La parola rivoluzione (e con essa il suo agente, il rivoluzionario) reca con sé un’anfibologia profonda, annidata nel suo senso ultimo, nella realizzazione del progetto ideato, nel duro scontro che il cambiamento della realtà, stravolgendola per poi ricomporla, impone tra la verità delle cose e l’idea. Ogni rivoluzione nasce da un ossimoro e reca con sé, nel suo perfezionamento, un ossimoro ancor più profondo. Alcuni rivoluzionari, però, sono più ossimorici di altri: è il caso di Piero Gobetti.

Trattare della vicenda intellettuale e politica di Piero Gobetti significa fare i conti con due difficoltà, l’una intrinsecamente dipendente dall’altra. La prima: non poter prescindere dalla eccezionale vicenda umana gobettiana. La seconda: non poter studiare, come nel caso di molti altri intellettuali di primo Novecento, una ultimazione organica e definita del pensiero dell’autore. Dover accontentarsi di alcune linee guida abbozzate, dell’entusiasmo giovanile. Di una “visione lontana” di quella eccezionale “fiamma di vita” di cui scrive nel febbraio del 1926 Ada Prospero, impossibilitata a piangere il marito sul letto di morte soltanto dalle Alpi, frapposte tra la donna, il figlio e il rivoluzionario che si arrende alla fine; fra la vita e la morte.

Riflettendo sull’intellettuale torinese e sulla sua personalissima risemantizzazione del concetto di rivoluzione (le cui basi furono, peraltro, gettate in un momento di terrore, o speranza, della rivoluzione: i bienni d’agitazione alla fine degli anni Venti) viene a mente, quasi fosse un riflesso involontario, un passaggio fondamentale della riflessione gobettiana da cui poter, a mo’ di specimen, partire. Nel settembre del 1922 Giuseppe Prezzolini, il fondatore de La Voce, lancia una esplicita provocazione su La Rivoluzione Liberale, la rivista fondata da un Gobetti poco più che ventenne (invero: già la terza di una serie composta da Energie Nove e Il Baretti). Gli intellettuali devono barricarsi, chiudersi, allontanarsi dal marasma che confluirà nel Fascismo: non bere dalle stesse fonti dei più. Diventare Apoti. Risponde Gobetti, con lucidità visionaria (sempre di ossimori si tratta):

Di fronte a un fascismo che con l’abolizione della libertà […] volesse soffocare i germi della nostra azione formeremo bene, non la Congregazione degli Apoti, ma la compagnia della morte. Non per fare la rivoluzione, ma per difendere la rivoluzione.

Difendere la rivoluzione. Quale? Per spiegarlo bisogna partire da lontano. Senza dubbio dai banchi del Regio Liceo Gioberti, frequentato per quattro anni dall’adolescente Gobetti. La cattedra di italiano è tenuta da Umberto Cosmo, dantista chiosato da Gramsci nei Quaderni, antifascista, animato nella didattica come nell’azione politica dalla stessa morale ferrea in ossequio alla quale fu allontanato dall’insegnamento nel 1926. La cattedra di filosofia da Balbino Giuliano: gentiliano convinto, aderirà al fascismo ma segnerà Gobetti profondamente col suo magistero improntato sull’insegnamento dei principî dell’Idealismo italiano. Nel seno di questo ambiente cresce Piero: tra quella che diventerà la cultura di regime e quella che diventerà la cultura della resistenza intellettuale al Fascismo.

Di una cosa si convincerà sin da principio: l’Italia ha necessità di una rivoluzione. Immediatamente, però, Gobetti chiarisce. Non si tratterebbe, nella mente del giovane, di una copia sbiadita di quello che nel 1917 si verificò in Russia, nonostante la grande ammirazione e il profondo sforzo di studio della situazione russa da parte dell’intellettuale – conclusioni dello studio ossimoriche, e proprio per questo motivo di litigio con un altro torinese, pur d’adozione: Antonio Gramsci. La rivoluzione sarà anzitutto scelta generazionale:

Il fine più chiaro è di inserirci nella vita politica del nostro paese, di migliorarvi i costumi e le idee, intendendone i segreti: ma non pensiamo di raggiungerlo con un’opera di pedagogisti e di predicatori: la nostra capacità di educare si esperimenta realisticamente in noi stessi; educando noi, avremo educato gli altri.

Nessuno strepito: la rivoluzione liberale si compie con uno sforzo anzitutto culturale. Sarà una rivoluzione dell’economia e delle coscienze. Altro ossimoro, a ben pensarci.

