Cosa rende un essere umano davvero umano? Domanda tutt’altro che scontata, dal momento che a livello puramente fisico-strutturale il nostro cervello è quasi identico a quello di un bonobo o di uno scimpanzé. Eppure non vedremo mai un bonobo scrivere un articolo di giornale o uno scimpanzé dissertare sui massimi sistemi, anche se forse riuscirebbero comunque a esprimere contenuti assai più significativi di alcuni in cui capita d’imbattersi. Ma non divaghiamo: cosa ci ha portato a creare tutta quella immensa rete di legami, di strutture e sovrastrutture che reggono l’idea stessa di cosa è umano e cosa non lo è? Qual è il fattore che, a un certo punto, ci ha reso una specie così diversa dalle altre e così adattabile ai contesti più differenti? Per capirlo bisogna andare a ritroso nel tempo e prestare ascolto al grade filosofo Aristotele (IV a.C.), che nella Politica scrive:

 

Infatti, secondo quanto sosteniamo, la natura non fa nulla invano, e l’uomo è l’unico animale che abbia la parola (logos in greco): la voce è segno del piacere e del dolore e perciò l’hanno anche gli altri animali, in quanto la loro natura giunge fino ad avere e a significare agli altri la sensazione del piacere e del dolore invece la parola serve a indicare l’utile e il dannoso, e perciò anche il giusto e l’ingiusto. E questo è proprio dell’uomo rispetto agli altri animali: esser l’unico ad aver nozione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e così via.

 

Anche Aristotele, che non sapeva niente di evoluzionismo né di pattern o circuiti cerebrali, aveva coscienza che la causa all’origine della differenza fra l’essere umano e il resto delle specie animali stava nel logos, che in greco, lingua essenziale e precisa, non indica soltanto l’atto di parlare, ma anche il pensiero astratto e razionale. C’è quindi una relazione fra pensiero “logico” propriamente detto e linguaggio umano? Pare proprio di sì, come illustra in maniera magistrale l’antropologo Ian Tattersal nel proprio saggio Il cammino dell’uomo: secondo l’illustre studioso americano, infatti, esisterebbe un legame imprescindibile fra la capacità tutta umana di associare fra loro concetti a prescindere dagli input ambientali e il linguaggio. Per dirla con le sue parole:

 

Ma è certo (quanto può esserlo un’inferenza) che il linguaggio e le capacità mentali a esso associate hanno strettamente a che vedere con la capacità di pensare […] Il linguaggio come il pensiero comporta la formazione e l’elaborazione di simboli nella mente, e la nostra capacità di pensiero simbolico è praticamente inconcepibile in sua assenza.

 

Ma da quando possiamo parlare di pensiero logico-simbolico? La risposta questa volta ci viene dagli studi di archeologia preistorica: l’analisi dei crani di varie specie di ominidi ha rivelato che già l’Homo heidelbergensis (600.000-100.000 anni fa) possedeva una conformazione cranica compatibile con la fonazione. Si sa che conosceva l’uso del fuoco e costruiva ripari, ma non c’è traccia, nei siti dove è attestata la sua presenza, di alcuna attività simbolica. Tattersal menziona inoltre l’Homo di Neanderthal, affermando che neanche quest’ultimo avrebbe mai creato sistemi simbolici, pur essendo arrivato a uno stadio molto avanzato di “comprensione intuitiva” della realtà: era in grado di apprendere, anche se probabilmente era dotato di scarsa inventiva di fronte a nuovi problemi, nonché capace di empatia e forse di emozioni, come dimostra il ritrovamento di quella che ha tutta l’aria di essere una rudimentale tomba a Shanidar, in Iraq. Lo studioso mette quindi in guardia: un pensiero logico-simbolico non è l’unico attraverso cui si può “filtrare” la realtà; nel corso della sua evoluzione l’essere umano ha conosciuto vari adattamenti casuali, e in un certo momento della sua storia probabilmente è arrivato a produrre strutture molto complesse anche senza la capacità di esprimere un linguaggio articolato, vivendo solo attraverso l’intuizione, in un mondo non mediato dalla cultura e dalle sovrastrutture mentali, ma dalla natura.

Il pensiero logico-simbolico arriva solo nel Paleolitico Superiore, con l’Homo di Cro Magnon, il primo a vivere in una società simbolica, molto simile probabilmente a quelle di cacciatori-raccoglitori che ancora sopravvivono. Tuttavia, ammonisce di nuovo Tattersal, bisogna ben guardarsi dal vedere nella lunga genesi del linguaggio un processo finalistico e ineluttabile: la spiegazione data oggi come più accreditata è quella che vede nella capacità di parlare il prodotto finale di molti ex-attamenti, cioè accidenti casuali per cui strutture che in origine avevano una certa funzione passano ad assolverne un’altra. Siamo davanti a una serie di innovazioni sopraggiunta molto tardi, ma che ha portato due conseguenze fondamentali: la creazione del sistema logico-astratto e la possibilità di trasmettere informazioni ad altri membri della specie. Questa è stata la vera forza dell’essere umano, che da quel momento ha smesso di evolversi biologicamente: è diventato in grado di rispondere agli input ambientali non tramite adattamenti casuali e mutazioni genetiche, ma con una mediazione “culturale”, che rende la nostra specie estremamente versatile e capace di trovare soluzioni creative ai problemi.

In conclusione dunque possiamo parafrasare il grande filosofo F. Nietzsche e dire che la causa che rende l’umano, troppo umano è proprio la cultura, che anche nelle sue manifestazioni più alte come l’arte, la filosofia e la letteratura non potrebbe esistere se, un giorno lontanissimo, in una Babele immaginaria, un Homo sapiens non avesse pronunciato la prima parola. Chiudiamo quindi con le parole di un esimio linguista, L. L. Cavalli Sforza: nel proprio saggio, Geni, popoli e lingue, descrive in maniera precisa e sintetica quali sono i vantaggi che, in una reazione a catena durata migliaia di anni, il linguaggio ha portato alla specie umana:

 

La mia ipotesi preferita è che, oltre che dai trasporti, la grande espansione del Paleolitico fu grandemente facilitata dai progressi del linguaggio. È possibile che una forma di linguaggio esistesse già presso gli antenati più lontani dell’uomo, e che però il suo sviluppo sia stato più tardivo e abbia molto probabilmente raggiunto soltanto presso l’uomo moderno, prima dell’inizio della sua esplosione demografica degli ultimi centomila anni, un grado di perfezione simile a quello di tutte le lingue parlate attualmente. Con questo formidabile strumento di comunicazione, l’uomo moderno ha potuto esplorare più facilmente le vicinanze e i posti più distanti, portare i propri gruppi sociali in terre lontane, adattarsi a molte delle nuove condizioni ambientali e assorbire rapidamente le nuove tecnologie che avevano permesso gli adattamenti.

 

In copertina, particolare di un busto di Aristotele.

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