Il petrolio è molto conosciuto per varie sue caratteristiche, ma quella su cui ci concentreremo è che ha un prezzo. Per chi non lo sapesse a partire dal 2014 il prezzo del petrolio ha subito un forte calo, come mostrato dal grafico che segue:

Babbo-natale-e-il-petrolio

Che macello! Cos’è successo? In due parole è successo che gli americani si sono messi a fare concorrenza ai sauditi e i sauditi l’hanno presa male. Ma forse vale la pena spiegare la faccenda un po’ più chiaramente.

Il petrolio in teoria è un bene come tanti altri ed il suo prezzo dovrebbe essere stabilito da compratori e venditori che si incontrano liberamente sul mitico “mercato” e stabiliscono un prezzo attraverso la contrattazione. La realtà è diversa: il prezzo viene deciso a tavolino dall’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries), l’associazione che comprende i maggiori produttori di petrolio mondiali. La forza contrattuale dell’OPEC è divenuta terribilmente chiara nel 1973 a seguito del primo shock petrolifero: come ritorsione per l’appoggio a Israele nella guerra dello Yom Kippur, l’OPEC proclamò l’embargo contro le nazioni importatrici di petrolio. Ciò causò il rialzo del prezzo del petrolio da 3$ al barile fino a 12$ nel marzo 1974. Ma quelli erano ancora bei tempi: da allora l’OPEC ci ha preso un po’ la mano ed il petrolio è arrivato a toccare massimi storici di circa 140$ al barile.

Considerata la necessità del petrolio per un’economia avanzata, per l’OPEC è stato relativamente facile approfittarsi della sua posizione di maggior produttore mondiale per “ricattare” i Paesi sviluppati e far loro accettare prezzi ben al di sopra del costo del prodotto venduto. Per Paesi come l’Arabia Saudita estrarre un barile di petrolio costa circa 20-25$; rivenderlo a 140$ o anche solo 100$ è un ottimo affare. L’alto prezzo del petrolio ha avuto come effetto collaterale quello di incoraggiare la produzione da parte di Paesi poco efficienti: estrarre petrolio in Brasile costa mediamente 60-70$ perché non basta, come in Arabia Saudita, prendere paletta e secchiello e fare un buco nella sabbia, ma bisogna invece andare a trivellare in fondo al mare a profondità ragguardevoli. Un discreto spreco di forze rispetto agli amici sauditi, ma finché il petrolio vale 100$ al barile c’è comunque margine di guadagno.

La festa è finita quando si sono messi di mezzo gli americani. Gli USA possiedono giacimenti di petrolio molto consistenti ma il petrolio statunitense richiede tecnologie particolari per essere estratto. D’altra parte, 100$ dollari al barile è stato un incentivo molto significativo per la scienza che finalmente ha trovato la risposta: lo shale oil. Personalmente, in qualità di rozzo economista, non so bene che cosa voglia dire. Più o meno lo shale oil è petrolio estratto in qualche modo curioso con non so che trivelle. Le parole magiche che però in qualità di economista capisco benissimo sono “aumento dell’offerta” e “competizione”. Finalmente qualcuno si è messo a fare seriamente competizione all’OPEC e questo lo ha capito benissimo anche l’OPEC stessa. E non gli ha fatto molto piacere.

Man mano che la produzione USA aumentava, e aumentava velocemente, il prezzo del petrolio scendeva, ed è sceso velocemente. Fino a circa 80$, quando l’OPEC ha deciso di intervenire con fermezza. Lo shale oil è stato riconosciuto come un nemico temibile e per ucciderlo mentre era ancora in fasce è stato deciso di fare crollare ancora di più il prezzo del petrolio. Se lo shale oil guadagna a 100$ al barile, a 40$ è in perdita. L’OPEC ha quindi rovesciato le sue politiche ed ha dichiarato che non avrebbe più supportato il prezzo del petrolio e questo, di conseguenza, è crollato drasticamente. Oggi si aggira tristemente intorno ai 40$ al barile.

