Molte sono state le rivoluzioni nel corso della storia, ma poche sono state significative e paradossali come il femminismo: nello scorso articolo si è spiegato come, dopo centinaia di anni di segregazione e abusi, il “secondo sesso” abbia finalmente iniziato ad organizzarsi e ad acquisire consapevolezza dei propri diritti. La prima fase delle lotte femministe, incentrate sull’accesso all’istruzione egualitaria e sul suffragio, terminò più o meno in tutti i paesi industrializzati intorno agli anni ’50: nuove battaglie si profilavano all’orizzonte, e le prospettive erano tutt’altro che confortanti.

Tutto comincia nel 1957: Betty Friedan in quell’anno portò a termine parecchi sondaggi sulle casalinghe americane, portando alla luce un mondo di frustrazioni e disagio, dovuti spesso alla costrizioni che la società imponeva a queste donne, condannate ad attenersi sempre all’immagine perfetta di madri e angeli del focolare. È a partire da queste riflessioni che nel ’63 Friedan pubblicò La mistica della femminilità, un’altra pietra miliare del femminismo. L’attivista cercò di scardinare dall’interno il fantomatico mito, portato avanti soprattutto nelle pubblicità, della casalinga perfetta: l’immagine veritiera che l’inchiesta porta alla luce è quella di una donna formata per occupare un determinato ruolo, in un’ottica di sottomissione, ma totalmente incapace di esprimere il profondo senso di disagio che queste imposizioni le provocano. Per riportare le parole esatte di Friedan, si tratta di un grave “problema senza nome condiviso da innumerevoli donne americane”.

Gli anni ’70 furono quelli delle grandi crociate per la liberazione sessuale: le femministe cominciarono a rivendicare il diritto per tutte le donne di disporre liberamente del proprio corpo. Di conseguenza divennero prioritarie le battaglie sull’aborto e sulla contraccezione, che incontrarono le forti resistenze del mondo cattolico. A quegli anni appartengono i famosi slogan “Io sono mia” e “L’utero è mio e lo gestisco io”: delle vere e proprie dichiarazioni d’intenti, che a partire dalla scelta delle parole chiave rivelano la volontà di scardinare alla base i principi di quello che verrà in questi anni definito “patriarcato”, partendo da una concezione totalmente diversa dell’identità femminile. L’oppressione era radicata, oltre che nelle istituzioni, anche nella società civile e nella famiglia, e meritava una risposta adeguata: illuminante in questo senso è il manifesto del ’69 delle “Redstockings”. Questo gruppo, d’ispirazione marxista, portava avanti la convinzione che l’oppressione di genere fosse la più subdola, perché mai identificata come il predominio di una classe su un’altra, e che oltretutto fosse la causa di tutte le altre disuguaglianze e ingiustizie:

“Le donne sono una classe oppressa. La nostra oppressione è totale e riguarda ogni aspetto della nostra vita. Siamo sfruttate come oggetti sessuali e di riproduzione, come personale domestico e come manodopera a basso costo. Siamo considerate esseri inferiori, il cui unico scopo è quello di migliorare la vita degli uomini. La nostra umanità è negata. Il nostro comportamento ci viene prescritto e imposto con la minaccia della violenza fisica […] Noi identifichiamo gli agenti della nostra oppressione negli uomini. La supremazia maschile è la più antica, la più basilare forma di dominio. Tutte le altre forme di sfruttamento e di oppressione (razzismo, capitalismo, imperialismo ecc.) sono estensioni della supremazia maschile: gli uomini dominano le donne, pochi uomini dominano il resto.”

Grande guida di quegli anni fu Kate Millett, che nel suo celeberrimo La politica del sesso teorizzò per prima il concetto di “sessismo” come dominio dell’uomo sulla donna, tanto profondo da essere addirittura antecedente alla lotta di classe e tanto solido da costituire la base di ogni società patriarcale. Al coro di voci levatesi per la liberazione della donna si unì quella assai irriverente e scandalosa di Anna Koedt, che per prima osò parlare apertamente di masturbazione e orgasmi femminili nel suo saggio The Myth of the Vaginal Orgasm.

