Questa storia inizia in un triste giorno del 1348 a.C., ai funerali del tanto compianto faraone Amenofi III. Il monarca egiziano era stato uno dei migliori sovrani che le Due Terre avessero mai conosciuto. Seppur non fosse stato un grande combattente o un valoroso guerriero, come lo erano stati Thutmose III o, molti secoli prima, il grande Sesostri, Amenofi era riuscito a garantire al suo regno un lungo periodo di pace e prosperità, dovuto tanto alla ragionatissima politica interna, che univa autorità (testimoniata nei suoi sontuosissimi palazzi) e clemenza, quanto a una vivacissima attività diplomatica che gli portò il supporto di grandi sovrani e di principi vassalli, come attestano le preziosissime lettere di Amarna.

Al funerale di Amenofi, tra i primi della processione, sfilava anche uno dei figli più piccoli del grande faraone, ma che, a causa della morte prematura dei fratelli, si sarebbe seduto sul trono d’Egitto una volta che la pietra sepolcrale avesse chiuso il monarca defunto per l’eternità: Amenofi IV. I primi anni del suo regno vennero caratterizzati da una ligia volontà di mantenere viva la memoria paterna: furono ultimati alcuni monumenti che il faraone costruttore non era riuscito ad ultimare in vita – sorta di pietas filiale che gli stessi grandi sovrani del tempo riconobbero al nuovo giovane regnante. Ma non passarono molti anni che Amenofi iniziò a manifestare una predilezione, nel vastissimo e complicatissimo pantheon egizio, per una divinità in particolare: Aton, il dio sole.

In realtà Aton era un’antica divinità che non corrispondeva al sole, identificato invece con il solenne e regalissimo Ra; con Amenofi, però, Aton cambiò fisionomia e dignità, e da divinità quasi secondaria passò ben presto a essere una delle principali. Alle classiche raffigurazioni delle divinità egizie, terribili, maestose, imperturbabili e, soprattutto, (spesso) dalla testa ferina, quella di Aton era molto più semplice (un semplice disco solare con delle mani); raffigurazione che se da un lato con i suoi potenti raggi che irradiavano tutto il mondo suggeriva un’onnipresente potenza divina, dall’altro, tramite le lunghe mani sottili e delicate, simili a quelle dello stesso faraone (che soffriva di aracnodattilia), pronte ad accarezzare i fedeli, faceva ben sentire quanto ‘paterno’ fosse l’amore del dio.

Ma da dove veniva questo amore del giovane per Aton? Bisogna ricordare come anche lo stesso Amenofi III in passato avesse più volte manifestato la propria simpatia nei confronti del sole, per tutti i valori simbolici che questo può avere: la luce, il calore, la distanza che è anche vicinanza, la continua morte e rinascita. Se è pur vero che sin dall’Antico Regno i faraoni si erano spesso paragonati alle divinità solari, fu Amenofi III il primo a immedesimarsi con il sole: durante una processione a Tebe, alcuni anni prima della sua morte, passò su una barca dalla costa orientale del Nilo a quella occidentale, seguendo così il corso del disco solare nel cielo. E, su quella barca, c’era il piccolo Amenofi, che guardava attonito quello spettacolo organizzato dal padre.

Così, mentre ancora dovevano terminare i lavori a uno dei templi dedicati ad Amon da Amenofi III, iniziava, fuori Tebe, la costruzione di un nuovo tempio dedicato ad Aton. Era il primo segno di rottura, la prima mossa verso la rivoluzione di Akhenaton: la ‘eresia’ del dio Unico e Solo. Quando il nuovo tempio dedicato ad Aton fu completo, Amenofi festeggiò il suo primo giubileo. Fu in quell’occasione che diede alla popolazione riunita una grandiosa, anzi, ‘faraonica’ notizia: Aton aveva bisogno di una sua città, così come le diverse località lungo il Nilo erano dedicate alle più svariate divinità; e dal momento che Tebe, la capitale, era l’inviolabile tempio di Amon, bisognava costruire ex novo una città che divenisse nuova capitale politica e sacra del regno. Dal 1346, dunque, iniziarono i lavori alla nuova città, Akhetaton, la fortezza del dio sole, in una località suggerita al faraone dallo stesso dio, nei pressi del delta del Nilo. Quella che sembrava una semplice predilezione si stava trasformando in un’adorazione fanatica. In meno di due anni il cuore di Akhetaton era completato, e il faraone poteva annunciare a tutto il mondo il divino cambiamento: egli stesso era diventato la rappresentazione terrena, quasi l’incarnazione, del dio solare, Akhen-Aton, ‘il Vero spirito di Aton’. Nel 1342, finalmente, la corte reale si trasferì con solenni cerimonie nella nuova capitale, mentre i più fedeli ad Amon continuavano a rimanere a Tebe. Nella sua nuova città, Akhenaton viveva le sue giornate seguendo il divino padre nel suo viaggio nel cielo. La caratteristica straordinaria di Akhetaton, infatti, era la sua stessa struttura, ideata in modo che, nell’arco della giornata, il faraone seguisse in tutto e per tutto il corso del sole (quale tristezza nei giorni nuvolosi, fortunatamente poco numerosi in Egitto!): il sovrano si svegliava nel suo meraviglioso palazzo ad Oriente, passava lungo i diversi luoghi amministrativi e politici e terminava la giornata pregando nella Casa di Aton, ai confini occidentali della città.