Al momento è quindi in atto un braccio di ferro tra OPEC e shale oil: questa competizione si preannuncia con tutte le probabilità mortale per uno dei due contendenti. Il primo scenario è che lo shale oil ceda e i produttori USA falliscano tutti insieme spensieratamente, tirandosi magari dietro il sistema finanziario stelle e strisce che gli aveva concesso credito. Ciò potrebbe riportare alla fine il prezzo del petrolio a livelli più alti e scatenare potenzialmente un’altra crisi finanziaria in America. Il secondo scenario è che la tecnologia avanzi in maniera inesorabile e vittoriosa spazzando via la reazionaria e malvagia OPEC. In questo secondo scenario i prezzi del petrolio potrebbero rimanere più bassi più a lungo e paradossalmente il grande perdente non sarebbe l’OPEC.

Come accennato prima il barile a 100$ ha incentivato molti produttori poco efficienti a fare sempre più affidamento sul petrolio. Per esempio il Brasile e la Russia. In Brasile e in Russia il crollo del petrolio sta mettendo sotto pressione l’economia nazionale ed il budget statale, in quanto i maggiori produttori petroliferi sono posseduti in buona parte dallo Stato. Il basso prezzo del petrolio causa inoltre un curioso fenomeno chiamato “deprezzamento della valuta”. Ammettiamo che gli USA comprino un barile di petrolio l’anno dal Brasile: se questo costa costa 100$ il Brasile riceverà 100$. Se il prezzo del barile va a 40$, il Brasile riceverà solo 40$: in pratica è come se il mondo avesse meno bisogno del Brasile e questo fa sì che ci sia meno domanda per la valuta brasiliana, che sarebbe il real, il quale di conseguenza si deprezza. Infatti da inizio anno il real ha perso circa un terzo del suo valore contro il dollaro. Ciò ha conseguenze molto forti: i prezzi dei beni importati (pagati in dollari) si alzano drammaticamente (quando convertiti in real) causando un’impennata dell’inflazione che in Brasile ha superato il 9%; inoltre gli investitori internazionali subiscono forti perdite sui loro valori in real e, vista la mala parata, rientrano velocemente dai loro investimenti vendendo a man bassa. Le vendite causano un ulteriore deprezzamento della valuta e un innalzamento dei tassi di interesse, similmente a quanto accaduto in Italia nel 2011 con la crisi dello spread (il debito Brasile è infatti stato declassato a spazzatura dalle maggiori agenzie di rating). Insomma il crollo dei prezzi del petrolio sta mettendo parecchio sotto pressione vari produttori di materie prime emergenti come il Brasile e la Russia, ma non l’antipatica OPEC.

Questa infatti non sta gioendo ma nemmeno soffrendo eccessivamente. Le riserve valutarie degli sceicchi sono troppo abbondanti perché essi possano essere attaccati dagli speculatori: è molto più facile prendersela con i più deboli! Forse qualche sacrificio dovranno farlo anche gli arabi ma in sostanza la prossima macchina che si comprerà lo sceicco non sarà una Ferrari ma solo una Jaguar, non un problema insormontabile. Non partecipate alle campagne di raccolta fondi per l’Arabia Saudita!

Chi ci guadagna da questa sconsolante situazione siamo invece noi! L’Europa è un consumatore e non un produttore di petrolio e finora ha dovuto passivamente subire le angherie dell’OPEC. Il crollo del prezzo del petrolio fa diminuire le spese per l’energia delle famiglie e delle imprese e costituisce uno stimolo all’economia. L’altra faccia della medaglia per l’Europa è che il crollo del petrolio fa crollare l’inflazione (poiché calano i prezzi dei beni legati al petrolio), cioè ha l’effetto opposto a quello che ha nei Paesi produttori, che soffrono di deprezzamento della valuta. Questo non contribuisce a combattere il minaccioso scenario deflattivo che tanto teme la BCE, ma d’altra parte non è nemmeno così grave da rovinarci il panettone; gli effetti del calo del petrolio per l’Europa sono nel complesso positivi. Insomma, mors tua vita mea.

Ecco quindi spiegato perché a Natale, se siete stati cattivi, Babbo Natale vi ha portato non il carbone, obsoleto e inquinante, ma un bel barile di petrolio; pare inoltre che, come mostrato dalla foto a inizio articolo, abbia approfittato dell’occasione per cambiare l’ormai consunta slitta.


La fonte del grafico a testo è http://it.investing.com/

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