All’alba del 1917, anno che è passato alla storia come l’inizio della rivoluzione che avrebbe portato, dopo la vittoria dei bolscevichi nella guerra civile contro le “bianche” milizie zariste, alla formazione dell’Unione Sovietica, la Russia non era “digiuna” di rivolte, né di episodi violenti che avessero cercato di colpire il potere centrale, rappresentato da uno tsar’ che incarnava, ancora agli inizi del XX secolo, un potere assoluto. Si deve ricordare al proposito la domenica di sangue del 1905, quando una turba di gente marciò sul palazzo di Inverno per proporre una petizione allo tsar’ Nicola II, nel tentativo di costringere il sovrano ad attuare delle riforme che alleviassero le condizioni dei lavoratori pietroburghesi e russi in generale. Sebbene non si trattasse di una rivolta antizarista, la dura repressione voluta dal sovrano ai danni della folla indifesa, su cui fece sparare a vista, portò ad una serie di insurrezioni in tutto il Paese. Alla fine del 1905, lo tsar’ concedeva la prima Duma, un organo dotato di potere legislativo.

Andando indietro nel tempo, dobbiamo ricordare gli anni violenti della fine del XIX secolo, quando un gruppo di cellule rivoluzionarie segrete, le cui idee politiche erano ispirate al socialismo, ordì una serie di attentati alla vita dell’imperatore Alessandro II, sul quale alla fine ebbero la meglio. Lo tsar’ morì infatti ucciso da una bomba lanciata contro la sua carrozza nel 1881, un attentato organizzato dalla società segreta narodnaja volja.

Quelli che però vengono solitamente ricordati, per citare le parole di uno scrittore russo, Herzen, come i primi veri rivoluzionari russi, non appartenevano a circoli segreti di idee socialiste; i decabristi, questo il nome con cui sono passati alla storia, facevano parte dell’élite russa di inizio XIX secolo: erano giovani nobili, ufficiali, come di costume nella loro classe, dell’esercito. Persone, insomma, dalle quali ci si poteva aspettare una brillante carriera nell’esercito e poi nell’amministrazione dell’impero, figli di ricche famiglie cui era stata impartita la più raffinata educazione del tempo; spesso erano artisti o poeti.

Questi giovani si resero protagonisti, il 14 dicembre 1825 (dicembre si dice dekabr’ in russo, da qui il nome), di un tentativo, fallito in breve, di rovesciare lo tsar’ Nicola I proprio nel giorno della sua incoronazione. Gli intenti dei decabristi, il cui orientamento politico si può definire liberale, non erano sempre stati rivoluzionari. In un primo momento, vista anche la loro estrazione sociale, erano più orientati ad una collaborazione con lo tsar’ Alessandro I, apparentemente intenzionato a rendersi protagonista di un’era di riforme. Il regno di Alessandro I, come d’altra parte quello di sua nonna Caterina la Grande, è segnato dal grande divario tra le teoria, intrisa di idee riformiste ispirate ai dettami dei lumi, e la pratica. Nonostante lo tsar’ fosse un personaggio colto, educato, per volere della nonna, da un philosophe come Le Harpe, e non insensibile ai problemi della sua terra, i 25 anni di governo di Alessandro videro il fallimento dei progetti riformatori più ambiziosi, tra cui quello di dare una costituzione alla Russia (un ultimo tentativo fu fatto nel 1820) e di eliminare la servitù della gleba. Dopo un inizio di governo all’insegna di una profonda riforma nel campo dell’educazione, gli anni dopo la guerra napoleonica videro una battuta d’arresto nella direzione liberale: fu questo clima di insoddisfazione dopo le grandi speranze di inizio secolo a convincere i giovani ufficiali della necessità di un’azione violenta.

Nel 1816 nacque la prima società segreta in ambito decabrista, chiamata Lega della Salvezza, riorganizzata nel 1818 nell’Unione della Prosperità. Nel 1820 l’Unione si scisse, dando vita così a due poli decabristi distinti, organizzati in due leghe, quella del Nord e quella del Sud, che davano conto della disposizione geografica dei cospiratori (Pietroburgo a nord e Tul’čin, nell’odierna Ucraina, a sud). C’erano delle differenze di orientamento ideologico nelle due leghe: quella del nord, guidata da Murav’ev era più moderata e ambiva all’instaurazione di una monarchia costituzionale fortemente centralizzata, mentre la lega del sud, con a capo Pestel’, viene definita di orientamento protosocialista e presentava un programma più radicale, con la costituzione di una Repubblica democratica. La morte inaspettata di Alessandro e l’imbarazzo che ne seguì per quanto riguarda la successione al trono costituirono, nelle menti dei decabristi, il momento propizio per l’azione: la lega del Nord si mobilitò a Pietroburgo, dove lo tsar’ doveva essere incoronato. Forti del sostegno di 3000 membri dell’esercito, i decabristi e i loro seguaci si rifiutarono di prestare giuramento allo tsar’, dando il la ad un putsch militare. Anche la lega del Sud si mobilitò a Kiev. La rivolta militare ebbe però vita breve, sia a causa dell’esiguo numero di sostenitori che i decabristi potevano contare nelle truppe sia per il mancato coinvolgimento popolare: d’altra parte, i decabristi avevano progettato una rivoluzione prettamente militare, in parte per la loro diffidenza nei confronti del popolo, in parte per evitare gli spargimenti di sangue della rivoluzione francese. La fallimentare rivolta costò alle personalità di spicco tra i decabristi la vita: Pestel’, Murav’ev, Ryleev, Bestužev e Kachovskij furono impiccati. Altri furono mandati al confino in Siberia e riabilitati solo dopo la fine dell’asfissiante regno di Nicola I, da Alessandro II.

