C’è un’arma che l’uomo può impiegare contro il passare del tempo. La memoria.

A pensarci bene, ci sono un sacco di memorie diverse. L’atto cui sono preposte, quello di ricordare, può apparire lo stesso, ma la nostra memoria, tanto preziosa quanto a volte fallace, appare, ad un’attenta ispezione, una specie di prisma multicolore, divisa in più compartimenti che hanno il compito di ricordare cose diverse, in modo diverso.

Si può fare per esempio una prima distinzione tra memoria a breve termine e a lungo termine. Evidentemente in questa si disamina paragona la nostra testa ad un computer e, come questo, potrà ritenere alcune informazioni per un lungo periodo di termine, mentre altre saranno destinate a scomparire nell’arco di pochi secondi.

All’interno della memoria a lungo termine si possono poi operare ulteriori differenziazioni: la memoria episodica, per esempio, è quella preposta ad immagazzinare informazioni che hanno a che fare con la nostra esperienza personale. Al contrario la cosiddetta memoria semantica ha il compito di ricordare informazioni generali acquisite nel tempo, ma slegate da eventi che ci hanno interessato di persona. Per fare un esempio, quindi, sarà grazie alla memoria episodica che potremo ricordare la nostra visita alla residenza di Napoleone sull’isola d’Elba e gli improbabili affreschi di soggetto egiziano lì conservati, mentre sarà l’azione della memoria semantica che provvederà a pescare le informazioni sulla permanenza dell’ex imperatore francese sulla piccola isola toscana. Sempre in una prospettiva del genere, si può presupporre che l’anonimo pittore autore degli affreschi per Napoleone fosse fornito di una memoria semantica praticamente nulla in fatto di paesaggio e monumenti egiziani e che per questo il poveretto abbia disegnato la sfinge in maniera deprecabile. Alla memoria semantica ed episodica si possono poi ancora aggiungere altre memorie, come quella visiva, quella uditiva, quella procedurale (quella cioè che ci aiuta nel compiere automaticamente compiti di routine).

Fin qui, però, rimaniamo nel campo abbastanza controllato e verificato degli studi delle neuroscienze o al limite di psicologia. Ma che cosa succede se si prova ad indagare la memoria nella selva oscura delle scienze umane, che io da quattro anni ormai cerco, con scarso successo peraltro, di attraversare? In primo luogo, si assiste ad un cambiamento abbastanza significativo, per cui di preferenza l’attenzione si sposta dalla tassonomia e dal funzionamento (o al limite dal malfunzionamento) della memoria di un unico individuo allo studio delle funzioni di una memoria collettiva, insomma della memoria non di un singolo, ma di un gruppo, sia questo una famiglia, una comunità religiosa, un’intera nazione. In questa prospettiva lo studio della memoria può essere fatto rientrare in quell’ambito che nel mondo anglosassone viene chiamato cultural studies, un qualcosa cioè, che, insieme a gender studies, promette di diventare uno dei più portentosi termini-ombrello di umana memoria. Bisogna tuttavia riconoscere che l’atto del ricordare è stato sempre di capitale importanza per gli esseri umani: non si danno società che non abbiano eretto monumenti o elaborato riti commemorativi, quindi se non altro l’intento di questo approccio, indagare il ruolo e il funzionamento della memoria all’interno della collettività e della cultura, sembra per lo meno lecito. Peraltro, il fatto che la memoria possa essere slegata dall’esperienza e dalla vita del singolo, e che acquisti un carattere “universale”, era, ovviamente, chiarissimo anche agli antichi, che si sono sempre premurati di edificare monumenti più duraturi del bronzo, scrigno sicuro per le gesta e gli insegnamenti dei migliori tra gli uomini. L’oblio ha sempre fatto paura, a tutti, anche ad Alessandro Magno, il quale sospira lungamente sulla tomba di Achille, invidioso dell’eroe omerico per aver avuto un così grande cantore delle sue gesta.

Solo nel XX secolo, però, è stato coniato il termine “memoria collettiva”: il principale colpevole, più precisamente, è stato un certo Maurice Halbwachs, francese, di professione sociologo. Halbwachs aveva idee abbastanza estreme, sosteneva cioè che non si dà memoria al di fuori della sfera sociale, che ogni memoria, anche la più intima, è in realtà filtrata dalle griglie proposte (o imposte, a seconda delle prospettive) dalla società. Tuttavia, è da lui che l’interesse per la memoria in ambito collettivo e culturale ha preso piede ed ha dato luogo ad alcune, a mio parere costruttive, prospettive di studio.