Alle rimostranze delle intellettuali si unirono quelle della società civile: le “streghe”, com’erano chiamate le femministe, avevano ormai conquistato l’attenzione dell’opinione pubblica.  Unendosi alla scia di proteste del ’68 i movimenti riuscirono ad ottenere alcune vittorie importanti: in Italia saltò l’abrogazione della neonata legge sul divorzio, di cui nel 1974 venne proposta l’eliminazione ricorrendo all’istituto del referendum dopo ch’era entrata in vigore da poco più di quattro anni. La legge, sostenuta dal PCI e dai Radicali, fu invece ampliamente osteggiata dalla DC, ma si salvò. Nel ’78 invece vide la luce la famosa legge 194, che promuoveva l’aborto libero e gratuito entro i primi novanta giorni dal concepimento, e che venne confermata con un ulteriore referendum nell’81 proposto dai Radicali.

Tuttavia, nonostante le innumerevoli conquiste di quegli anni, la forza dei movimenti femministi è andata progressivamente affievolendosi, anche a causa delle loro stesse divisioni interne. Un esempio è il caso del femminismo nero, le cui maggiori esponenti denunciarono, oltre al sessismo, anche il razzismo con cui dovevano fare i conti le donne nere, vittime due volte e spesso non supportate neanche dalle “compagne” bianche. Oggi purtroppo restano ancora molte barriere da abbattere nel mondo delle disuguaglianze. Molte battaglie che erano state date per vinte sono state rimesse in discussione anche in paesi in cui i movimenti femministi si erano radicati, oppure le riforme non hanno dato i risultati sperati: è questo evidentemente il caso dell’Italia, dove in molte regioni è di fatto impossibile abortire in una struttura ospedaliera pubblica. A ciò si aggiungono lotte antiche, come quelle per la mai raggiunta parità di retribuzione, e nuove, come quelle che vedono protagoniste le donne non occidentali.

Servirebbero fiumi d’inchiostro per raccontare le contraddizioni e i successi del femminismo islamico, e lo stesso si potrebbe dire di quello indiano e di alcune zone dell’Africa: in quest’ultimo caso le donne, inserite nel sistema del microcredito, sono riuscite non solo a creare forme di economia alternativa e più sostenibile, ma anche a ritagliarsi un nuovo ruolo sociale. È impossibile poi non menzionare le lotte contro il machismo e la violenza di genere in molti paesi dell’America Latina, da dove sono emerse anche figure carismatiche come Michelle Bachelet in Cile e Dilma Rousseff in Brasile. Tuttavia questi sono casi isolati: a livello mondiale la presenza femminile nei posti di comando è scarsa, sia nella società civile che nel mondo della politica. È difficile pensare di poter trovare una soluzione a molti di questi problemi nel breve periodo, e sarebbe fin troppo facile definire il femminismo una rivoluzione abortita: molte buone premesse, poche realizzazioni pratiche. Ma non è così: attuare delle eque politiche di genere sarebbe molto semplice se alla classe politica dominante non mancasse la volontà di farlo. È quindi necessario, soprattutto da parte dell’opinione pubblica, una sensibilizzazione maggiore su queste tematiche, e soprattutto un’attenzione maggiore alla diffusione di idee che, in maniera spesso subdola e contorta, veicolano messaggi maschilisti dannosi: di questa cosiddetta “cultura dello stupro” è imbevuta la mentalità di molti individui. Le convinzioni ingiuste sul genere sono inoltre veicolate dai mezzi d’informazione, che tramite un bombardamento costante di pubblicità e slogan spesso soffocano qualunque tentativo d’imporre una diversa visione della donna, non più legata agli stereotipi ma libera di autodeterminarsi e di decidere in maniera autonoma della propria vita e del proprio corpo. La strada è lunga e tortuosa, ma ha una fine: sta alle femministe che verranno trovare nuovi percorsi e dare una nuova direzione alle politiche a livello statale e globale. La rivoluzione non è affatto abortita: è solo rinata.

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