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E’ buio. Senti le voci dei dottori discutere se sia o meno il caso di tenerti in vita: ti ritengono in stato vegetativo permanente, privo di coscienza e senza alcuna possibilità di risvegliarti. Non sanno che li senti, che sei in grado di pensare, e decidi di porre fine a questo dialogo insensato aprendo gli occhi e parlando; ma non riesci. I tuoi muscoli non rispondono, non riesci ad accennare neanche un movimento e ti senti prigioniero delle tue membra. È la sindrome locked-in completa, dovuta a una lesione delle vie nervose che portano ai muscoli i comandi motori, per cui improvvisamente sprofondi nell’incubo orfico dell’anima incarcerata nel corpo.

Questo dualismo di anima e materia è il cardine della filosofia di Cartesio, che fa interagire res cogitans (io pensante) e res extensa (corpo) nel cervello, a livello dell’epifisi, nella quale viene fatta risiedere quindi la coscienza. Sebbene oggi vi sia una tendenza a ricondurre anche i fenomeni cognitivi alla sfera fisica e indagabile dalla scienza, e venga quindi appiattita questa dicotomia cartesiana, è ancora ritenuto dai più che la coscienza sia qualcosa che avviene all’interno del nostro cervello.

Se però intendiamo la coscienza come l’insieme dei nostri pensieri, ci accorgiamo che non può essere un prodotto del solo cervello in quanto i contenuti del pensiero stesso sono forniti dall’interazione con il mondo esterno, interazione che ha come protagonista il corpo. Non è un caso che la nostra esperienza quotidiana ci porti ad identificarci con esso tanto da alterarlo con piercing, tatuaggi o diversi vestiti nel caso in cui desideriamo cambiare. Siamo inoltre sopraffatti da forti crisi di senso nel momento in cui esso non ci risponde più, come nell’invecchiamento e nei tumori.

Partendo dal forte senso di identità tra l’io e il corpo, entrambi percepiti nella loro unità, vorrei tracciare un percorso di frammentazione e annichilazione del corpo affiancandolo a quello dell’io descritto da Pirandello in Uno, Nessuno e Centomila; concluderò quindi dialetticamente con la riacquisizione più consapevole del senso di identità iniziale. Perciò, o lettore, posizionati davanti allo specchio, guarda questo tuo corpo che hai visto e vissuto ogni giorno della tua vita, e chiediti se le conosci realmente.

Non siete neppure quelluno che vi rap­presentate a voi stesso, ma tanti a un tempo.

Vitangelo Moscarda vive una crisi di identità che lo conduce verso la pazzia. Tutto parte da un commento della moglie sul suo naso storto, un tratto di cui egli prima non era a conoscenza ma che non risulta per questo meno reale. Scopre così che il Moscarda con cui si relaziona sua moglie è per lui un estraneo, come ogni altro Moscarda conosciuto dalla gente di paese. Questa frammentazione dell’identità per cui più persone convivono nello stesso individuo si affianca a una frammentazione biologica dell’individuo stesso.

Nell’Ottocento viene formulata la teoria cellulare, che afferma che ogni essere vivente è formato da una o più cellule, le quali racchiudono in sé tutte le proprietà del vivente. L’uomo si scopre, così, simile al Leviatano di Hobbes, composto da migliaia di miliardi di esseri che rinunciano alla propria individualità nella costituzione di un organismo pluricellulare. Il patto, in questo caso, è scritto nel DNA e consiste in una strategia per la sopravvivenza e la proliferazione: un organismo pluricellulare presenta un ambiente interno più facilmente controllabile rispetto alla singola cellula immersa nell’oceano, e può sacrificare alcune cellule per permettere la sopravvivenza dell’individuo… Un’altra importante implementazione è la suddivisione delle funzioni fra le cellule: un bastoncello per la visione nell’occhio, un neurone lunghissimo per la trasmissione dell’impulso, una cellula intestinale dalla vastissima superficie per l’assorbimento… La specializzazione è tale che solo i gameti, ovvero cellule contenute in testicoli e ovaie, sono in grado di trasmettere l’informazione genetica alla generazione successiva, mentre tutte le altre sono destinate ad estinguersi con la morte dell’individuo. Allo stesso modo, nelle colonie di insetti sociali, solo l’ape regina si riproduce mentre sorelle e figlie (api operaie) rinunciano alla prolificazione per prendersi cura di colei attraverso la quale trasmettono il loro DNA alle generazioni successive. Ti accorgi così che in presenza di un DNA condiviso l’individualità perde di significato, e ti chiedi se sei davvero il protagonista della tua vita.

Tutti dentro questo mio povero corpo chera uno anchesso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà.

L’esperienza quotidiana della nostra coscienza ci porta a leggere il DNA come una serie di ricette per costruire e far funzionare il nostro corpo. Ma se, come Moscarda davanti allo specchio, riusciamo a svuotare quest’accozzaglia di cellule da volontà e pensiero, quel che rimane è soltanto una macchina. Una delle teorie più accreditate sulla comparsa della vita afferma che nella zuppa primordiale ci fossero inizialmente solo molecole in grado di replicarsi, predecessori del nostro DNA quando ancora le cellule non erano comparse. E poi un replicatore più fortunato degli altri si dotò di una membrana protettiva, che gli garantì maggiori probabilità di sopravvivere e proliferare portandolo a predominare, fintantoché un suo discendente, acquisendo fortuitamente la capacità di riunire fra loro le cellule, formò un organismo pluricellulare e acquisì i vantaggi sopra citati. In questa visione non soltanto la pluricellularità ma anche la cellularità stessa appaiono come strategie, come mezzi per la sopravvivenza dei geni, e quel corpo pieno di te e della tua identità che stavi osservando nello specchio si trasforma alla tua rappresentazione in una fredda e aliena macchina per la sopravvivenza dei tuoi geni.

Eppure in quegli occhi, in quel corpo, vivono volontà e pensieri, vive una coscienza. Forse è sorta anch’essa come mirabile strategia di sopravvivenza, ma con la sua nascita ha delineato un nuovo piano di significato non meno reale di quello dominato dai geni. Essa non è qualcosa di contenuto nel cervello, ma si fa attraverso l’interazione con cose e persone. Per questo la tua identità non risulta confinata nemmeno al tuo organismo ma si estende alla rappresentazione che hai del mondo, la quale non coincide con uno stato di attivazione della corteccia cerebrale: è fuori di te, e tu continuamente attingi ad essa attraverso il tuo corpo.

La tua coscienza si rivela perciò un mondo a cui si sovrappongono i mondi delle altre persone, e l’interazione fra queste realtà altrimenti incapaci di comunicare avviene attraverso il corpo, che in questo modo, con la sua voce e il suo agire, si riappropria del ruolo di protagonista nella tua vita.

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