Recentemente ha trovato accoglimento nelle sale cinematografiche un film che spinge alla riflessione sull’opportunità di alterare in parte o totalmente gli organi genitali. Si tratta di The Danish Girl (2015), tratto dal romanzo omonimo di David Ebershoff, che racconta la vita di Lili Elbe, passata alla storia per essere stata la prima persona a sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale.

Il film, sebbene racconti una vicenda realmente accaduta negli anni Venti del secolo scorso, appare di grande attualità e si inserisce all’interno di quel filone culturale analizzato dai Queer Studies e che ha come tematica fondamentale il frastagliato universo LGBTQ e la sua rappresentazione.

In particolare, The Danish Girl si muove su due piani distinti e intrecciati, ognuno dei quali è dominato dalla figura di uno dei personaggi principali, una coppia di pittori danesi all’inizio del XX secolo. Da una parte, un piano biografico: la narrazione del delicato e tragico cammino che ha portato Lili Elbe, nata uomo in Danimarca nel 1882 col nome Einar Wegener e interpretata da Eddie Redmayne, a sottoporsi a una serie di difficili interventi chirurgici per il cambio di genere. D’altra parte, un piano di denuncia: il resoconto drammatico della storia di Lili Elbe è fiancheggiato dalla descrizione della reazione della moglie di Einar Wegener, Gerda, la cui interpretazione è valsa il premio Oscar come miglior attrice non protagonista ad Alicia Vikander.

Gerda Wegener segue la crisi identitaria del marito mostrandosi coinvolta emotivamente: inizialmente rifiuta e osteggia la scelta di Einar, sentendosi in qualche modo responsabile della sua mutata condizione – è lei che, per gioco, lo farà vestire da donna e lo ritrarrà in abiti femminili nei suoi dipinti –, successivamente accetterà la condizione del marito e lo accompagnerà nell’impervio percorso di riassegnazione di genere. Il punto di vista di Gerda assume un carattere preponderante, tanto da confondersi, a un tempo, con l’occhio esterno del regista e dello spettatore: è molto semplice immedesimarsi in Gerda e prenderne le parti, piuttosto che entrare nei panni di Lili Elbe, la quale è ridotta quasi a un oggetto di studio. Einar viene trattato, infatti, come se fosse affetto da una malattia rara, per la quale non esisterebbero cure, finché grazie alla sua tenacia e al supporto di Gerda (finalmente convita della giustezza della battaglia del marito) il protagonista incontrerà il dottor Kurt Warnekros che lo sottoporrà a un doloroso intervento di castrazione chimica.

Nonostante il tema attorno a cui ruota il film sia controverso e riguardi quesiti psicologici e sociali molto complessi, la narrazione è delicata, quasi timorosa. Si nota una certa prudenza nella rappresentazione della mutilazione genitale e la successiva riassegnazione di genere. Prudenza che non è riservata alla puntigliosa e manieristica esposizione degli atteggiamenti stereotipati del protagonista. L’attenzione descrittiva cade su alcuni aspetti di superficie che segnano la mutazione in corso nella vita di Andreas: il modo di vestire e acconciarsi, il portamento, la gestualità più gentile e femminea (particolarmente riuscite sono le scene in cui Lili Elbe imita le pose di una spogliarellista o, guardandosi allo specchio, studia il movimento delle sue mani).

Quando si giunge alla descrizione dell’operazione di riassegnazione di genere, invece, il film dimostra maggiore pudore. Soltanto il dottor Warnekros illustrerà le modalità dell’operazione – inizialmente si asporterà l’apparato genitale maschile e solo in una seconda seduta si tenterà di impiantare l’apparato genitale di una donatrice –, ma lo farà usando termini scientifici, in brevi battute, creando una distanza fra il coinvolgimento emotivo e la dilatazione iniziale con la fredda risolutezza delle ultime scene. Dell’intervento chirurgico verranno taciuti i dettagli; è dato spazio, invece, agli effetti che esso avrà sulla paziente Lili e al suo tragico destino.

Dall’analisi appena condotta, si evincono alcuni aspetti a mio avviso interessanti sull’origine e il significato culturale di una pratica che nasce da esigenze sociali e psicologiche complesse ma precise ed ha delle conseguenze radicali sul corpo di chi si sottopone ad essa.

Secondo un’opinione diffusa e rafforzata da note analisi – da A Vindication of the Rights of Woman di Mary Wollstonecraft, passando per Le Deuxième Sexe di Simone de Beauvoir, fino alle riflessioni contemporanee dei Gender Studies prima e dei Queer Studies poi – esisterebbero nelle società occidentali (ma lo studio è estendibile ad altre realtà) degli stereotipi dominanti che posso sintetizzare qui, senza essere accusato di eccessiva semplificazione, nello schema maschio-bianco-etero (prendo in prestito questa riduzione dal titolo di un romanzo del 2013 di John Niven, Straight, White, Male). La nostra cultura, in altre parole, si sarebbe sviluppata attorno al primato del ruolo maschile nella società (quantomeno nei suoi aspetti pubblici), alla centralità dell’Europa e del suo sistema di valori, alla repressione di ogni diversità considerata come una minaccia da cancellare, nascondere o curare. Nascono così fenomeni di segregazione razziale, di rigida suddivisione dei ruoli femminili e maschili nella società, di controllo e soppressione delle alterità.

