Per quanto sia sempre straordinario, oggi come oggi, un grattacielo, uno di quelli che si profilano all’orizzonte arrivando in una grande metropoli come Milano o come Londra, non sembra un qualcosa di incredibile… o meglio “meraviglioso”. Anzi! Spesso i colossi di cemento e acciaio suscitano una sorta di disprezzo e quasi distacco, in questa nostra ricerca del bello fuori dai confini (se ancora esistono) della città.

Eppure alcune strutture dei nostri tempi, per imponenza o bizzarria delle forme, suscitano ancora oggi quella meraviglia che la città sembrava aver perso: penso all’Empire State Building di New York e ai suoi velocissimi ascensori che in pochi secondi ti portano a non so quanti metri dal suolo (con conseguente mal di testa da decollo improvviso!), oppure al curiosissimo Teatro dell’Opera di Sidney, tra le meglio riuscite bizzarrie architettoniche del secolo scorso. È proprio il celeberrimo teatro australiano che testimonia come forse al giorno d’oggi non sia solo un puro criterio “estetico” a definire un’opera architettonica una meraviglia.

Rispetto ad Antipatro di Sidone, che in pieno II secolo a.C. descriveva le “meraviglie” del suo tempo basandosi sulla magnificenza e sull’idea di bello che queste ispiravano, ai nostri tempi non è solo il bello ad essere meraviglioso. Bisogna però dire una cosa: il bizzarro, l’esageratamente grande, il tecnicamente impossibile non sono criteri che caratterizzano il bello architettonico di cui stiamo parlando. Sebbene tra le sette meraviglie descritte dal poeta di Sidone non figurino strutture bizzarre o “anomale” (seppur una piramide di 147 metri di altezza sia giusto un tantino esageratamente imponente e frutto di una volontà tanto “faraonica” quanto megalomane!) il mondo antico – e non solo – è pur sempre ricco di strutture “meravigliose” per improbabile grandezza, per stranezza nella struttura o per ingegnosità nella loro costruzione: insomma, strutture impossibili, meravigliosamente impossibili.

Questo viaggio tra le altre sette meraviglie del mondo antico inizia da quella piccola ma straordinariamente affascinante isola del Mediterraneo che è Malta, circa tremila anni prima della nascita di Cristo. Lontano dalle mura della fortezza di San Giuliano (e dai numerosissimi casinò che animano La Valletta), nella parte sud dell’isola si trova un grande complesso di maestosissime strutture in grossi blocchi di pietra: si tratta dei siti di Hagar Qim e Menaidra, scoperti negli anni trenta del XX secolo. I siti fanno parte di un insieme molto più grande di complessi megalitici che caratterizzano tutta l’isola, compresa la sua piccola vicina Gozo. Sono però i templi di Hagar Qim e Menaidra quelli che si distinguono per bizzarria e “meraviglia”: oltre alla grandezza dei blocchi, trasportati con primitivi mezzi da una cava non molto vicina, ciò che maggiormente stupisce di questi siti è la loro particolare forma e pianta circolare, che, dall’alto, ricorda i petali di un fiore disposti attorno ad una corte centrale.

hagar qim malta

Anche la struttura interna dei templi è tanto inusuale quanto affascinante: una serie di stanze ovoidali all’interno della struttura circolare portano al cuore del tempio stesso; una struttura quasi unica nell’architettura preistorica, seppur sia vero che è comunque il frutto di vari ingrandimenti lungo tutto il terzo millennio a.C. Questa megalitica meraviglia fa parte oggi, con i suoi fratelli e cugini isolani, del patrimonio dell’umanità UNESCO.

L’unica meraviglia descritta da Antipatro ad essere arrivata al giorno d’oggi è la grande piramide del faraone Cheope/Khufu, la più grande struttura costruita da umani fino alla comparsa a Parigi della Tour Eiffel. Molti dei turisti che ogni anno visitano la grandissima tomba spesso non sanno che il divino Cheope aveva un padre, Snefru, dal quale aveva preso quella mania di grandezza che, nel padre e nel figlio, si era espressa nella costruzione di piramidi. Snefru è passato alla storia come il più grande costruttore di piramidi dell’Antico Egitto (lungo il Nilo se ne trovano diverse, più o meno in buono stato), ma quella che più si ricorda di lui non è tanto la Piramide Rossa, superata ben presto dal figlio e dai nipoti, ma la cosiddetta Piramide Romboidale di Dashur, tra le meravigliose stranezze che l’Egitto ha generato in millenni di storia. La storia è questa: Snefru ordina ai suoi architetti di costruire la più grande piramide di sempre. Detto fatto, si organizzano le planimetrie, si calcola la pendenza e si inizia a posare blocco su blocco. Arrivati a poco più di metà, però, il terreno sabbioso non riesce a sostenere le tonnellate della struttura e la piramide inizia a cedere. Cosa fare allora? Abbandonare il progetto proprio non si poteva: quale faraone avrebbe lasciato una sua probabile tomba incompleta? Gli architetti allora (possiamo pensare dopo una non entusiasta reazione del loro capo-dio) con una pensata mossa architettonica decisero di ridurre la pendenza della piramide; in poco tempo la piramide venne ultimata. Certo, il risultato non era quello auspicato: la piramide era chiaramente “imperfetta”, e già da prima del suo completamento a nord era stato aperto il cantiere della Piramide Rossa, ragionata e degna sede dei resti mortali del divino sovrano. Con la sua doppia pendenza e la sua forma unica a rombo la “Splendente del Sud”, come venne battezzata successivamente, è un caso unico nella storia dei Due Regni; testimonianza di come anche un dio possa sbagliare… ma produrre ugualmente qualcosa di meraviglioso!

