In questo articolo intendo affrontare il tema dell’ordine inteso come ordine razionale dell’essere e il posto dell’uomo all’interno di esso. Il tema è un po’ ambizioso ma tutti ci siamo chiesti almeno una volta se questo ordine esista e quale esso sia, vuoi davanti a un cielo stellato, vuoi davanti a un cassetto della scrivania da ordinare. Tanto vale per una volta parlarne apertamente. Essendo io un economista chiedo in anticipo pietà per tutte le bestialità che potrò dire parlando di argomenti che non sono tipicamente i miei.

Quando qualcuno mi chiede cosa ne penso dell’ordine razionale dell’universo e del posto dell’uomo al suo interno (anche se ciò non accade spesso…) amo iniziare rifacendomi a Kant. Ciò che amo in Kant è la Critica alla ragion pura nella quale, per come la vedo, viene ribadito il principio del cosiddetto esse est percipi, ovvero che l’essere è solamente ciò che si percepisce. Questo principio è spiegato tramite la mitica metafora degli occhiali blu: un uomo con degli occhiali blu vedrà tutto blu perché gli occhiali sono un filtro da cui gli occhi non possono sfuggire; allo stesso modo nessun uomo può sfuggire al filtro delle percezioni e mangiando una pizza sentirà che questa è buona anche se il buono non è ontologicamente collegato alla pizza. Similmente nessun oggetto propriamente è blu o rosso o giallo, perché i colori sono solamente il modo in cui percepiamo alcune lunghezze d’onda di luce. D’altra parte le nostre sensazioni sono l’unico modo in cui percepiamo l’essere e quindi si frapporranno sempre come un filtro inaccettabile tra noi e la conoscenza diretta di questo. La vera natura dell’essere è pertanto inconoscibile e la metafisica è al di fuori della portata dell’uomo.

Sebbene ad un osservatore disattento possano sembrare discorsi antiquati e polverosi dei tempi del liceo, in realtà Kant e l’importanza delle percezioni sono ancora molto apprezzati e citati infinite volte e con amorevole cura da molti miei amici quando sostengono per esempio che dopo la seconda bottiglia di vodka nessun ragazzo/ragazza è più brutto/a.

La necessaria incompletezza della conoscenza umana mi sembra essere confermata dai celebri (diciamo celebri ad honorem…) teoremi di logica matematica di Gödel. Il lavoro di Gödel è sviluppato come risposta a due dei problemi di Hilbert, il quale aveva posto come obiettivo per gli studi di logica matematica quello di dimostrare la coerenza della logica, cioè la proprietà di una proposizione di poter essere alternativamente vera o falsa, e la sua completezza, cioè la proprietà per la quale ogni proposizione può essere giudicata. Il lavoro di Gödel dimostra formalmente la possibilità di ricreare il paradosso del mentitore all’interno di (praticamente) qualunque sistema logico formale: il paradosso del mentitore consiste in una proposizione che affermi la sua indimostrabilità. Nel caso questa fosse dimostrata vera, ciò contravverrebbe al suo enunciato rendendola falsa; similmente nel caso fosse falsa allora dovrebbe in effetti essere indimostrabile e quindi vera. La proposizione suddetta non può quindi essere giudicata né come vera né come falsa e ciò mostra l’incompletezza di qualunque sistema logico; in altre parole la conoscenza umana è necessariamente incompleta e ha alcune zone d’ombra. Seppure non sia una prova di incoerenza, l’incompletezza rende altresì tragicamente impossibile dimostrare la coerenza: poiché alcune frasi non possono essere giudicate, non è possibile accertare che non siano contemporaneamente vere e false. Quindi non è possibile sapere con certezza se la ragione umana sia effettivamente uno strumento esatto ed affidabile.

Che disdetta! E quindi ricercare un ordine razionale nelle cose è vano così come lo è fare scrivere di filosofia ad un economista? Tranquilli, niente è più vano che far disquisire di filosofia un economista! Quanto sopra dimostra infatti solamente che la ragione è incompleta, non che è fallace o inutile, ed essa può quindi comunque risultare uno strumento molto interessante e degno di essere scandagliato il più a fondo possibile. L’incompletezza e la possibile fallibilità della ragione d’altra parte demistificano la sua onnipotenza e la abbassano al livello degli altri sensi umani. Mi sembra quindi che la ragione sia un portato evolutivo che si è affermato nella specie umana solamente perché utile e perché ha contribuito ad aumentarne la possibilità di sopravvivere. Allo stesso modo in cui prima si notava che il buono non è ontologicamente nella pizza, similmente la ragione umana potrebbe non essere nelle cose (e questo può confermarlo chiunque abbia lavorato in un ufficio) ma solamente nel nostro modo di interpretarle, il che a mio avviso è una considerazione abbastanza spaventosa.

