Dopo aver conosciuto i templi megalitici di Malta, esserci meravigliati della bizzarra forma della “Splendente del Sud”, aver assistito ai rituali curativi nel complesso santuario di Asclepio a Cos e, infine, dopo aver esplorato la “capitale nomade” del Khan Ogodei, facciamo adesso un salto “all’indietro” nello spazio e nel tempo. Dalle steppe della Mongolia del XIII secolo ritorniamo nel mediterraneo orientale del I secolo a.C., per la precisione in un piccolo regno che, seppur obbediente a Roma, aveva mantenuto una sua certa indipendenza: il Regno di Giudea. Capitale di quel regno era una città dalla storia millenaria, Gerusalemme, che aveva conosciuto già un apogeo e una distruzione, che era rinata, che era cresciuta, che stava attraversando nuove e durature glorie ma che, di lì a poco, era destinata nuovamente a cadere in maniera ancora più devastante, per poi risorgere e conoscere nuove stagioni di splendori e glorie, ma anche di lotte e battaglie (che, ahinoi, non sono ancora cessate). Gerusalemme (o meglio, le Gerusalemme che si sono susseguite nella storia) ha un numero inconcepibile di meraviglie, prodotto di secoli e secoli di storia, meraviglie sepolte, affioranti, svettanti sulla città; anzi, è una “meraviglia” in sé, un frutto unico della cultura mondiale. Ma nella nostra rassegna ci spostiamo più a sud della Città Santa (che meriterebbe non uno ma migliaia di articoli), nell’aridissimo deserto di Giudea che si affaccia sul maestoso Mar Morto.

A qualche chilometro a ovest del grande lago salato si trova una immensa rocca su una collina rocciosa a poco meno di 600 metri di altezza, il cui nome è Masada. Film, libri e serie televisive hanno reso celebre questo luogo per essere stata sede dell’ultima resistenza degli ebrei di Giudea al tempo della Guerra Giudaica (66-74 ca. d.C.), le cui tragiche vicende sono raccontate da Flavio Giuseppe. Nonostante la vittoria romana e la caduta della fortezza, Masada rimane tuttavia ancora oggi un simbolo della estenuante difesa della propria libertà, grazie alla sua spettacolare struttura che la rendeva (almeno così sembrava!) inespugnabile. Masada, però, non era nata come fortezza militare, bensì come palazzo. Nel 37 a.C. il sovrano dell’epoca, Erode il Grande, ordinò che su quella altissima collina rocciosa venisse costruito un palazzo così maestoso e imponente da far impressionare gli ambasciatori che si recavano da lui… soprattutto quelli romani! Amico di Marco Antonio, Erode era cresciuto ed aveva studiato a Roma, città che, con i suoi palazzi, le sue fontane, i suoi monumenti, aveva terribilmente affascinato il giovane giudeo. Così, tornato nella terra natale e salito al trono, Erode iniziò la costruzione di numerosissimi palazzi dallo stile greco-romano, anche se con una certa orgogliosa base ebraica. Masada, o meglio, il palazzo di Masada, rientra all’interno di questa grande volontà costruttrice.

masada

Eretto tra il 37 ed il 31 a.C., il palazzo di Erode è uno dei capolavori dell’architettura del Medioriente romanizzato: sfruttando la morfologia della collina, la rocca si disponeva in tre livelli discendenti verso nord. Sul fianco più alto si trovava il “palazzo settentrionale”, con ampie sale con riscaldamento a pavimento, cortili e finissimi mosaici, ma anche granai, magazzini e cisterne per l’acqua. Nella punta nord della collina, diversi metri più in basso, si trovano le due strutture termali, con una scenografica vista sul deserto di Giudea e sul Mar Morto. Oasi di bellezza e di spettacolarità, Masada fa parte oggi del patrimonio culturale dell’Umanità UNESCO, tanto per la sua impensabile struttura, che sfrutta la difficilissima conformazione della collina, quanto per la storia leggendaria, raccontata dalle sue stanche ma sempre possenti mura.

L’esempio di Masada dimostra come sia semplice che un palazzo, specialmente se grande, ben articolato e ben difeso, possa nei secoli trasformarsi in qualcos’altro. È proprio un palazzo che ha subito un’evoluzione del genere ad essere la sesta di queste nostre bizzarre e impensabili meraviglie del mondo. Qui, però, parliamo di una struttura che, nata incredibile per grandezza e complessità, è diventata ancora più straordinaria nel passare del tempo e nel mutare delle condizioni storiche e politiche. Sulle coste della Croazia si trova una città di nome Split, il cui nome più antico è Spalato (dall’arbusto aspalathos, molto presente nella zona). Si trattava dell’antico palatium dell’imperatore Diocleziano (284-305), al cui nome sono associati due importanti avvenimenti nella storia dell’impero: la (fallimentare) esperienza della tetrarchia e l’ultima, feroce persecuzione contro i cristiani. Terminato il suo mandato, seguendo una tradizione di sovrani che passavano gli ultimi anni della loro vita in lussuose regge, anche Diocleziano decise di ritirarsi in quel grande palazzo che aveva fatto edificare proprio per la sua “pensione”.