In primo luogo si è legato il concetto di memoria collettiva con quello di identità collettiva. In realtà questo è facilmente comprensibile anche pensando alla nostra diretta esperienza personale: un gruppo di amici si riconoscerà e si rafforzerà come tale in base soprattutto ai ricordi costruiti insieme, comuni e significativi per tutti i membri. Ora, questo è un procedimento del tutto innocente quando si parla di ragazzi che postano, delle fotografie su facebook, ma, se prendiamo in considerazione un gruppo esponenzialmente più grande, come può essere per esempio una nazione, si capisce come il processo di costruzione della memoria e dell’identità collettiva possa portare conseguenze abbastanza disastrose. Che cosa è, per esempio, l’Estonia? Una propaggine periferica della cultura russa o, alternativamente, di una cultura latamente germanica (la capitale dell’Estonia, Tallinn, è stato un importante centro anseatico, e la componente tedesca è stata influente nel Paese fino almeno al XIX secolo), oppure è il centro di una cultura autonoma, sebbene schiacciata per secoli e secoli da forze più potenti? Qual è la specificità dell’Ucraina (il cui nome etimologicamente designa la terra al confine, di periferia), campo di battaglia di un conflitto spesso per noi incomprensibile? O ancora, quale miglior modo per annichilire una società della distruzione totale e sistematica dei libri, dei monumenti, insomma, della memoria collettiva? E si potrebbe continuare per ore con esempi di tal sorta.

Da qui risulta chiaro che, in questa accezione, la memoria non funziona come un archivio. Non è come un hard disk, in cui ogni tipo di dato può essere conservato acriticamente, per essere poi ritirato fuori a comando, come nuovo. La memoria, soprattutto quella collettiva, non è purtroppo oggettiva (oggettiva dovrebbe essere la storia), il suo lavoro non è semplicemente quello di conservare qualcosa per sputarlo fuori al bisogno, piuttosto è un costante “lavorio” del passato che viene ridefinito, ritagliato e riadattato alle esigenze del presente.

In questo processo, ovviamente, non tutto viene salvato, qualcosa deve necessariamente essere scartato e, almeno temporaneamente, dimenticato. A questo proposito si può introdurre una distinzione proposta da una studiosa che per molti anni si è concentrata sul tema della memoria, in ambito culturale ma anche letterario, Aleida Assmann: la studiosa tedesca propone di distinguere memoria funzionale e memoria archivio. La seconda è composta da quell’enorme insieme di dati conservati sui supporti più disparati, da quelli digitali ai fragili manoscritti conservati con cura nelle biblioteche di tutto il mondo; una memoria delle memorie, insomma. La prima invece è la memoria “viva”, quella che, come abbiamo detto in precedenza, ha un effetto attivo sul nostro presente e sulla nostra identità.

È interessante notare che queste due memorie non sono organizzate a compartimenti stagni. Immaginate di essere un accanito collezionista di statuette di tartarughe. Avete un espositore per mostrare orgoglioso i vostri tesori, ma, come quasi sempre succede, lo spazio non basta mai e voi dovete decidere se mettere in bella vista la tartarughina di alabastro o quella Swarovski. Le statuette che non vengono scelte sono scartate e messe in una qualche scatola. Col passare del tempo, mentre la vostra collezione continua a crescere a ritmi insostenibili, deciderete di ampliare lo spazio, o di sostituire alcuni esemplari con altri che erano nelle scatole. Non riuscirete praticamente mai ad esporre la collezione completa, visto che questa è in continua espansione, ma ci sarà uno scambio abbastanza continuo tra quello che è sullo scaffale e quello che invece è nella scatola e, ad ogni passaggio, l’espositore, se anche di poco, cambierà conformazione. Quello che succede tra la memoria archivio e quella funzionale è simile: la nostra società accumula quasi compulsivamente informazioni e dati, ma non tutti sono “utilizzabili” e funzionali.

Ovviamente la trattazione della memoria non può esaurirsi qui, la mia voleva solo essere una introduzione, o per lo meno una riflessione, sui molteplici punti di vista da cui la memoria può essere presa in considerazione. Negli ultimi tempi, peraltro, l’atavica fascinazione dell’uomo per la memoria sembra essersi riacuita, con la nascita di un nuovo campo di studi, i cosiddetti memory studies, che dovrebbe essere forte di un approccio interdisciplinare.

Bene, adesso che ho finito non mi resta che andarmene a mangiare una madeleine, e crogiolarmi per un paio di pagine nei miei ricordi d’infanzia.


L’immagine di copertina è tratta dal sito link.springer.com

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