piramide romboidale dashur

Su sette meraviglie ricordate dalla tradizione, cinque venivano dal mondo greco; che ciò sia dato da una prospettiva ellenocentrica o che sia dato effettivamente da una straordinaria capacità degli abitanti dell’Egeo, effettivamente la tradizione architettonica e artistica della cultura greca ha generato moltissime strutture “meravigliose”. Sceglierne una che possa rappresentarle tutte mi sembra quanto meno azzardato; però, volendoci basare sempre sul nostro ormai discusso concetto di meraviglioso, sul podio (anche se non voglio dire in quale posizione) sale il santuario di Asclepio a Cos, il cosiddetto Asklepieion.

Costruito verso la fine del V secolo ma ingrandito continuamente per tutto il secolo successivo, questo santuario si configura quasi come un’unione tra i moderni centri benessere, le cliniche più attrezzate e le miracolose mete di pellegrinaggio. Spesso ad arrivare a Cos erano malati in cerca di guarigione, che speravano di ottenere tramite qualche ex voto e qualche sacrificio intervallati da diversi bagni ristoratori. Quello che stupisce dell’Asklepieion, oltre alla grandissima quantità di gente che ogni giorno accorreva all’ingresso, è la pensata struttura, che corre lungo le pendici di una collina divisa in terrazzamenti; nonostante queste divisioni “naturali”, il santuario riesce comunque ad essere una struttura unitaria, grazie al grande portico che abbraccia tutte le strutture e i cortili. Il primo terrazzo, quello più in basso dove si trova l’ingresso, la grande stoà, racchiude tantissime piccole stanze, destinate ai pasti comuni e all’accoglienza dei fedeli; sempre qui si trovano le varie vasche e fonti purificatrici. Dopo questo primo piano riservato all’accoglienza si trova il secondo, dove sono invece dislocati gli edifici cultuali: piccoli altari, tempietti e tesori. All’ultimo piano, infine, c’è la vera e propria casa del dio, il grande tempio a colonne doriche, anch’esso racchiuso da un portico. Sebbene non suggerisca la stessa solennità di Olimpia o la misticità di Delfi, il Santuario di Asclepio è comunque una di queste nostre meraviglie del mondo antico per il suo essersi “adattato” alla natura circostante, riuscendo a creare qualcosa di armonioso (e di estremamente organizzato e “utile”) in un contesto che all’armonia si prestava poco.

asklepieion

Vorrei chiudere questa prima rassegna con una città la quale, sebbene si spinga molto più in là temporalmente (XIII secolo d.C.) e geograficamente (Estremo Oriente) rispetto a quel mondo antico e mediterraneo dove siamo stati fino a questo momento e dove torneremo, ha comunque del meraviglioso e dell’impensabile. Saltiamo nelle aride steppe della Mongolia, verso la prima metà del Duecento. Un capo molto carismatico riesce ad unire delle altrimenti rivoltose e disordinate truppe di guerrieri e cacciatori perennemente a cavallo: il suo nome è Ogodei Khan. Il grande Khan non era stato in realtà il primo a unificare il terribile popolo mongolo; ma, a differenza dei suoi predecessori, aveva ben capito che per mantenere unito ciò che naturalmente tende a disgregarsi bisognava creare un centro governativo e di potere: insomma, una capitale. Il problema è che fino a quel momento i mongoli non avevano mai avuto una città: erano sempre vissuti in grandissime tende-carri, che, muovendosi lungo le steppe, suggerivano l’idea di una grandissima “città in movimento”, secondo quanto detto dal missionario ed esploratore Gugliemo di Rubruck. La tenda mongola, detta yurta, era un fondamento troppo radicato nella vita dei nomadi perché potesse essere sostituita da una casa in mattoni come in Occidente e nella prossima Cina; pertanto la capitale di Ogodei, chiamata Karakorum, venne interamente edificata con gigantesche tende, mobili o fisse, nei confronti delle quali i mongoli avevano una vera e propria devozione. Lo stesso Guglielmo arrivato nella capitale rischiò la condanna a morte per aver sfiorato inavvertitamente la yurta del capo. Di Karakorum, sostituita da Kublai Khan con Pechino nel XIV secolo, non rimane naturalmente più nulla, se non qualche statua in pietra sopravvissuta alla distruzione Ming. Il suo carattere così particolare la rende però una capitale straordinariamente unica, e non soltanto in un mondo da tempo ormai non più antico.


In copertina le mura del monastero di Erdene Zuu, svettanti nell’antico sito di Karakorum, in Mongolia, nelle vicinanze dell’attuale città di Harhorin.

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