spalato

L’enorme complesso, pur seguendo i dettami dell’edilizia delle ville romane, era però costruito secondo lo schema degli accampamenti, con due vie principali perpendicolari e una ragionata struttura a scacchiera, che si può ancora parzialmente osservare nella parti più antiche della città. Gli edifici più importanti si trovavano dunque in questa enorme griglia, destinati alle più svariate funzioni (di culto, di rappresentanza, di svago); un porto, infine, permetteva l’ingresso al palazzo anche via mare. Con la caduta dell’Impero d’Occidente ed il caos politico e amministrativo in Europa, l’ex palazzo di Diocleziano iniziò ad ospitare quanti, per fuggire dalla incursioni barbariche, cercavano sicurezza tra le possenti mura. Ed è allora che avviene qualcosa di straordinario: la rigorosa griglia romana iniziò a spezzettarsi in una miriade di viuzze e stradine, gli antichi e imponenti edifici diventarono case più umili e piccole, le ampie corti furono trasformate in piazze del mercato. Da palazzo dominale nella prima metà del IV secolo Spalato era diventata una città fortezza alla fine del VI. Ma l’evoluzione più incredibile doveva coinvolgere lo stesso mausoleo dell’imperatore, convertito in chiesa e diventato infine cattedrale di San Domino: una sorta di paradossale nemesi storica nei confronti dell’ultimo persecutore della cristianità.

Prima di parlare di quella che, a nostro avviso, è la settima incredibile meraviglia del mondo, è necessaria una premessa: fino a questo momento (con l’eccezione di Karakorum) abbiamo esplorato affascinanti monumenti e complessi delle culture mediterranee. Il viaggiatore-studioso dei giorni nostri, però, non può, in una rassegna del genere, non rivolgere lo sguardo anche al Levante (l’estremo oriente dei monasteri buddhisti in Tibet, dei giardini zen in Giappone, fino alle stesse grandi grotte rituali delle isole del Pacifico) e al “Nuovo Mondo”. Ora, dal momento che ogni singolo luogo meriterebbe molta più attenzione di quanto possiamo qui dedicarne e che bisogna scegliere, basandoci sempre sul principio di “meraviglioso” che ormai ben conoscete, troviamo la nostra ultima grande meraviglia del mondo in Sud America, tra le rovine della perduta civiltà inca. In Perù, poco lontano dalle più famose Machu Pichu e Cuzco, su cui ogni anno si riversano migliaia di turisti, si trova una città parzialmente avvolta dalla foresta, di nome Ollantaytambo. Siamo ormai lontani cronologicamente e geograficamente da Snefru, Erode e persino Ogodei, in un XV secolo in cui il popolo nca dominava su gran parte del sud America. Fu in una regione montagnosa a circa 3000 metri di altezza che un sovrano di nome Pachacuti, assicuratosi il controllo dell’area, decise di edificare una città che avesse la doppia valenza politica e religiosa. Nacque così Ollantaytambo. La città era divisa in due parti: una zona “a valle”, dove si trovava il villaggio, e l’area del tempio. È proprio questa a entrare meritatamente nella nostra lista di meraviglie: con i ripidi terrazzamenti ed i suoi immensi blocchi monolitici, il tempio di Ollantaytambo scala vertiginosamente la montagna, sembrando, da valle, una sorta di grandissimo nido di condor. Con l’arrivo dei conquistadores Ollantaytambo divenne teatro di una feroce battaglia, alla fine della quale gli inca vennero sconfitti e il loro villaggio convertito in una colonia; il tempio, però, per la sua inaccessibilità, rimase intatto, ed anche oggi è possibile ammirarlo nel suo secolare splendore.

perù

Dal momento che la bizzarria e l’anomalia rispetto al canone sono state le nostre linee guida che ci hanno portato alla scoperta delle altre sette meraviglie del mondo, perché non parlare brevemente di una ottava? Un po’ per patriottismo, un po’ per oggettiva unicità, bizzarra meraviglia è per me il teatro greco-romano di Catania. Lo è per tanti motivi: costruito alle pendici dell’antica acropoli catanese in pietra scura, era uno dei più grandi in Sicilia. Ma, come per Spalato, fu il “dopo” a rendere unico questo monumento. Mentre i fratelli di Siracusa e Taormina si trovavano fuori dalla città e nel tempo rimasero isolati, il teatro di Catania venne ben presto avvolto dalle case che nei secoli si ammassarono attorno alle sue antiche mura. Per di più, un corso d’acqua, in passato identificato erroneamente con l’Amenano, sbucando nel teatro, lo ha parzialmente allagato. Con i rampicanti che abbracciano le mura nere, le case che si affacciano sulla platea e l’orchestra piena d’acqua, il teatro romano di Catania è sicuramente tra i luoghi più affascinanti della città. È una meraviglia? Questo non saprei dirlo; ma, come Spalato, Masada, Ollantaytambo e tutti i monumenti di cui abbiamo parlato e davanti ai quali rimaniamo incantanti quanto ci capita di visitarli, anche il teatro catanese è la testimonianza di come spesso ciò che rende unico qualcosa sia proprio la storia stessa, che, con la pioggia, i venti e, soprattutto, gli uomini, modella, scava e scolpisce qualcosa di… meraviglioso.


In copertina un’immagine del teatro romano di Catania.

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