“La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”

(Archiloco)

Scrive il conte Tolstoj in Guerra e pace, la sua opera certo più famosa:

Alla ragione umana è inaccessibile la correlazioe delle cause e dei fenomeni. Ma il bisogno della ricerca delle cause è insito nell’anima dell’uomo. E l’intelletto umano, senza penetrare nelle infinite e complicate condizioni dei fenomeni, ognuno dei quali può presentarsi come una causa a parte, afferra il primo e più comprensibile accostamento e dice: ecco la causa. (vol. II p. 1154)

Scrive il conte Tolstoj in Confessioni, certo non la sua opera più famosa:

Io voglio comprendere in modo tale che ogni preposizione inspiegabile mi si presenti come una necessità della ragione (p.110).

La coerenza evidentemente non è una qualità necessaria ad un grande scrittore, tuttavia, queste due brevi citazioni ci possono essere utilissime per tracciare un’analisi del pensiero e delle opere di Tolstoj da un punto di vista macroscopico. Cerchiamo di inquadrare le opere di Tolstoj da una prospettiva “aerea”. Sorvolando dall’alto la gran quantità dei suoi scritti, alcuni famosissimi, altri praticamente ignoti, ci accorgeremo di poter rintracciare due tendenze, in totale contrasto tra di loro, che convivono all’interno del pensiero e dell’opera del grande scrittore russo.

Da una parte Tolstoj si rende conto dell’incredibile complessità dei fenomeni e sembra giungere alla conclusione che non sia possibile presentare una spigazione precisa degli avvenimenti, che i rapporti di causa-effetto siano destinati a rimanere imperscrutabili all’occhio umano, costretto, per sua natura, ad operare solo ipersemplificazioni di comodo.

La sua “teoria della storia”, sviluppata compiutamente nelle pagine di Guerra e pace, di cui rappresenta una parte quasi indipendente, è la manifestazione più limpida di questo pensiero: Tolstoj critica aspramente la storia “ dei manuali”, che si ostina ad operare una sterile semplificazione, riducendo gli attori coinvolti nel processo storico ai soli sovrani e generali, e gli eventi importanti alle sole guerre e battaglie. I generali rappresentati in Guerra e pace, a dimostrazione dell’insofferenza di Tolstoj nei confronti di un certo modo di pensare, sono individui completamente in balia degli eventi. Lo stesso Napoleone non sembra avere pienamente il controllo della situazione. Alla fine sarà la peculiare (per usare un eufemismo) “strategia” di Kutuzov a rivelarsi vincente: il vecchio generale sonnacchioso, che si addormenta durante i consigli di guerra, si limita semplicemente a non far nulla, attirandosi così gli sguardi increduli dei propri sottoposti. Cosciente della propria insignificanza all’interno di un panorama enormemente complesso, Kutuzov, portarore di questa particolare “saggezza”, aspetta che gli eventi facciano il loro corso.

La prima “tendenza” all’interno dell’opera tolstojana è quindi la professione dell’incapacità, e dello scrittore e dell’essere umano in generale, di ritrovare compiutamente i rapporti di causa-effetto all’interno dei fenomeni.

Dall’altro lato notiamo, soprattutto nelle opere sia di narrativa che di saggistica del Tolstoj più maturo, una sorprendente volontà di ordinare e comprendere il mondo razionalmente. I fenomeni devono risultare chiari e comprensibili, le loro cause non devono risultare ambigue e devono essere alla portata di tutti. Nelle Confessioni, opera autobiografica, Tolstoj racconta il proprio avvicinamento alla religione, la progressiva delusione nei confronti della dottrina ortodossa e la conseguente ricerca dell’elaborazione di un pensiero proprio (processo che durerà fino alla morte e che gli costerà la scomunica): la narrazione scarna e piana, terribilmente ripetitiva, procede rigorosamente ordinata, con puntiglio particolare vengono messi in risalto quei rapporti che potremmi definire di causa-effetto. Tolstoj si sforza di presentare le proprie vicende come un insieme ordinato e perfettamente ricostruibile di eventi concatenati: perché Lev Nikolaevič si volse alla religione? Perché solo questa può rispondere agli interrogativi sul senso della vita, dato che mette in comunicazione una realtà finita (quella terrena) con una infinita (quella “celeste”). Perché Lev Nikolaevič si distanziò dalla chiesa ortodossa? Perché la chiesa ortodossa, con i suoi insegnamenti contraddittori e incomprensibili, perpetua l’inganno ai danni degli uomini. Finanche la fede, infatti, deve risultare comprensibile razionalmente ed apparire necessaria agli occhi degli uomini. Da qui la ricerca di elaborare un sistema proprio, un insieme di insegnamenti religiosi che risultino perfettamenti concreti, facilmente applicabili e soprattutto universali. E pensare che solo un decennio prima aveva affermato, sempre all’interno delle pagine dedicate alla teoria della storia in Guerra e pace:

Se si ammette che la vita umana può essere guidata dalla ragione, si distrugge la possibilità della vita.

