Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, 

noi stessi siamo e non siamo.

Eraclito, fr. 49a 

Domandiamoci: cosa significa essere liberi? Lo siamo davvero?

Prima di tutto, azzardiamo una considerazione “scontata”: nonostante tutte le prove a favore del determinismo (o, al suo opposto, dell’indeterminismo), nonostante tutte le discussioni che fioriscono sul fertile terreno di questo tema, nonostante numerose ricerche scientifiche e studi come quelli di Benjamin Libet (che hanno mostrato come l’attività neurale volta al movimento che riteniamo “libero e volontario” sia precedente a quanto la stessa mente ne sia cosciente), non riusciamo, in tutta sincerità, a rinunciare alla nostra libertà. Tutto ci sembra alla nostra portata, sentiamo di poter scegliere, finanche, in molti casi, di dover scegliere. Tuttavia il nostro essere e il nostro comportamento sono condizionati (continuamente ed inevitabilmente) dal corpo, dagli altri e dall’ambiente.

Iniziamo dal mondo che ci circonda. Recenti ricerche hanno mostrato, ad esempio, come le nostre decisioni siano influenzate dalle variazioni della temperatura dell’ambiente intorno a noi. Dal momento che il nostro corpo ha bisogno di energia sotto forma di glucosio per pensare, ma anche per mantenere l’omeostasi (e ne utilizza una quantità maggiore nel caso in cui l’ambiente sia eccessivamente caldo), da alcuni esperimenti è risultato che la nostra capacità di prendere decisioni complesse (giocare alla lotteria, scegliere un piano tariffario per il cellulare) ma anche le funzioni cognitive più semplici (correggere errori grammaticali ed ortografici in un testo) sono influenzate negativamente dal caldo. J. Cacioppo e J. Decety, invece, sono stati i primi neuroscienziati ad utilizzare le scansioni fMRI (risonanza magnetica funzionale), collegandole ai dati relativi ai comportamenti sociali, per studiare come la solitudine e l’isolamento influenzino (e probabilmente siano a loro volta causati da) l’attività cerebrale. Hanno scoperto che lo striato ventrale, una regione cerebrale associata alla ricompensa, è molto attiva in soggetti non isolati nel momento in cui osservano altri in situazioni spiacevoli, mentre la giunzione temporo-parietale, legata all’assunzione del punto di vista di un altro, è molto meno attiva nei soggetti isolati posti nella medesima situazione dei precedenti.

Anche gli altri, com’è noto, in un gioco di influenze reciproche, ci condizionano. Lo studio del desiderio mimetico o imitativo, ad esempio, ha mostrato come le aree del nostro cervello, che si attivano quando eseguiamo o vediamo eseguire un’azione (neuroni specchio) e quelle del cosiddetto “sistema di valutazione” siano connesse. Questo significa che il valore che diamo ad una certa cosa può essere influenzato e guidato dalle scelte degli altri. Tale conclusione è emersa in seguito al monitoraggio dell’attività cerebrale di un centinaio di soggetti a cui era stato chiesto di svolgere un semplice compito: dopo la visione di un video in cui, tra oggetti identici che differivano solo nel colore, un attore invisibile ne sceglieva uno, essi dovevano dare una valutazione degli oggetti. Come si può immaginare, la maggior parte dei partecipanti faceva ricadere le proprie preferenze sull’oggetto scelto dalla persona invisibile. Da ciò che osserviamo intorno a noi risulta evidente che la maggioranza delle persone tende ad uniformarsi al comportamento altrui. Studi condotti da V. Klucharev hanno mostrato che è addirittura possibile rintracciare una base cerebrale del conformismo. Gli scienziati autori di questa ricerca hanno ipotizzato che esso possa essere radicato in un apprendimento per rinforzo e che il conflitto con l’opinione del gruppo cui il soggetto appartiene possa stimolare un segnale di “previsione dell’errore”, con il conseguente stimolo a correggere il proprio comportamento per omologarlo a quello altrui.

