L’arte contemporanea greca deve fare i conti, per fortuna o purtroppo, con una tradizione culturale ampia e di grande spessore. In una nazione con una storia millenaria come la Grecia è inevitabile mettere a confronto la produzione artistica contemporanea con quella classica, ellenistica, bizantina e ortodossa. Ed è altrettanto inevitabile che gli artisti contemporanei greci instaurino una sorta di gara, di emulatio, nei confronti dei loro padri illustri.

In questo gioco di rimandi e citazioni (ed anche, a volte, d’autocompiacimento) numerosi sono i registi greci che hanno dovuto fare i conti con la propria tradizione.  Basti pensare alle tantissime riletture delle grandi tragedie classiche, o ai riferimenti alla più alta tradizione lirica e mitologica greca.

Il regista d’origine cipriota Michael Cacoyannis ha realizzato alcune delle pellicole più compiute da questo punto di vista. Basti ricordare Ifigenia, Le troiane ed Elettra, film nei quali Cacoyannis riesce a rappresentare con lucidità le angosce e la sofferenza portate dalla guerra, riferendosi alle lotte intestine della Grecia degli anni Settanta. Il fine ultimo del regista greco-cipriota è quello di celare i drammi del suo tempo dietro la grandezza monumentale del Mito, instaurando così un dialogo interessantissimo con i suoi predecessori da una parte e dall’altra con il popolo greco invitato a cercare il futuro nella riscoperta del proprio passato. Da questi film s’evince chiaramente la volontà degli intellettuali greci di ricostituire, fibra dopo fibra, il filo conduttore che unisce lo splendore della Grecia antica con l’infausto presente. Quasi un voler ricordare al mondo quale sia la vera essenza del popolo greco, troppo spesso inficiata, violentata, vituperata, dalle avverse contingenze storiche.

I miti antichi ci abitano e noi li abitiamo; viviamo in un territorio pieno di memorie, pietre antiche e statue rotte. Sarebbe improbabile che la mia carriera, il mio pensiero non fossero stati impregnati di tutto ciò.

Così dichiarava il regista greco Theo Angèlopoulos sottolineando come sia impensabile considerare l’arte, la cultura, i costumi, il pensiero stesso della Grecia moderna completamente scissi da questo passato così ridondante. Ed è proprio un film di Theo Angèlopoulos a rappresentare meglio questa indiscussa fusione e compenetrazione del passato con il moderno. Ne La recita il piano temporale del presente si unisce fino a perdere i propri confini con quello del passato recente e dell’antichità. Inoltre il regista riesce a compiere un’operazione formidabile passando, nel film, dalla tragedia greca classica alla storia, la terribile storia greca del Novecento, e dalla finzione teatrale alla realtà. Il reale è confuso, celato continuamente dalle rappresentazioni incompiute di una compagnia teatrale itinerante in un gioco finissimo di mise en abîme costante. La recita dimostra così di essere uno dei migliori film contemporanei a livello internazionale, inserendosi in quella corrente artistica del postmodernismo che, da Pirandello a Fellini, da Eliot a Calvino, fino a Lynch, fa del linguaggio metanarrativo il suo cavallo di battaglia.

Nei film di Theo Angèlopoulos emergono, camuffati dalla mitologia e dalla cultura greca classica, i temi politico-sociali della Grecia contemporanea. Quello di Angèlopoulos è un cinema scomodo, politicamente impegnato, attento a descrivere i risvolti più drammatici e controversi della storia greca recente. Queste dicotomie, presente/passato, arte/realtà, Grecia/mondo, vengono superate e descritte mirabilmente dal genio icastico di Angèlopoulos.

È la tematica del “ritorno” ad emergere costantemente in tutte le opere neogreche, anche in quelle che non si rifanno manifestamente alla tradizione. Gran parte dell’arte cinematografica greca è attraversata da questo ritornare alle origini, ritornare alla patria, ai valori certi e saldi d’un tempo, ritornare a se stessi. Tutto ciò ad un osservatore occidentale, o meglio occidentalizzato considerando che la nostra cultura trova le sue scaturigini proprio in questo oriente che sembra tanto distante, appare come l’ultimo atto di volontà di artisti che non cedono alle facili lusinghe del capitalismo e dell’omologazione culturale e tentano disperatamente di salvare qualcosa di autentico dalla fagocitazione mostruosa della globalizzazione.

Tassos Boulmetis, regista e sceneggiatore del film Un tocco di zenzero, racconta la tematica del “ritorno” distanziandosi per certi aspetti da Theo Angèlopoulos, in questa pellicola che è stata nominata all’Oscar come miglior film straniero nel 2005. Come scrisse Roberto Nepoti ne La Repubblica, in Un tocco di zenzero, al contrario di Angèlopoulos che coniuga sempre il privato con gli eventi storici, prendendone poi le distanze “bagnando l’uno e gli altri nella cultura del Mito”, Tassos Boulmetis “sceglie la fiaba, abbandonandosi agli squisiti tormenti della nostalgia e della malinconia, non senza indulgere a momenti di sentimentalismo.”

Quella narrata dal film Un tocco di zenzero è la storia di un giovane uomo, Fanis, che dopo trentacinque anni ritornerà ad Istanbul, città che fu costretto ad abbandonare con la sua famiglia a causa delle efferate e disumane politiche della Turchia degli anni Sessanta. Fanis ritornerà ad Istanbul per rincontrare l’amato nonno ormai in fin di vita, figura emblematica dell’intero film che rappresenta il passato, le radici affettive alle quali si è rivolti e che si cerca di raggiungere. Il viaggio di ritorno di Fanis mostrerà però quanto sia difficile ricongiungersi con un mondo dal quale si è stati brutalmente estirpati. Questo è il destino di ogni esule.

Il tema del “ritorno” si mescola inevitabilmente con un’altra tematica altrettanto carica di spunti interessanti, ma che in realtà è l’altra faccia della stessa medaglia, ovvero la tematica dello sradicamento culturale ed identitario.

Ed è proprio in questo senso che è necessario sottolineare come balzino subito agli occhi le innumerevoli analogie che riguardano il popolo greco e quello italiano, in particolare del sud Italia. La medesima sorte di estirpati, sradicati, fuggiaschi ed esiliati ci accomuna, oggi più che mai, in un periodo storico in cui la crisi economica e sociale sta colpendo proprio quelle frange già martoriate e messe in ginocchio da anni di malgoverni ed oppressione malavitosa. Un periodo, questo, durissimo in cui si sta riproponendo un fenomeno umiliante che sembrava essere stato marginalizzato nel nostro Paese, quello dell’emigrazione internazionale.

Il grido di speranza che viene lanciato da questi cineasti è quello di non dover più essere obbligati a guardare il proprio futuro fuori da quella che è stata la patria, la casa, la culla nella quale sono incastonati, come in un gioiello raffinato, tutti i sogni, i ricordi, le emozioni e gli affetti di una vita. E questo grido di speranza deve essere da noi accolto.


In copertina scena tratta dal film “Ifigenia” di Michael Cacoyannis

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