Sono queste quindi le due tendenze contrapposte che possiamo ritrovare nell’opera tolstojana. Per quanto la seconda tendenza, quella che potremmo definire “ordinatrice”, sia preponderante negli scriti più tardi, non sarebbe corretto tracciare una divisione cronologica netta.

I due paradigmi di cui abbiamo parlato sono legati l’uno all’altro, convivono nelle stesse opere . Per quanto in vecchiaia e nella magior parte dei suoi scritti teorici Tolstoj dimostri disperatamente l’intenzione di aderire anima e corpo alla seconda tendenza, cercando in tutti i modi di imbrigliare la realtà e di renderla semplice e accessibile a tutti, le sue opere risultano per lo più “ibride”, magnifiche costruzioni in tensione con se stesse.

Ritengo quindi che una prospettiva interessante sia, in questo caso, cercare i punti di tensione nell’opera di Tolstoj, quegli “snodi”cioè in cui le due tendenze si incontrano, entrando in contrasto.

Probabilmente uno degli esempi migliori dello scontro di questi due paradigmi è rappresentato dalla prima opera cui un Tolstoj ventritreenne si dedicò. Il progetto di Storia di una giornata di ieri, insieme semplice e complicatissimo, come lo descrisse lo stesso autore nel suo diario, aveva come scopo quello di descrivere una sola giornata, con tutti gli avvenimenti e i pensieri che la riempiono. Il racconto è rimasto incompiuto, come sospeso tra la volontà di narrare compiutamente ed ordinatamente un’intera giornata e la consapevolezza dell’impossibilità dell’impresa.

Dal punto di vista strutturale possiamo fare ulteriori considerazioni: la narrazione di Tolstoj, soprattutto nelle sue opere più brevi (che siano della giovinezza o della vecchiaia poco importa) scorre solitamente piana e ordinata. Una costante che si ritrova in molti racconti è la rigida suddivisione spazio-temporale, che porta ad un controllo serrato sull’evoluzione della narrazione. Il racconto giovanile l’Incursione, per esempio, è diviso in due parti distinte da una forte cesura e il procedere della narrazione è scandito ulteriormente da i movimenti del sole, che “incorniciano” le varie sequenze delle azioni. Il racconto, risalente al 1890, Padre Sergij (a soggetto religioso) è invece suddiviso in macrosequenze temporali distanti 7-8 anni l’una dall’altra: in ogni sequenza è inserito, di norma, un solo episodio della vita del protagonista, in modo tale che la serie concatenata di avvenimenti che, in una climax, porta Sergij alla perdizione e poi alla redenzione sia chiaramente individuabile. Una tecnica quindi, riscontrabile anche in ampi stralci dei maggiori romanzi tolstojani, atta ad imbrigliare la narrazione, a renderla chiara e comprensibile. Umberto Eco diceva che il testo è una macchina pigra e che il lettore deve collaborare non poco per capirne il significato: con Tolstoj, tuttavia, siamo spesso davanti a testi che ci aiutano molto.

Eppure, molto spesso, la formidabile macchina narrativa messa in atto dal conte Tolstoj fallisce miseramente proprio nel momento cruciale. La marca del fallimento è una parola russa di sole cinque lettere, dal suono aspro e tagliente. Vdrug, ovvero all’improvviso, senza preavviso. La rivelazione di Sergij e la sua redenzione arrivano all’improvviso; all’improvviso Anna Karenina capisce che l’unica soluzione è il suicidio, all’improvviso Pierre Bezuchov decide di prendere parte (come aveva già fatto Fabrizio del Dongo a Waterloo) alla battaglia di Borodino. È all’improvviso che l’orgoglioso e tormentato principe Bolkonskij, gravemente ferito dopo la battaglia di Austerlitz, capisce il vero significato della pietà e dell’amore tra gli uomini, cosa che gli permette di morire in pace.

All’improvviso: neanche una narrazione sapientemente strutturata e imbrigliata riesce quindi ad aver ragione di una complessità incomprensibile.

Il filosofo Isaiah Berlin ci fornisce un buon modo per descrivere sinteticamente questa tensione all’interno dell’opera di Tolstoj. Nel saggio Il riccio e la volpe divide gli scrittori in ricci, coloro cioè che vedono il mondo attraverso una singolo paradigma, e le volpi, coloro che, al contrario, si servono di più paradigmi.

Ecco, Tolstoj molto probabilmente era una volpe. Ma cercava, disperatamente, di essere un riccio.


In evidenza potete vedere Tolstoj ritratto dal pittore russo Il’ja Repin.

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