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Gli abiti bianchi tracciano spire nell’oscurità intrisa da un’armonia di flauti, le braccia distese tagliano l’aria, e gli occhi contemplano in estasi la divinità dietro le palpebre sigillate. Nel temporaneo roteare delle membra si realizza l’eterna danza del cosmo; e come dentro al turbolento ciclone regna la quiete, così l’anima del danzatore si estranea dal movimento e dal tempo che ne è misura, ed entra in contatto con Dio. I dervisci rotanti sono espressione di una delle correnti più mistiche dell’Islam, il sufismo, e la loro forma di meditazione estatica ha radici profonde nella filosofia aristotelica del motore immobile e della finalità. In questa breve riflessione, dopo aver introdotto la causa finale come ciò che dà senso all’agire dell’uomo, la vediamo schiacciata dalla coscienza gravosa della morte e cerchiamo di comprendere come reagire all’angoscia che ne deriva.

Se una finestra si frantuma è perché un sasso l’ha colpita, se un sasso l’ha colpita è perché una mano ha lanciato il sasso… Ogni volta che vediamo un oggetto muoversi inferiamo l’esistenza di un motore a sua volta in movimento (ad opera di un altro motore in movimento), e ci troviamo così a visualizzare una sfilza infinita di tessere del domino in cui la caduta di una è causata dal crollo della precedente e determina il crollo della successiva. Aristotele ha tentato di porre un limite a questa infinitudine, che in quanto tale è incomprensibile per l’uomo, e ha supposto l’esistenza di un primo motore, che muove senza essere mosso. Ma se la mano e il braccio non si muovono, come può il sasso essere scagliato? Aristotele ci spiega che il primo motore immobile muove il cosmo come l’oggetto d’amore muove l’amante, e tutto diventa più chiaro: quante sciocchezze e meravigliose gesta abbiamo compiuto pensando alla persona che risiede nel nostro cuore, quanti perigli affrontati per raggiungere le ciliegie mature sull’albero del vicino. Secondo Aristotele l’universo si muove non perché qualcosa l’abbia spinto e abbia messo in moto il meccanismo, ma perché contempla  la perfezione e tende ad essa.

Come il cosmo nella sua totalità, anche l’essere umano nel suo intimo sente il bisogno di contemplare una causa finale, di muoversi verso qualcosa, di portare avanti i lavori nel cantiere che è la sua persona; eppure ogni essere umano si scontra, presto o tardi, con la morte che tutto vanifica, che fa crollare anche il cantiere più alto e più solido. Prendendo coscienza di questo assurdo, di questo “divorzio fra lo spirito che desidera e il mondo che delude” (cfr. A. Camus, Il mito di Sisifo), l’uomo sprofonda nell’angoscia: prova nausea per il mondo e le persone, e riconosce che la sua vita è piena di niente. Sente perciò il bisogno di cambiare il modo in cui si approccia alla vita. E, come ogni volta che ci si trova in uno scontro in cui si sa di non poter vincere, le uniche due possibilità sono l’evasione e la vana resistenza.

La prima forma di evasione è quella del suicida che, vivendo con angoscia in un mondo a lui nauseabondo, non riesce a pensare ad altro che a mettere fine alla sofferenza. La seconda forma di evasione è quella estatica, che sposta tutto il valore che prima poneva nelle cose materiali in ciò che si trova dopo la morte: è questa in generale la via della religione, lungo la quale si accetta la sconfitta in questa vita in quanto si è sicuri della vittoria nell’aldilà. Allo stesso modo la filosofia buddhista afferma che ogni vita è sofferenza, e che unici rimedi al dolore siano il distacco dal mondo e la pura contemplazione del bello: solo così ci si sottrarrebbe dal Samsara, il ciclo infinito di morti e rinascite (e quindi di sofferenza), per giungere infine al Nirvana. Il cessare di desiderare risolverebbe quindi il conflitto fra spirito e mondo. Sennonché, proprio quando i cristiani pensavano di esser riusciti a sfuggire quatti quatti all’assurdo, ecco che se lo ritrovano davanti: la santità che dovrebbe aprire le porte del paradiso è in realtà un palazzo infinitamente alto, e sebbene noi continuiamo a mettere un mattoncino ogni giorno non riusciremo mai a completarlo. Questa volta sarebbe Dio a venirci in aiuto dall’altra parte, come cantano Manzoni nel Cinque Maggio  (“E disperò: ma valida venne una man dal cielo”) e gli angeli nel Faust di Goethe (“Chi si affatica in un tender perenne/Costui lo possiamo salvare”).

Vi è infine la possibilità di opporre una vana resistenza all’assurdo e di fare nostro il comportamento del condannato a morte, che sa di dover morire ma si ribella all’idea con tutte le forze. Rimarremmo così a vivere senza alcun obiettivo, inseguendo con la massima intensità tutte le esperienze possibili in un rifiuto della morte che non è rinuncia alla vita. Camus riprende il mito di Sisifo, costretto a spingere fino alla cima di un monte una pietra per poi vederla rotolare verso il basso e ricominciare di nuovo, “La lotta verso la cima basta a colmare il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.”

La vita non offre nulla all’uomo angosciato: quale che sia la nostra strategia, tra l’estraniarci dal mondo e il gettarci a capofitto in esso, noi dobbiamo reagire.

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