La terza ed ultima macro-area che prendiamo in considerazione è occupata dal nostro corpo. Moltissime ricerche e studi sono stati spesi per dimostrare che esso ci influenza in modo molto più consistente di quanto possiamo immaginare. Per esempio, gli studi di Daniel Casasanto hanno mostrato come le nostre preferenze siano quasi sempre situate nella stessa direzione spaziale della mano con cui siamo soliti scrivere: tra due oggetti, due illustrazioni o altro, i mancini ritengono preferibile quello posto a sinistra, i destrimani l’altro. Secondo Casasanto “le persone preferiscono gli oggetti che riescono più facilmente a percepire e con cui riescono meglio a interagire: i destrimani interagiscono con l’ambiente più facilmente con la destra che con la sinistra, per cui sono portati ad associare il ‘buono’ al lato destro e il ‘cattivo’ alla sinistra”. Ancor più intrigante appare il fatto che, nel caso in cui ai soggetti destrimani venga impedito di utilizzare la mano destra (sia in laboratorio, come esperimento, sia in seguito ad un danno fisico), dopo pochi minuti “questi soggetti iniziano a pensare come i mancini: cambiando l’interazione fisica delle persone con l’ambiente si riesce a trasformare anche la loro mente”. Altre ricerche, portate a termine dagli scienziati delle Università di Tampere ed Aalto, hanno rivelato un’associazione “a zone” fra emozioni provate e zone del corpo percepite come maggiormente attivate. Questa correlazione, oltretutto, pare non essere vincolata all’appartenenza ad una specifica cultura (il gruppo su cui è stato svolto lo studio era variamente costituito di europei ed asiatici).

happiness

In giallo e rosso le aree percepite come più attive e in blu quelle percepite come meno attive mentre si sperimentano le diverse emozioni. (Cortesia L. Nummenmaa et al./PNAS)

Ancora, un gruppo di neuroscienziati delle Università di Trento, Ginevra e Durham ha scoperto, utilizzando risonanze magnetiche funzionali, che alcune aree del nostro cervello presentano attivazione neurale specifica per le cinque emozioni di base (rabbia, disgusto, paura, felicità, tristezza) quando queste vengono percepite negli altri, indipendentemente dalla modalità sensoriale di presentazione. “Abbiamo trovato che la corteccia prefrontale mediale e il solco temporale superiore sinistro rappresentano le categorie di emozioni ad un livello astratto e in modo indipendente dalla modalità di percezione dell’emozione. Questo ci fa pensare che queste aree giochino un ruolo fondamentale nella comprensione e nella categorizzazione degli stati emotivi altrui”, spiega M. Peelen.

Un così stretto rapporto tra mente e corpo ha costituito un fecondo humus su cui sono fioriti numerosi modelli di interpretazione riguardo alla genesi delle emozioni. Nel 1880 James e Lange ipotizzarono che lo stimolo sensoriale operasse sulla corteccia sensoriale, che a sua volta avrebbe dovuto attivare la corteccia motoria così da produrre un’esperienza emozionale ed una risposta fisiologica e somatica; Cannon-Bard, cinquant’anni dopo, teorizzò che lo stimolo attivasse il talamo e da lì si “diramasse”: verso la corteccia cerebrale, a generare l’esperienza emozionale, e verso l’ipotalamo e l’amigdala, a generarne l’espressione fisiologico-somatica. Nel 1962, con la “teoria dei due fattori”, Shachter suggerì che tra l’attivazione della corteccia sensoriale e la produzione di un’esperienza emozionale si frapponesse una valutazione cognitiva, influenzata anche dalle modificazioni fisiologiche e somatiche.

La realtà che questi esempi, gli articoli che sono stati ripresi, gli studi citati lasciano trasparire getta delle ombre su quello che comunemente ciascuno di noi immagina di essa. L’uomo medio, perdonatemi questo gioco di parole, si sente, quasi sempre, un outsider, un fuoriclasse. La libertà delle sue scelte è la prima delle sue certezze, assieme all’indipendenza di pensiero ed al sentirsi al di sopra del sostrato socio-biologico composto dal suo corpo, dall’ambiente, dagli altri. In pochi ammetterebbero di essere pecore nel branco, oppure mosche cieche guidate dai binari di un determinismo non raggirabile. La popolarità dell’anticonformismo lo ha reso ormai soltanto una forma diversa di conformismo.

La verità è che sappiamo molto poco di quello che siamo. Tutto quello che è stato detto fin qui ci mostra che forse, a differenza di quello che riteniamo a tal punto vero da darlo per scontato, non siamo padroni neanche dei nostri pensieri, dei nostri desideri, della nostra volontà: ogni aspetto della nostra personalità appare come una miscela ben ponderata di elementi ambientali, di influenza degli altri, di interazione con il nostro corpo. Gli esperimenti sopracitati, le prove scientifiche dovrebbero convincere anche gli scettici che la realtà non è solo ciò che appare, e che occorre tener conto del gomitolo di concause che sfuggono ad un’occhiata approssimativa come quella che spesso ci caratterizza.


 In copertina: René Magritte, L’hereux donateur (1966), olio su tela, Musée d’Ixelles, Bruxelles. Foto ADAGP Paris 2008.

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