Amo gironzolare per le strade durante il weekend, soprattutto quando in autunno si avvicina la ‘festa dei morti’: le piccole bancarelle, i negozietti, i furgoncini che vendono dolci eccessivamente dolci. C’è solo una cosa che non sopporto: la folla. La mia giornata in un weekend autunnale inizia più o meno così: vado sereno in centro, giro per le bancarelle, compro qualcosa… e poi la folla si abbatte su di me. Arrivo a mezzogiorno e per uscire dalla moltitudine di gente devo destreggiarmi e aprirmi una breccia. Torno a casa, stremato, con il mio pacchetto di dolci tutto ammaccato per le varie pedate e gomitate che ha preso dalla folla; mi getto a letto e penso: “Mai più”. Così decido di passare il pomeriggio da solo, magari in giardino, rinunciando ai vari inviti da parte di amici di tornare in centro per rituffarmi allegro in quella marea di persone compranti. “Dai!” mi dice un mio amico “Non fare l’eremita!”. Così penso: il mio amico che mi chiama ‘eremita’ tende a mettere in ridicolo il mio effettivamente bizzarro isolamento.

L’eremitismo è comunque stato sempre considerato un qualcosa di strano, e l’elemento principale di tale stranezza è proprio questa condizione di voluta e cercata solitudine. Quello che però spesso passa in secondo piano è una volontà più grande di quella di non vedere altre persone, quella di un ordine. Un fatto, questo, che erroneamente si attribuisce esclusivamente al cristianesimo, ma che riguarda anche la cultura pagana e la cultura ebraica, per non contare le tante altre testimonianze nelle svariate e affascinantissime culture orientali. La volontà, per così dire, di ‘stare da soli’ viene ora sconsigliata da quanti la reputano principio di asocialità e follia; altri, come Filone, la consigliano, ma per poco tempo; altri ancora, come Gerolamo, la cercano per tutta la loro vita. Tra tutte queste testimonianze, però, una è in particolar modo affascinate, proprio perché, a differenza di altri, viene da un personaggio che ha vissuto l’esperienza eremitica; anzi, egli la vive proprio nel momento in cui scrive! Parlo della lettera che Mar Shamli, monaco nestoriano vissuto nell’VIII secolo, scrive al suo discepolo prediletto descrivendogli la felicità della vita nel deserto.

È un cristianesimo, quello di Mar Shamli, delle più remote regioni del Vicino Oriente: il monaco vive infatti nell’attuale area nel nord Iraq, regione dalla quale erano nate importanti culture e filosofie destinate a influenzare lo stesso pensiero cristiano. Lungo tutta la lettera di Mar Shamli la forte spiritualità, eredità di tali filosofie, traspare tra le righe alle volte chiaramente. Lo capiamo dall’incipit della lettera:

Al virgulto spirituale adorno dei frutti profumati del soffio dello Spirito Santo, sbocciato da un albero rinsecchito e coriaceo, che non ha neppure le foglie per coprirsi come protezione.

Compare qui l’immagine del virgulto robusto, ovvero lo spirito del discepolo, a cui si oppone l’albero già grande ma rinsecchito, metafora (naturalmente umile) dello spirito dello stesso Mar Shamli; un’immagine, di derivazione biblica, che già anticipa il tema del deserto. Più avanti infatti il monaco ricorda il motivo di questo suo amore per il discepolo:

Questa cosa che ho detta è vera a causa del bene che mi hai fatto, grazie all’isolamento della condotta monastica [dubbara in siriaco, ‘il buon comportamento’], la solitudine nel deserto, la forza dell’abitare solo sulle montagne: la condotta monastica e il deserto sono pieni di vita ed è beato colui che li vive in pienezza in se stesso per tutta la sua vita.