Proseguendo il mio discorso, a questo punto cito Locke e la sua opera Saggio sull’intelletto umano (“vai Locke, scelgo te!” cit. Ash dai Pokemon). Nella sua opera Locke mostra che, sebbene le proposizioni siano generalmente argomentate tramite deduzione ed induzione, il criterio base della verità razionale è invece l’intuizione. L’intuizione è qualunque proposizione la quale non sia ulteriormente scomponibile e spiegabile e fondi la sua veridicità sull’ovvietà, per esempio il principio di non contraddizione o quello secondo cui ogni cosa è eguale a sé stessa. Similmente le tautologie, ovvero l’affermazione che è bello ciò che è bello. La mia tautologia preferita è che ogni azione volontaria, cioè ogni cosa possa fare un uomo, deve essere appunto voluta; cioè è necessario desiderare le sue conseguenze attese. Ora queste conseguenze possono essere indifferenti oppure no. Nel caso siano assolutamente indifferenti al soggetto che agisce, per definizione non saranno desiderate e quindi non saranno connesse ad alcuna azione. Nel caso invece le conseguenze lo coinvolgano, queste possono essere reputate dal soggetto che agisce positive oppure negative. Le azioni a valore atteso negativo non saranno intraprese mentre invece saranno intraprese quelle a valore atteso positivo: ciò poiché per ipotesi è il soggetto stesso che le considera per sé stesso positive o negative. Se per definizione un soggetto ritiene una cosa negativa per sé, perché dovrebbe intraprenderla?

Quanto sopra, nelle mie intenzioni, dimostra, utilizzando il più possibile ragionamenti semplici ed incontrovertibili, che ciascuna azione di qualunque soggetto può solamente essere motivata dal suo interesse. L’egoismo non è quindi un peccato ma una necessità, esso è alla base dell’agire umano ed è impossibile sottrarglisi. Se qualcuno per esempio si facesse male per dimostrare il contrario, ciò non sarebbe in contrasto con quanto sopra. Infatti lo farebbe solamente per dimostrare il contrario e appagare così il suo desiderio di credere in qualcos’altro. Tutto ciò può sembrare desolante e depravato. Se da un lato questa non è un’obiezione razionale, d’altro canto anche io sono un essere umano (per lo meno nel tempo che non trascorro a fare il losco economista), amo i miei cari e contraccambio di cuore l’affetto dei miei amici. Nel seguito spero di riuscire a spiegare meglio e con più completezza la mia visione delle cose.

Una volta accettato il criterio dell’utile soggettivo come principio base dell’agire umano, resta da definire cosa sia questo utile. Ancora mi richiamo a Locke: alcune sensazioni, similmente alle intuizioni, sono impossibili da scomporre e descrivere, così come è impossibile descrivere il giallo ad un cieco dalla nascita. Allo stesso modo esiste un senso dell’utile, chiamato in genere piacere. Il piacere quindi è desiderabile per definizione ed è lo strumento attraverso cui l’evoluzione ha trovato il modo di dirigere il fine delle nostre azioni. Questo è il motivo per cui l’atto di procreare è piacevole, così come lo sono le azioni di autoconservazione (mangiare, bere, etc.).

Similmente comportarsi rettamente dà piacere: agire bene con gli altri fa sentire bene poiché permette di creare comunità e di vivere in “branchi”, il che si è dimostrato un vantaggio evolutivo. Ciò nella mia logica non è affatto meno reale che mangiare o bere: il senso di piacere derivante dal comportarsi moralmente non è affatto da sottovalutare ed è assolutamente concreto e reale, fondamentale per rendere la vita di un uomo piacevole e bella. Così circondarsi di persone care e ricambiare il loro affetto anche nelle avversità è uno dei piaceri più belli ed è uno dei beni più preziosi della vita. Di solito si ritiene che un utilitarista dia peso solamente ai beni materiali. D’altra parte, seguendo il principio esse est percipi, è evidente come una borsa piena di denaro in sé stessa sia solamente un’inutile sensazione tattile il cui unico valore è la possibilità di dare sensazioni positive in futuro. Nel caso si dia molta importanza al piacere cosiddetto morale, i valori dell’amicizia e del comportarsi con onore saranno anteposti al denaro e ciò semplicemente per puro piacere. L’utilitarismo può quindi assumere connotazioni diversissime, anche estremamente “morali” e “rette”, a seconda della funzione di utilità adottata dal soggetto che agisce.

Allo stesso modo essendo l’uso della ragione fondamentale per la sopravvivenza e l’affermazione della specie umana nel mondo che la circonda, utilizzare la ragione e comprendere è un piacere. Capire una dimostrazione matematica, risolvere un indovinello correttamente, scoprire un modo furbo di fare qualcosa sono tutti modi di utilizzare la ragione che danno piacere e appagano l’ego ed il desiderio di autoaffermarsi di chi li compie. Si può quindi argomentare che ricercare un ordine razionale nell’universo sia una sofisticata forma di edonismo e un piacere vuoto fine a sé stesso, quindi in quanto tale desiderabile ed assolutamente giustificato. Così c’è chi nel tempo libero ama bere con gli amici o andare a alla ricerca di avventure galanti e chi invece va a ricercarsi i teoremi di Gödel ed il Saggio sull’intelletto umano di Locke… il mondo è bello perché è vario!

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