L’entusiasmo gobettiano dilaga, la “gioia di assumersi compiti enormi”, scriverà Carlo Levi, fa proseliti. Al di là della rete torinese coinvolta dai vari progetti di rivista, quello che colpisce il mondo culturale italiano è un duplice aspetto: la necessità pragmatica e la tensione ideale. Entrambi i risultanti portano ad un risultato: un idealismo rinato. La necessità di una visione a lungo periodo per un Paese appena uscito dalla guerra, certo, ma al contempo la febbrile necessità d’azione, d’intervento. Bisogna educare, scrive il giovane Piero ancora scolaro. Natalino Sapegno lo constaterà con ammirazione: “Egli assurse difatti, e si può dire d’un balzo, a quella [posizione] di maestro [da quella di allievo]”. A costo di rischiare la ridondanza nel segnalarlo, si tratta dell’ennesimo, fondante, ossimoro. I giovani salgono in cattedra.

La rivoluzione liberale ha necessità, al di là di tutto l’entusiasmo del caso, di una massiccia pars destruens. Non è il caso di ricordarlo all’animatore della rivista Il Baretti, già da anni intento in un’opera di demolizione (funzionale, certo, al rinnovamento) della cultura politica contemporanea. Agli occhi di Gobetti non si salva nessuno: nessuno, al di là di pochissimi casi limite, è riuscito ad interpretare le istanze risorgimentali. Della lunga carrellata di articoli critici che compone la prima delle sezioni della più importanti delle pubblicazioni di Gobetti, La Rivoluzione Liberale (florilegio ordinato non casualmente di alcuni degli articoli pubblicati sull’omonima rivista), solo pochi contengono pareri positivi su uomini politici contemporanei: viene salvato Gramsci, “la testa di un rivoluzionarioe unritratto che sembra costruito dalla sua volontà”; Sturzo, per l’indole riformatrice e pedagogica; Cavour, per la gestione oculata dell’eredità risorgimentale. Sparuti altri.

Ma la pars costruens viene tragicamente impedita, l’attualizzazione della rivoluzione è lungi dal verificarsi. “[…] la nostra formazione spirituale è stata in qualche modo interrotta e travagliata per opera del fascismo”. Forte di una lucida analisi del fenomeno mussoliniano, ma ancora di più delle condizioni storiche in cui esso pose le sue fondamenta. Con fiumi di parole financo provocatorie Gobetti critica e invita all’azione. Ne L’elogio della ghigliottina il Fascismo diventa “autobiografia di una nazione”, gli italiani conniventi e fautori; l’istinto antifascista deve teorizzarsi e divenire azione politica.

Come si fa la rivoluzione? Certo non chiudendosi nelle accademie, quelle stesse che per errori di valutazione o per tranquillità lavorative accettarono di buon grado il regime. Certo non strepitando senza una visione di fondo, un progetto, una struttura. Piero Gobetti, laureato, continua la sua febbrile attività: non entra in alcun partito – pur seguendo con interesse le vicende legate ai tentativi unitari della Lega democratica di Salvemini – continua a scrivere, apre la casa editrice più all’avanguardia di inizio Novecento (pubblicherà uno sconosciuto Montale, nel ’25). Rimane, come promesso, fedele a se stesso, lasciandosi tormentare quotidianamente dall’autocritica, dallo svelamento di se stesso a se stesso, in termini esplicitamente crociani: rimane “storico”, occupandosi di filosofia come di letteratura, ma sempre a contatto con la realtà, sempre conscio della lotta intrapresa verso una “comune salvezza”.

La rivoluzione non riuscirà. Gobetti, “insulso oppositore” a detta di Mussolini, verrà minacciato, percosso, limitato, censurato e mandato in esilio. Proprio a Parigi pagherà anni di studio e noncuranza di corpo e salute, anni di volontà recata al limite delle possibilità umane. Anni di rivoluzione che si concludono in un letto a centinaia di chilometri dalla propria casa. Un quarto di secolo speso attorno a letteratura, teoria e pratica politica. All’insegna di una rivoluzione incompiuta.

Ma prima della morte e assieme alla rivoluzione c’è sempre, e comunque, la vita. Una così breve esistenza passata pressoché integralmente assieme alla moglie, prima collaboratrice, l’amata Ada Prospero, con la quale Gobetti non riuscirà a crescere Paolo, loro figlio. La destinataria delle lettere più struggenti, partecipe di un amore sempre più cosciente sino all’atto estremo del sacrificio, serissimo e maturo in tutta la sua tenerezza, adulto e al contempo fresco del giovanile errore che solo un sentimento determinato può giustificare. Perché se da una parte è vero che non sappiamo come si sarebbe conclusa, alfine, la rivoluzione pianificata da Gobetti, se è vero che non ci bastano, per un giudizio completo, dichiarazioni di intenti e slanci d’idealismo, è altrettanto vero, d’altra parte, che la lezione di Gobetti sta proprio nell’aver dato un metodo, “un libro di teoria liberale”, a quella rivoluzione che altro non è che un sentimento, e che come ogni sentimento risulterà ossimorica, e che come ogni sentimento avrà bisogno di sempre nuovi agenti e di sempre rinnovati collaboratori.

Del resto io non mi attendo dei lettori ma dei collaboratori. E appunto a tutti i collaboratori di Rivoluzione liberale questo libro è dedicato.

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