Molti autori si sono ispirati alla vicenda dei decabristi: tra tutti possiamo citare Puškin, già vicino ai loro circoli (e per questo inviso allo tsar’ Nicola), considerato il più grande poeta russo, e Tolstoj, che, prima che il progetto confluisse in Guerra e pace, aveva intenzione di scrivere un romanzo storico intitolato proprio I decabristi.

La storiografia russa e quella sovietica si sono occupate variamente dei decabristi, soprattutto la seconda, che ha cercato un modo di spiegare come i protagonisti della rivolta del 14 dicembre potessero essere ad un tempo rivoluzionari e liberali, cosa evidentemente inaccettabile ad un occhio sovietico. Il contributo però più affascinante, a mio modo di vedere, sui decabristi è quello fornito da Jurij Lotman, semiologo e studioso della cultura. In Il decabrista nella vita Lotman spinge la sua analisi ad una vicinanza estrema all’oggetto trattato: argomento di interesse è il comportamento quotidiano del decabrista, ovvero tutta quella serie di segni di riconoscimento e azioni codificate che rendevano un decabrista tale. Secondo Lotman è possibile ritrovare una serie di comportamenti, o meglio un modo di porsi e di intendere il mondo tipico dei decabristi e assolutamente distinto dal comportamento dei reazionari, degli “oscurantisti” dell’epoca, nonché della nobilità non decabrista, cui pure erano legati. Insomma, l’interesse di Lotman è ritrovare tutte quelle “marche” che rendevano il decabrista tale, nel campo delle azioni.

In primo luogo, i decabristi non ammettevano il “gioco”, in qualsiasi sua forma. Trovavano deplorevole qualsiasi manifestazione ludica, fosse essa a livello linguistico o comportamentale. Questo perché, secondo Lotman, i decabristi non ammettevano nessuna varietà e, conseguentemente, nessuna gerarchia di comportamenti, cosa che invece caratterizzava la società nobiliare del tempo. Per i decabristi non esisteva una sfera “seria”, al primo posto per importanza, dove i comportamenti dovevano essere giudicati in un certo modo, e, a scalare, sfere via via meno serie, dove trovavano spazio ironia, scherzi o comportamenti giudicati sconvenienti in altre circostanze (uno spazio quindi quotidiano). Per il decabrista esisteva un unico metro di giudizio, ed era quello serio: conseguentemente ogni gesto era suscettibile di caricarsi di significato, non si davano azioni neutre, ma tutto doveva essere giudicato secondo determinati parametri, per esempio come azione vile, tirannica, o, al contrario, liberale ed eroica. Il comportamento quotidiano si caricava quindi di significati etico-politici e, aggiunge Lotman,

…poiché il comportamento quotidiano non poteva essere oggetto di dirette accuse politiche, non veniva nascosto, ma anzi veniva accentuato e così si trasformava in un segno di riconoscimento.

I decabristi adottavano, di conseguenza, un comportamento massimamente unitario, privo di ambiguità e di doppiezza e, anche per questo, si trovarono in enorme difficoltà durante gli interrogatori dopo il loro fallimento.

In secondo luogo, chiave di volta per decifrare il comportamento dei decabristi sono, molto spesso, le fonti letterarie. Agli occhi di un decabrista i comportamenti acquistavano più senso se riconducibiliad azioni compiute da figure letterarie. Non stupisce quindi che alcuni decabristi, come Ryleev, poeta, siano stati anche degli uomini di letteratura.

A questo proposito, si può fare anche l’esempio delle mogli dei decabristi, che scelsero di seguire i propri mariti confinati in Siberia, meritandosi per questo la fama di donne eroiche. Lotman nota che la pratica di seguire il coniuge al confino era già diffusa negli strati popolari soprattutto nella società prepetrina, ma non era considerata un atto eroico. Così anche le mogli degli ufficiali russi erano use seguire i mariti nelle campagne di guerra, anche a costo di mettere la propria vita (e quella dei figli) a repentaglio. E neanche questo era considerato degno di particolare nota, stranamente. Tuttavia, proprio agli inizi del nuovo secolo, e spesso grazie alla penna di alcuni decabristi, si formò una nuova figura letteraria, quella della donna eroina in quanto disposta a condividere il destino avverso del marito, anche qualora il legame coniugale non fosse dei più forti. E proprio a questo modello di donna-eroe si sarebbero ispirate le coraggiose “decabriste”.

Nonostante il fallimento, quindi, i decabristi non solo seppero ispirare la letteratura russa del secondo Ottocento, ma riuscirono anche a creare un “tipo” umano, capace di imporsi alle generazioni a venire come esempio massimo di impegno civile.


In copertina la rivolta del dicembre 1925 in un dipinto di Vasilij Timm (1820-1895).

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