Il tema del mese è la distanza. Ho quindi pensato di interpretarlo in senso geografico e di parlare delle economie dei Paesi emergenti ed in particolare dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa).

Le economie dei Paesi emergenti sono molto eterogenee e ognuna ha tratti caratteristici propri. Per quanto riguarda i nostri eroi è possibile distinguere tre gruppi: uno di economie produttrici di materie prime, uno di lavoratori di materie prime, ed uno di consumatori. Nel primo blocco, quello dei produttori, rientrano Brasile, Russia e Sud Africa, il secondo è rappresentato dalla Cina ed il terzo dall’India.

Il Brasile è un Paese sintomatico della situazione attuale degli emergenti legati al ciclo delle materie prime. Nell’economia brasiliana particolarmente rilevante è l’estrazione del petrolio: il petrolio brasiliano è per lo più offshore, ovvero al largo delle coste. Estrarlo richiede complessi lavori di trivellazione ed è alquanto costoso. Dal 2000 in poi tuttavia il prezzo del petrolio è stato elevato e ha permesso il proliferare di aziende estrattrici anche in condizioni che in altri periodi e con altri prezzi al barile sarebbero state poco efficienti ed antieconomiche. Gigante del settore petrolifero è il colosso statale Petrobas. Le forti entrate derivanti dal petrolio hanno permesso benefici in termini di creazione di posti di lavoro e di entrate fiscali, che a loro volta hanno permesso un aumento della spesa pubblica e del welfare. Negli anni di prezzi del petrolio elevati, questa materia prima ha portato prosperità e crescita al Brasile ed alla sua popolazione.

D’altra parte non tutti i giorni è domenica! Gli anni della prosperità hanno permesso al Paese di adagiarsi, evitare impegnative e magari dolorose riforme strutturali e vivere in un sistema di burocrazia statale chiusa e corrotta che si reggeva sulle ricchezze del petrolio (come l’operazione Lava Jato, il cui centro è Petrobas, dimostra). Il recente crollo dei prezzi del petrolio ha messo in mostra la debolezza del sistema brasiliano: il PIL 2015 si è contratto del 3,8% portando il Paese in una recessione che probabilmente continuerà anche nel 2016. La diminuzione delle entrate in dollari dovute alle vendite di petrolio ha messo sotto pressione la valuta Brasiliana che nel 2015 si è deprezzata del 50%; il conseguente forte rialzo dei prezzi alle importazioni ha scatenato un’inflazione galoppante a doppia cifra che ha dapprima toccato il 15% per poi attestarsi al 10%. Per tenere sotto controllo il real e la valuta brasiliana la Banca Centrale del Brasile è stata costretta ad aumentare i tassi deprimendo ulteriormente l’attività economica. Similmente dal lato della finanza pubblica la diminuzione delle entrate dello Stato a causa della contrazione economica unito al deprezzamento del real (che causa un aumento relativo del debito estero in valuta) costringe lo stato a tagliare la spesa pubblica ed il welfare con effetti sempre negativi sul PIL. In pratica l’economia brasiliana, per molti anni spumeggiante e briosa, sta velocemente collassando in una spirale recessiva ad una velocità decisamente sorprendente, mostrando che non è tutto oro quello che luccica.

Simile, seppure con i distinguo del caso, la situazione di Sud Africa e Russia. La Russia, come il Brasile, è un Paese molto legato al petrolio. Sempre come in Brasile il crollo dei prezzi del petrolio ha causato un forte deprezzamento della valuta ed un’inflazione spettacolare. Anche qui la banca centrale è stata costretta a mantenere tassi di interesse alti per sostenere la valuta e cercare di limitare l’inflazione. D’altra parte il ruolo dello Stato si è dimostrato più efficace: la Russia è uno dei Paesi al mondo con più riserve in dollari e lo Stato è quindi potuto intervenire direttamente a sostegno delle grandi imprese statali o semi-statali. Seppure le prospettive per il 2016 siano forse meno fosche che per il Brasile, anche in Russia il PIL 2015 si è contratto del 3,7%. Il Sud Africa infine si distingue da Brasile e Russia per essere legato non al ciclo del petrolio ma a quello dell’oro, dei diamanti e di altre materie prime ferrose. Essendo stata la diminuzione di prezzo di queste materie meno drastica, il Sud Africa si trova in una situazione meno drammatica di Russia e Brasile. Nonostante la solita travolgente svalutazione della valuta, l’inflazione è poco sopra il livello obiettivo della Banca Centrale (che sarebbe il 6%) ed il PIL 2015 è cresciuto dell’1,3% (sempre meglio di una contrazione ma decisamente un pessimo risultato per un Paese emergente). Oltre il problema delle materie prime, il Sud Africa deve inoltre affrontare il nodo di un’eccessiva disuguaglianza di ricchezze all’interno della popolazione, dolorosa eredità del sistema dell’apartheid.

