a numerose e gravi complicanze, sia nell’immediato, sia a lungo termine.

Al momento del taglio, i rischi più comuni includono le emorragie da lacerazione, la ritenzione acuta di urina, le lesioni all’uretra e all’ano, le fratture o lussazioni del femore, dovute all’immobilizzazione coatta.

Nei giorni successivi possono invece manifestarsi problemi di cicatrizzazione, setticemie o i sintomi del tetano. Dopo la procedura, Waris rimase per due settimane in una tenda in mezzo al deserto, sola. La madre e la sorella le rendevano visita quotidianamente, portandole cibo ed acqua. Trascorse quest’agonia sdraiata, con le gambe strettamente immobilizzate da una benda, poiché ogni movimento avrebbe ostacolato la cicatrizzazione. Urinare era la tortura peggiore: la pipì colava goccia a goccia dal “minuscolo buco del diametro di un fiammifero” rimasto, irritando la ferita aperta e provocandole dolori lancinanti. La ferita si infettò e Waris passò alcuni giorni in bilico fra la vita e la morte. Guarì, ma a molte sue amiche e ad una delle sue sorelle non toccò la stessa fortuna: morirono, dissanguate o di setticemia, durante la convalescenza. La morte è una possibile complicanza dell’infibulazione, anche se risulta difficile determinare in modo attendibile il numero di bambine che muoiono a causa della circoncisione.

Si potrebbe pensare che, per le bambine forti e fortunate come Waris, dopo l’atto della mutilazione il più sia passato. Non è così. Numerose sono le complicanze a lungo termine di questa pratica, soprattutto per le mutilazioni di terzo tipo. Fra le più frequenti citiamo le infezioni urinarie ricorrenti, il dolore durante i rapporti sessuali e l’incremento delle complicanze ostetriche, come il prolungamento del travaglio o l’aumentato rischio di taglio cesareo. Waris soffrì per anni durante il ciclo mestruale: il sangue, non potendo fuoriuscire attraverso il minuscolo buchino, si accumulava, provocandole dolori insopportabili e svenimenti. Alle complicanze fisiche vanno aggiunte quelle psichiatriche, derivanti dalla violenza del rito: fino all’80% delle donne sottoposte a mutilazione presenta disturbi d’ansia od affettivi e fino ad un terzo rispecchia i criteri diagnostici del Disturbo Post-Traumatico da Stress.

Perché tanto dolore? La pratica della mutilazione genitale femminile è antica e consolidata, ma né le sue origini né le ragioni della sua diffusione sono chiare. Si pensa che fosse diffusa nell’Antico Egitto, in Etiopia e nell’Antica Grecia. L’imposizione della MGF prescinde dallo status socio-economico e, sebbene interessi soprattutto Paesi di cultura Islamica, pochi gruppi la considerano una necessità imposta dalla religione. In effetti, non esiste un passo del Corano che imponga la mutilazione.

Diversi studi evidenziano il ruolo fondamentale degli uomini nel mantenimento di questa tradizione. Essi agirebbero sia attivamente, imponendo la mutilazione alle proprie figlie, sia passivamente, rifiutando di sposare donne non “tagliate”. Le principali ragioni addotte includono la convinzione che le donne non mutilate siano promiscue, la presunta utilità delle MGF nel ridurre i rapporti pre-matrimoniali ed extraconiugali, od addirittura la sua efficacia nel garantire la tutela della poligamia maschile. Nelle culture ove si pratica l’infibulazione propriamente detta, essa garantisce la verginità della ragazza fino alla prima notte di nozze, quando il marito defibula la novella sposa facendosi strada a forza, con l’ausilio di strumenti affilati o richiedendo l’intervento delle stesse ostetriche mutilatrici. Molti uomini, soprattutto se benestanti, colti e cresciuti in contesti urbani, disapprovano questa tradizione, ma finiscono per accettarla a causa della pressione sociale e del timore di essere ripudiati dalla comunità.