Ora – sia che si tratti l’argomento con la serietà dovuta, sia che lo si parodi, come fa Niven nel suo romanzo – bisogna tenere in conto tale punto di vista sulla società e le sue rappresentazioni. Questa prospettiva, infatti, ha avuto un ruolo portante nel cultural turn che da più di cinquant’anni ha rivoluzionato gli studi umanistici.

Questi stereotipi dominanti sono semplificazioni manichee della realtà sociale e producono due effetti contrapposti: da una parte, rassicurano e proteggono lo status quo; dall’altra, imbrigliano l’individuo in categorie artificiali e rigide. Se tutto può essere o bianco o nero, in molti si sentiranno in dovere di appartenere ad una data fazione e trarne sicurezza, alcuni non si riconosceranno in nessuna, altri abbracceranno una scelta radicale.

Seguendo questo ragionamento si arriva alla conclusione che la riassegnazione di genere sarebbe la conseguenza estrema di una società ingabbiata da modelli culturali dominanti forti. In altre parole, si abbandona un set di stereotipi (maschile) per abbracciarne un altro (femminile). Questa prospettiva è ben evidenziata nel film The Danish Girl, nel quale il protagonista rifiuta gli stereotipi attribuiti al maschile e sente l’esigenza di conformarsi alle convenzioni assegnate all’universo femminile. La sua identità è divisa fra la reazione contro il sistema di valori e usi entro il quale un maschio è costretto a muoversi e il totale accoglimento del sistema di valori e usi prescritto alle donne. Per lui non esiste una via di mezzo; così schiacciato tra due modelli rigidi e univoci non potrà che optare per una scelta estrema.

In questo senso, la pratica di riassegnazione di genere sarebbe il risultato di una standardizzazione artificiosa e ingabbiante di valori, usi e costumi ormai sclerotizzati: ultimo lascito di una società irrigidita che reagisce ai cambiamenti troppo repentini e radicali in atto. In altre parole, una pratica che sarebbe il frutto di quella stessa cultura dominante contro cui si schierano i movimenti LGBTQ.

Due esempi fra tutti potranno confermare la mia tesi: la repressione dell’omosessualità in un Paese non occidentale come l’Iran e il dibattito intorno ai matrimoni fra compie di omosessuali e all’omogenitorialità in Italia.

Come denunciano le associazioni LGBTQ,[1] in Iran l’omosessualità è punita con la pena di morte e il governo si è ufficialmente servito di interventi di cambio di sesso per trattare il disturbo dell’identità di genere. In pratica, è impossibile non conformarsi con gli stereotipi dominanti; anche coloro i quali si sottopongono alla transizione di genere, in realtà, non fanno altro che sottomettersi a un sistema di valori assolutista. L’esempio iraniano getta luce sulla controversa natura di tale pratica e porta alle estreme conseguenze una rigidità sociale e culturale fondata su stereotipi forti e apparentemente immutabili (perché considerati “naturali”).

Il caso italiano sul recente dibattito intorno all’opportunità dei matrimoni di coppie omosessuali e all’omogenitorialità è sicuramente meno estremo. Lo scontro si è concentrato soprattutto sulla legittimità dell’adozione del figlio del partner in una coppia omosessuale. Non mi dilungherò sulla questione, qui basterà ricordare che secondo la legge italiana a una coppia eterosessuale, in cui uno dei due partner (o entrambi) ha effettuato l’operazione di riassegnazione di genere, è consentito sposarsi e adottare dei figli. Anche in questo caso, con le dovute differenze (si tratta di due culture ed effetti sociali profondamente diversi), ci troviamo di fronte a una imposizione di modelli dominanti. In altre parole, il legislatore esclude la possibilità ad una coppia che non si identifica nello stereotipo culturale prevalente (uomo-donna) di contrarre il matrimonio e adottare dei figli.

Tale conformismo, come già accennato, è probabilmente il risultato di una società bloccata entro parametri restrittivi che ogni giorno vengono messi in discussione e rivelano l’incapacità politica di gestire fenomeni culturali transazionali e in rapido cambiamento.

[1] si vedano http://archivio.panorama.it/mondo/L-Iran-manterra-la-pena-di-morte-per-i-gay-Lo-vuole-la-sharia; http://www.gaywave.it/s/iran/; http://www.repubblica.it/esteri/2012/05/17/news/gay_iraniani-35296902/; http://www.tpi.it/mondo/iran/foto-gay-iran


L’immagine di copertina è un fotogramma tratto dal film The Danish Girl

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