La tradizione frammentaria di un’opera, in particolar modo se l’interesse primario degli autori delle citazioni è rivolto alle particolarità linguistiche e grammaticali del testo di partenza, costituisce un limite insuperabile per la ricostruzione dell’ordinamento originale della sua materia, che può essere, di conseguenza, tentata solamente in forma orientativa e ipotetica. Nel caso del Bellum Poenicum, poema epico composto da Nevio alla fine del terzo secolo avanti Cristo, in particolare, le incertezze e le contraddizioni delle proposte strutturali anteriori all’inizio del Novecento sono ascrivibili tanto al numero limitato di indicazioni di libri fornite dagli autori delle citazioni quanto alla disinvoltura degli interventi sulle Buchzahlen, ossia sulle indicazioni tradite dei libri di provenienza dei singoli frammenti.

In questa prospettiva, le edizioni della ‘fase eroica’ della critica neviana appaiono accomunate non solo dall’attribuzione, solitamente arbitraria, dei fragmenta incertae sedis ai singoli libri, ma anche dallo svilimento delle indicazioni delle fonti se incompatibili con il proprio paradigma di riferimento. Gli archegeti di queste due tendenze sono rintracciabili, rispettivamente, nel filologo di Gottinga Spangenberg, che propone una collocazione per tutti i frammenti neviani, con l’eccezione del fr. 38 Morel, costituito dalla sola parola Samnite, e in Merula, erudito cinquecentesco di origine olandese, il quale, affrontando en passant nel suo commentario enniano la quaestio della materia del Bellum Poenicum, adduce la corruzione dei numeri librorum a giustificazione dell’arbitrarietà del suo ordinamento dei frammenti. Dalla meccanicità dell’adozione delle proposte già formulate dalla critica moderna e contemporanea deriva l’irrigidimento della ricostruzione dell’economia del poema, che, nelle parole di Rowell,

acquired an independent authority and began to enjoy the respect due to an established fact.

Per questo motivo, le divergenze non sostanziali delle edizioni ottocentesche sono riconducibili – con la rilevante eccezione di Müller, la cui propensione a riconoscere nel poema soltanto un precedente artisticamente infelice degli Annales di Ennio giustifica l’inclusione in esso di tutte le vicende storiche comprese tra la fondazione di Roma e il terzo secolo – a un medesimo schema strutturale, individuato nella giustapposizione alla sezione storica di un’iniziale narrazione delle res Troianae, aition mitico del conflitto.

Se già nell’edizione del poema del 1861 curata da Berchem viene avanzata l’istanza di riconoscere nei grammatici, nonostante l’innegabile debolezza delle loro testimonianze, i soli duces quos nisi de gravissimis causis deserere non licet, sono, tuttavia, le De Naeviano Belli Poenici carmine quaestiones selectae di Strzelecki a censurare direttamente l’immetodicità delle ricostruzioni tradizionali e a rivendicare la priorità delle evidenze delle fonti.

Il nuovo approccio dello studioso polacco, che innesta sull’adozione una prudente epochē nei confronti di ogni nuova dogmatica assegnazione dei frammenti ai libri, sancisce la riaffermazione della necessità di mantenimento delle Buchzahlen con la formula librorum lectionem nulla necessitate urgente mutare volo, (‘non intendo modificare per la sollecitazione di alcuna necessità la lezione tradita dei libri’). Questo comporta la revisione dell’ordine dei frammenti e, di conseguenza, dell’economia del poema: in questa prospettiva, se l’inclusione nell’archeologia, ossia nel racconto delle vicende degli Eneadi, almeno della sezione iniziale del terzo libro è imposta dalla menzione di Anchise e Amulio nei frammenti 3 e 24 Morel, la Buchzahl del frammento storico 32 Morel (Manius Valerius / consul partem exerciti in expeditionem / ducit) permette di individuare nel poema una struttura a cornice, che inserisce la narrazione degli errores di Enea all’interno del resoconto bellico.

Mentre il moderato scetticismo del filologo, temperato, in realtà, dal ardimento della sua proposta strutturale, ha ricevuto quasi unanime consenso, sono state rivolte accuse di eccessivo Buchstaubenglaube (‘dogmatismo’) nei confronti del suo conservatorismo delle lezioni dei numeri librorum. Alla nuova ‘formulazione debole’ di quest’ultimo principio elaborata da Barchiesi, il quale riconosce, in linea con Norden, l’insufficiente autorità di una sola Buchzahl in presenza di contraddizioni con elementi di ordine diverso, è stata, tuttavia, opposta una riaffermazione della sua versione originaria da parte di Skutsch, che pure in un primo momento aveva criticato il «conservative treatment of the book numbers», di Ferrero e di Mariotti.

L’identificazione delle reliquiae del poema con il dominio di ogni possibile ricostruzione strutturale e la soggettività connaturata alla valutazione dell’autorevolezza della collocazione impongono di fondare, pur con la consapevolezza delle possibilità di errore, ogni tentativo di ordinamento dei frammenti sui dati oggettivi della tradizione.


In copertina una miniatura del Codice Vaticano di Virgilio (folio 13r), che raffigura la scoperta di Cartagine da parte di Enea e Acate.

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