Questa devozione stava assumendo dei tratti preoccupanti, e lo fece ancor di più quando, qualche anno dopo, il faraone dapprima limitò, poi addirittura proibì tutti i culti che non fossero connessi in qualche modo al dio di cui era il figlio in terra. Iniziò la stagione della chiusura dei templi, dell’abolizione di festività millenarie, di epurazioni e condanne; il fanatismo si spinse ad un punto tale che gli stessi nomi dei sudditi, che spesso contenevano il nome di un dio, vennero adattati ad Aton. Un esempio: alla morte di Akhenaton e del suo successore, il famoso Thutankamon (nato Thutankaton), dopo un breve conflitto civile prese il potere il generale Horemheb, che riuscì a mantenere saldo il suo trono grazie alla lunga esperienza nei campi di battaglia e al supporto delle truppe. Dal momento che questo Horemheb sembrava già avanti negli anni quando cinse la doppia corona, ma che era già ricordato come un generale di successo, aveva probabilmente iniziato la sua carriera militare già dai tempi di Akhenaton. Nelle fonti epigrafiche dell’epoca del faraone eretico, però, non compare alcun Horemheb (‘Horus è in festa’), bensì un Paatenmheb (‘Aton è in festa’): i due potrebbero essere (secondo l’egittologo inglese T. Wilkinson) la stessa persona, testimonianza di come chi aspira al potere sappia adattarsi al mutare dei tempi.

Inni, templi, monumenti, poemi: il fiorire della cultura e delle arti in questo periodo avveniva nel segno della divinità solare, che onnipresente accarezzava dolcemente (e caldamente!) i suoi figli dal suo sorgere al suo tramontare. E così faceva lo stesso faraone, che aveva aperto l’Egitto, da più di mille anni un paese politeista, alla sua unica esperienza monoteistica. Ma, a differenza del sole che ogni giorno muore per poi rinascere dopo la notte, una sera Akhenaton andò a dormire, come poco prima aveva fatto il padre celeste; la mattina seguente, però, nessun carro dorato uscì dalla divina reggia di Akhetaton.

Il faraone era morto, e con la sua morte iniziò da subito una grande e feroce opera di damnatio memoriae nei confronti della sua figura e di quella di Aton. Le statue vennero amputate, nei nomi propri tornarono gli ‘Horus’, i ‘Ra’, i ‘Ptha’, mentre Amon poteva nuovamente sedere orgoglioso sul suo trono tebano. Akhetaton venne abbandonata, poi distrutta, e i suoi resti servirono anni dopo per la costruzione di nuovi città e fortezze. Akhenaton, il faraone rivoluzionario, il figlio di dio, la rappresentazione vivente di dio stesso, diventava un eretico, un perseguitato, un nome impronunciabile. Con la morte del giovane figlio terminava la sua dinastia e, alla fine, la sua incredibile storia.

E Aton? Volente o nolente, il disco solare continuava ogni giorno a nascere e a morire, come aveva fatto quando suo figlio era in vita; e se in Egitto l’esperienza del dio unico moriva e veniva volontariamente dimenticata, altrove questa continuava. Il famoso inno ad Aton, tra i capolavori della letteratura preomerica, celebra il dio solare con parole ‘umanamente divine’, esaltando tutto ciò che il sole anima, riscalda, accarezza con i suoi raggi.

Sei rivestito di maestà e di splendore,

avvolto di luce come di un manto,

tu che distendi i cieli come una tenda,

costruisci sulle acque le tue alte dimore,

fai delle nubi il tuo carro,

cammini sulle ali del vento,

fai dei venti i tuoi messaggeri

e dei fulmini i tuoi ministri.

Il soggetto qui è Aton, no? E invece questo è un passo di un componimento più famoso, forse, per la nostra cultura occidentale: il Salmo 104. La somiglianza con l’Inno ad Aton è straordinaria, ed è facile, quasi immediato, supporre che la religione del dio unico abbia esercitato una sua influenza all’interno dell’ebraismo, tra le poche religioni monoteiste del mondo antico. E più avanti Mitra, Elios, le divinità solari i cui culti avrebbero influenzato alcuni aspetti del cristianesimo. Se Akhenaton era stato sconfitto alla fine dalla storia, il Sole ne era uscito… Invitto!


L’immagine di copertina mostra Akhenaton con la moglie e i figli accarezzati da Aton nel famoso rilievo di Tell el-Amarna, custodito attualmente nel Museo Egizio di Berlino.

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