È necessaria qui una premessa: nella cultura greca il deserto era sempre apparso come un luogo inospitale e spesso tremendo, da evitare anche per quanti ricercavano la solitudine. La cultura cristiana mantenne questa visione tremenda del deserto, a partire dallo stesso racconto evangelico delle tentazioni. Chi vive nel deserto può anche compiacersi della propria scelta, ma vive comunque assediato dalle tentazioni. Queste, in buona parte della produzione agiografica, vengono rappresentate dalle stesse paurose creature che vivono nei deserti (scorpioni e serpenti prima di tutto), che diventano mostri contro i quali quanti scelgono la via del deserto devono combattere. Quello che in questa lettera stupisce è invece la visione quasi beata di questo deserto, un deserto in verità inospitale e roccioso, quale appunto quello del nord dell’Iraq. Continua Mar Shamli:

Gloria a te Signore nostro! Gloria alla tua grazia che mi ha reso degno di rallegrarmi dei beni che sono sulle montagne: le erbe e le intuizioni spirituali. Di fatto, allorché resto solo, nel silenzio, per un po’ di giorni le erbe delle montagne riempiono il mio corpo al posto di ogni nutrimento. E anche se il mio corpo è indebolito, ed è un po’ come un uccellino, non risento la sua debolezza.

Da notare qui l’accostamento delle erbe delle montagne, unico nutrimento del monaco, con le ‘intuizioni spirituali’. La condizione di vera leggerezza corporea è necessaria, per l’eremita siriaco, per raggiungere quella condizione di leggerezza spirituale che solo una vita condotta tra le montagne può portare. L’eremita non digiuna pertanto come prova di forza, per dimostrare il proprio distacco dai beni terreni, ma mangia il poco che la natura gli offre e ne è contento, perché utile al corpo per accordarsi con la cercata leggerezza di spirito. Una condotta del genere porta ad un ordine mentale e fisico che ha i suoi riscontri nella stessa vita di Mar Shamli. Dopo una settimana nell’isolamento del deserto, il monaco ha infatti una visione:

Allora il cielo e la terra sono stati oggetti del mio amore e il mio intelletto si è disteso senza fine nella sua estensione, con lo splendore del Sole Essenziale.

Qui compare un altro simbolo cristiano di eredità pagana e orientale, il sole. Continua l’eremita:

Vedevo tutti gli uomini nella loro unità con la gloria di Dio, mentre il mio intelletto nuotava dentro questa grandiosità.

Il tema della visione mistica nella solitudine, specialmente nei deserti, è frequentissimo nella produzione cristiana; me mentre normalmente la visione arriva come momento di distacco dal paesaggio spaventoso che circonda l’eremita, qui invece questa arriva come momento culminante proprio nella contemplazione del deserto. È una physiologia che porta dalla contemplazione di ciò che è attorno all’amore per quel paesaggio, fino a comprendere l’ordine di tutto e la presenza del tutto in Dio. Un qualcosa che, per Mar Shamli, può trovarsi solo nella condizione di ordine che deriva dal deserto. Così conclude l’eremita:

La conoscenza spirituale e la visione del pensiero hanno bisogno di molta vigilanza. Quelli dunque che non hanno la conoscenza spirituale e che sono privati della luce del pensiero – che è la vita e il godimento dell’anima – non sono afflitti a causa della quiete dei miei sensi e della gran quantità dei discorsi. Al contrario, molte volte i discorsi sono la loro consolazione: si affliggono poco dall’interrompere le loro regole. Li troverai sempre sulla porta delle loro case, fino alla fine della loro vita.

Con quest’ultima considerazione Mar Shamli si riferisce a chi non riesce a condurre una vita in solitudine, e anzi ritiene folle il ritirarsi dalla vita sociale, soprattutto nei deserti. Sono quelli che non riescono mai a stare dentro la propria casa e hanno bisogno continuamente di stare alla porta.

Quello di Mar Shamli è dunque un ordine cercato: un ordine tanto interno, nel fisico e nella mente, quanto nel mondo che lo circonda; solo dove l’ordine sembra assente, il deserto, esso può invece essere trovato in un piano ancora più alto, in una sorta di ‘contemplazione del tutto’ lucida ed ordinata.


In copertina una veduta del deserto iracheno, oggi teatro di scontri e guerre, un tempo scenario della vita monastica anacoretica.

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