Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi loro senza sosta i loro diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo essere paragonati ad ogni istante con gli scopi di ogni istituzione politica, siano più rispettati…

Queste sono le parole di Olympe De Gouges, intellettuale francese e rivoluzionaria, come appaiono scritte nella “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” del 1791. A due secoli di distanza non è ancora possibile, nel momento in cui ci s’interroga in maniera critica sulla condizione della donna, credere che le condizioni poste da De Gouges si siano realizzate: se c’è un’ineguaglianza palese e sotto gli occhi di tutti è proprio quella fondata sul genere. È un’ineguaglianza subdola: a partire da Aristotele è stata giustificata con una presunta minorità fisica e con un evidente differenza “biologica” che in realtà, come spiega egregiamente la sociologa australiana Raewyn Connell nel suo libro Questioni di genere, è nei fatti molto meno pronunciata di quanto sembri. Gran parte delle differenze fra maschi e femmine non hanno affatto una base nella conformazione fisica e cerebrale, bensì sono di matrice culturale, politica e sociale. Tuttavia questo non le rende meno inattaccabili, almeno in apparenza: le disuguaglianze di genere sono una piaga endemica, con modalità diverse e mille sfaccettature a seconda delle strutture sociali in cui si concretizzano. Certe dinamiche, messe in atto dagli individui che le hanno apprese e introiettate, elaborandole anche in maniera partecipe e attiva, continuano a ripetersi e a perpetuare uno status quo difficile da turbare.

Eppure c’è stato qualcuno che si è opposto, che non ha tollerato un’ingiustizia così assurda ed evidente, anche se si tratta di un percorso relativamente recente: uno dei primi scritti volti a rivalutare la dignità delle donne nella storia è La nobiltà et l’eccellenza delle donne, co’ difetti, et mancamenti de gli huomini, pubblicato nel 1601 dalla poetessa veneziana Lucrezia Marinelli. Una voce isolata, almeno nel XVII secolo: sarà necessario attendere l’Illuminismo per intavolare un discorso più complesso e articolato sull’uguaglianza. Oltre alla già citata De Gouges, degna di menzione è assolutamente Mary Wollstonecraft, che con il suo A Vindication of the Rights of Woman, pubblicato nel 1792, pose l’accento sul problema dell’istruzione: le donne, non ricevendo gli strumenti culturali che ne avrebbero permesso l’emancipazione, erano di fatto mantenute in uno stato d’inferiorità a cui non avrebbero mai potuto ribellarsi, condannate per sempre al ruolo esclusivo di mogli e madri. Così le prime critiche nate in seno a quello che poi fu definito “sistema patriarcale” si concentrarono sull’accesso all’istruzione e ai diritti giuridici: due battaglie, queste, che ebbero il merito di raccogliere attorno a sé quello che sarebbe diventato il movimento femminista. D’altronde, come affermato da Olympe De Gouges, “la donna ha il diritto di salire sul patibolo; ella dovrà anche avere il diritto di salire sulla tribuna”.