Non bisogna commettere l’errore di pensare che le donne siano solo vittime o spettatrici passive di questa pratica: il ruolo delle madri è importante tanto quanto quello dei padri e dei mariti. Si deve infatti considerare che, per la maggior parte delle donne, la circoncisione è una condizione normale, una necessaria tappa nella vita della donna e dunque, sebbene le radici di questa tradizione affondino nella società patriarcale, sono le donne stesse a garantirne la perpetuazione, condividendo le medesime convinzioni degli uomini.

[…] tutte le giovani somale attendono con ansia quella cerimonia che, da ragazzine quali sono, le trasforma in donne a tutti gli effetti. In origine, questo intervento veniva praticato in età puberale. […] Con il passare del tempo, però, l’infibulazione prese ad essere praticata su bambine sempre più piccole, in parte anche a seguito della pressione delle ragazze stesse, le quali attendono il loro momento allo stesso modo in cui, in Occidente, i bambini aspettano il proprio compleanno o il giorno di Natale.
[Id.]

Insomma, i genitori che mutilano le figliolette agiscono a tutti gli effetti in buona fede, per preservarne la reputazione, poiché nessuno sposerebbe mai una donna integra. In alcune culture, inoltre, il clitoride è ritenuto tossico: se non asportato rischierebbe di crescere fino a terra o di intossicare il neonato durante il parto.

Infine, le mutilazioni genitali femminili furono adottate dai ginecologi americani fino agli anni Sessanta come terapia per l’erotomania, l’omosessualità femminile ed alcune patologie psichiatriche:

La circoncisione risolverà una delle principali cause di masturbazione.
[Why not circumcise the girl as well as the boy? Texas State Journal of Medecine, Vol.14, Maggio 1918, pp. 17-19]

Si calcola che 125 milioni di donne attualmente viventi siano state sottoposte a mutilazioni. Il problema riguarda soprattutto ventotto Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, ma non si può trascurare il contributo di numerose comunità di migranti presenti in Europa, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda, che mantengono questa tradizione anche nei Paesi adottivi.

Non ho sufficiente spazio, né sufficienti competenze per esaurire questo vastissimo argomento. Vorrei lasciarvi l’idea che “mutilazione genitale femminile” non indichi un fenomeno omogeneo, ma un grande calderone di tradizioni di differenti origini, modalità di esecuzione e ragion d’essere, accomunate dal fatto di non portare alcun beneficio, ma molti possibili (o probabili) rischi per la salute delle donne che la subiscono, per la loro prole e, di riflesso, per i mariti. La mutilazione genitale femminile va pertanto considerata tanto un grave problema di salute pubblica internazionale, quanto una sistematica violazione dei diritti umani ed una violenza di genere rituale. E noi, udendo il grido di Waris Dirie e delle sue sorelle, non possiamo girare la testa dall’altra parte.


Immagine di copertina tratta da http://www.gruppo2009.it/mutilazioni-genitali-femminili-ragioni-culturali-sensibilizzazione/

Immagine 1: modifica da Wikipedia.org


Per approfondimenti:

-Berg et al. Effects of female genital cutting on physical health outcomes: a systematic review and meta-analysis. BMJ Open 2014.

-Behrendt A, Moritz S. Posttraumatic stress disorder and memory problems after female genital mutilation. American Journal of Psychiatry 2005, 162:1000-1002.

-Horowitz, Carol R, and J Carey Jackson. “Female ‘Circumcision’: African Women Confront American Medicine.” Journal of General Internal Medicine 12.8 (1997): 491–499.PMC. Web. 26 Dec. 2015.

Varol, Turkmeni et al. The role of men in abandonment of female genital mutilation: a systematic review. BMC Public Health (2015) 15:1034

Nawal. Female genital cutting: a persisting practice. Review in Obstetrics and Gynecology (2008) Vol 1 N 3

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