E veniamo alla Cina. La Cina è un paese cresciuto molto velocemente sfruttando al massimo la cosiddetta fase fordista dell’economia. Esiste una fase dello sviluppo in cui la crescita accelera molto velocemente: quando il settore secondario e l’industria iniziano a svilupparsi la produttività dei lavoratori, prima impegnati in agricoltura principalmente di sussistenza, aumenta notevolmente. La popolazione si inurba progressivamente creando domanda per la costruzione di case e di infrastrutture, dando così impulso al settore secondario causa dell’inurbamento stesso. Le case vanno riempite di frigoriferi e TV e i garage di macchine, anche di bassa qualità ma in grande quantità. Il risultato in termini di crescita economica, come dimostra appunto la Cina, è impressionante. Una volta riempite le case, costruite le strade e le reti elettriche, e messe le macchine in garage, ci si inizia però a chiedere effettivamente a cosa serva sfornare miliardi di miliardi di tonnellate per esempio di acciaio. Il salto di qualità successivo dovrebbe essere il passaggio da un’economia manifatturiera ad una basata sui servizi. Per farlo non servono strutture di produzione muscolari ed enormi ma un’economia più incentrata sulla conoscenza, l’innovazione ed il capitale umano. Facile a dirsi ma difficile a farsi perché al momento quello che c’è non è una schiera di bravissimi scienziati ed imprenditori con idee innovative ma un’enorme fabbrica che dà lavoro ad una schiera infinita di lavoratori le cui abilità sono quelle adatte ad una fabbrica e che difficilmente si potranno riconvertire dall’oggi al domani. Lo smaltimento della capacità produttiva in eccesso ed il passaggio da un settore dell’economia all’altro, se gestito male, rischia di gettare l’economia in recessione e causare forti squilibri macro economici. Il bicchiere mezzo pieno nel caso cinese è che lo Stato è noto per avere un basso debito pubblico e riserve valutarie enormi (le più vaste al mondo, circa 3,2 migliaia di miliardi di dollari); sommando a questo un’inflazione contenuta sembrerebbe possibile sostenere la fase di transizione con politiche espansive sia in ambito fiscale che monetario mitigando così lo shock sul PIL. Negli ultimi mesi del 2015 si sono però registrate emorragie di valuta molto forti (circa 100 miliardi di dollari al mese, ritmo non sostenibile nemmeno dalla Cina), mentre, seppure lo Stato centrale sia poco indebitato, il debito dei colossi pubblici cosiddetti SOE è leggendario. In questo contesto, se l’inflazione non sembra dare problemi, vi sono però alcuni dubbi sulla sostenibilità della valuta e sulla crescita del PIL. I dati forniti dalle agenzie statali riguardo il PIL non sono molto affidabili e molti commentatori sospettano siano dettati da fini politici (l’obiettivo di crescita del partito era il 7% e la Cina è cresciuta del 6,9%? Ma che coincidenza!). L’incertezza riguardo il reale stato dell’economia cinese è quindi un’enorme fonte di preoccupazione a livello mondiale ed ha ispirato i recenti crolli borsistici di agosto 2015 e di inizio 2016. La Cina è vicina!

E chiudiamo con l’India. In questo panorama finora un po’ desolante l’India sembra invece avere buone prospettive. È un forte importatore di petrolio ed è stata per anni penalizzata da un prezzo al barile tenuto artificialmente alto dai Paesi produttori e dall’OPEC. Ora che il prezzo del petrolio si è sgonfiato, i consumatori di energia come l’India ne traggono grande beneficio sia in termini di risparmio sui consumi privati (che possono così riorientarsi ed aumentare in altri settori) che di spesa pubblica. La diminuzione del costo del petrolio ha infatti permesso l’aumento dell’aliquota sui carburanti portando benefici alle casse dello Stato, che può quindi permettersi di stimolare l’economia tramite la spesa pubblica tenendo sotto controllo il deficit. L’inflazione moderata (in diminuzione verso il 5%) e la buona reputazione della Banca Centrale Indiana potrebbero permettere inoltre di diminuire i tassi dando così ulteriore fiato alla crescita. Grazie a questo insieme di circostanze favorevoli, il PIL 2015 dell’India è cresciuto del 7,5% superando quindi la crescita dei rivali cinesi (secondo gli affidabili sondaggi ufficiali al 6,9%).

Riassumendo, la maggior parte degli emergenti è legata al ciclo delle materie prime e più che emergente sembra al momento immergente; un’altra parte invece è ben posizionata per trarre vantaggio dalla debolezza delle materie prime; la Cina è un caso particolare e desta gravi preoccupazioni a livello mondiale. Per quanto possa sembrare un po’ un elenco di Paesi che vanno e che non vanno, la morale è che la fase negativa delle materie prime e la particolare situazione della Cina stanno mettendo sotto pressione gli emergenti. La crescita economica mondiale potrebbe quindi beneficiare in misura minore del loro contributo e la possibile conseguente diminuzione nel commercio internazionale potrebbe avere ripercussione negative anche sui Paesi sviluppati. Cioè noi. Speriamo bene!


In copertina i leader del BRICS nel 2014 al G20 in Australia. Da sinistra a destra Putin (Russia), Modi (India), Roussef (Brasile), Xi (Cina) e Zuma (Sud Africa).

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