Sulla scia delle istanze illuministe, nel 1848 a Seneca Falls, nelle vicinanze di New York, fu promulgata da un’assemblea di trecento attiviste una dichiarazione sull’uguaglianza, che venne considerata a posteriori il manifesto del cosiddetto femminismo liberale, di cui fervidi sostenitori furono John S. Mill, che concepiva il lavoro domestico femminile come una forma di schiavitù, e Harriett Taylor. Allo stesso modo nella seconda metà del XIX sec. nacquero in tutta Europa comitati per promuovere il suffragio universale, con l’estensione del diritto di voto anche alle donne: il primo sorse a Manchester nel 1865, seguito da molti altri in tutto il Paese. Fu un periodo di forte attivismo e di partecipazione, da parte delle donne borghesi più istruite ma anche di quelle appartenenti alla classe operaia e spesso influenzate dalle idee socialiste, che alle rivendicazioni dei diritti giuridici univano le richieste di aumenti salariali e di tutele sul lavoro. Questo impegno sfociò in marce e proteste, che colpirono al cuore l’opinione pubblica inglese suscitando forti polemiche e accesi dibattiti. In Inghilterra nel 1903 fu fondato da Emmeline Pankhurst il primo sindacato d’ispirazione femminista. Il conseguimento dei diritti politici fu la prima, cruciale rivoluzione del movimento, le cui militanti venivano con disprezzo chiamate “suffragette” dai loro avversari proprio a causa di questa battaglia. I risultati si videro nell’arco di quasi mezzo secolo: se infatti alcuni Stati, come l’Australia e i Paesi scandinavi, concessero il suffragio universale già nei primissimi anni del ‘900, in alcuni casi si dovette attendere fino a dopo il secondo conflitto mondiale. In Italia le donne poterono votare solo a partire dal 1947, sebbene nel nostro Paese non fossero affatto mancate istanze progressiste vicine alle idee femministe, come quelle portate avanti da Anna Maria Mozzoni, autrice di una forte critica sulla relegazione della donna al contesto familiare, e dalla socialista Anna Kuliscioff.

Dopo l’aggregazione intorno alle campagne per il suffragio e per l’istruzione paritaria nel secondo dopoguerra emersero all’interno del dibattito femminista speculazioni più teoriche, e in particolare gli scritti di Simone de Beauvoir e Virginia Woolf divennero a pieno diritto delle pietre miliari nell’elaborazione del pensiero di genere. Ne Il secondo sesso la filosofa esistenzialista francese, attingendo sia dalla psicanalisi sia dalla filosofia del compagno Jean P. Sartre, pose l’accento su come per secoli la costruzione di un’immagine femminile si fosse basata su un’idea di alterità e di inferiorità rispetto al maschio: la donna come “Altro”, come essere manchevole e difettoso che deve ontologicamente occupare un piano inferiore rispetto alla sua controparte maschile. De Beauvoir si disse incerta sulle cause di questa relegazione al piano dell’“immanenza” che impedisce alle donne di autodeterminarsi, ma non aveva dubbi sul fatto che fosse una questione di contesto storico e sociale. Non da meno quanto ad acutezza di analisi si rivelò Woolf, che in scritti come Orlando e Una stanza tutta per sé mise in discussione la rigidità della differenza di genere per com’era stata concepita fino ad allora e denunciò il silenzio in cui le donne erano state relegate per secoli, prive della possibilità di esprimere le proprie potenzialità nel mondo dell’arte e della tecnica:

Shakespeare aveva una sorella; ma non la dovete cercare nelle biografie del poeta. Ella morì giovane; ahimè non scrisse mai una parola. […]Ora io credo che questa poetessa, che non scrisse mai una parola e venne sepolta presso un incrocio, vive ancora. (V. Woolf, Una stanza tutta per sé)

Inoltre nel saggio Le tre ghinee Woolf teorizzò un’etica e un sistema di valori femminili nuovi e diversi, a sua detta in grado di combattere la mentalità maschile e le sue aberrazioni, come la violenza e la guerra, solo con l’“indifferenza” verso la cultura dominante.

Questi non furono che gli albori del movimento femminista, la cui attenzione si focalizzò su altri temi, come il diritto all’aborto e la liberazione sessuale, anche sulla scia della contestazione sessantottina. Gli anni ’70 videro inoltre concretizzarsi la divisione in varie correnti, già latente in realtà fin dagli albori della lotta per l’emancipazione, e il ripensamento sia delle basi teoriche sia delle modalità di protesta. Un discorso a sé dovrebbe essere dedicato interamente al nuovo femminismo e alla sua diffusione a Paesi di cultura non europea. Tuttavia la complessità di tali argomenti merita una trattazione a parte: se ne discuterà in un prossimo articolo.

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