Come si costituisce e si sviluppa una bolla speculativa? Ma prima ancora che cos’è una bolla speculativa? Se esistesse una definizione precisa sarebbe facile individuarne una e io sarei già ricco; questo articolo lo starei scrivendo da una comoda amaca ascoltando le cullanti onde di un magnifico mare tropicale… o forse addirittura non lo starei scrivendo affatto! Il tutto per dire che non esiste una definizione precisa di bolla speculativa. In generale si può affermare che una bolla speculativa è una situazione in cui il prezzo di un bene è decisamente più alto del suo “valore reale”, a cui prima o poi dovrà nuovamente convergere.

La vera rogna però è definire cosa sia il valore reale di una cosa. Qual è il valore dell’aria che respiriamo? Considerazioni filosofiche a parte, il suo valore economico è zero perché ce n’è in abbondanza per tutti. Il valore economico dei beni è stabilito esclusivamente dalla contrattazione tra operatori economici, ossia dalla domanda e dall’offerta. Queste a loro volta dipendono dal contesto reale in cui sono calate. Un lingotto d’oro non vale assolutamente niente in una tribù di primitivi perché non si può mangiare ed in generale non serve proprio a niente. Vediamo dunque, attraverso alcuni esempi concreti, come sia una questione alquanto spinosa definire in senso assoluto una bolla speculativa.

Un primo esempio è quello del monopolio. In una situazione di concorrenza perfetta, in cui chiunque può mettersi a produrre e vendere un determinato bene, la teoria economica afferma che il prezzo dovrebbe tendere al costo di produzione, il quale può a prima vista essere ritenuto una definizione molto plausibile di “valore reale”. In una situazione di monopolio invece l’offerta è interamente nelle mani di un’unica azienda. In questo caso la teoria economica dimostra che il prezzo di mercato sarà più alto di quello che si avrebbe in un caso di concorrenza perfetta. Intuitivamente ciò è spiegabile considerando che l’azienda produttrice sfrutterà il suo “potere di mercato” per incrementare il prezzo del bene ed aumentare così i profitti. Questa è una bolla finanziaria? E chi lo sa! La risposta in realtà dipende da considerazioni generali sul contesto, come il caso del petrolio e dell’OPEC ben dimostrano.

Per motivi geografici la produzione del petrolio è stata concentrata in prevalenza in alcune aree geografiche; per motivi di costi ed investimenti necessari per sviluppare un impianto, è stato facile per i Paesi produttori controllare la produzione a livello statale ed unirsi in un’organizzazione che controllasse i prezzi dirigendoli a rialzo. Spettacolare è l’esempio del primo shock petrolifero nel 1973. A seguito dell’aiuto degli USA ad Israele nella guerra dello Yom Kippur, i Paesi produttori (in prevalenza arabi) per la prima volta si coalizzarono per dichiarare un embargo di ritorsione contro gli USA: nel corso di un unico anno il prezzo del petrolio passò da 3 a 12 dollari al barile. Per quanto ciò abbia avuto conseguenze molto gravi, uno studioso di economia non può non commuoversi e provare un brivido di emozione di fronte ad un fenomeno così pirotecnico (per la prima volta fu coniato il termine stagflazione per descrivere le conseguenze di tale evento), così come un archeologo non può non commuoversi di fronte gli scavi di Pompei. Tutto ciò suggerisce una domanda molto rilevante ai fini del nostro tema: 12 dollari al barile era una bolla speculativa? Se adottiamo la definizione dello scostamento dal costo di produzione, sicuramente sì. Peccato che questa bolla sia una perfetta situazione di equilibrio e sia infatti durata decine di anni, gonfiandosi anzi sempre di più di anno in anno fino a far sfondare al petrolio il valore di 120 dollari al barile. Solamente nel 2014 la situazione è notevolmente cambiata ed il prezzo ha iniziato a sgonfiarsi. Dal 2014 infatti la tecnologia dello shale oil ha permesso agli USA di diventare produttori a loro volta riportando il mercato del petrolio molto più vicino ad una situazione di concorrenza piuttosto che di monopolio. Ciò ha fatto crollare il prezzo del petrolio in maniera spettacolare portandolo fino a 30 dollari al barile.

Altro esempio curioso di scostamento dal valore reale può essere riscontrato nell’attuale mercato obbligazionario. Nel mercato obbligazionario il bene che viene negoziato è il tasso di interesse: prenditori e datori di fondi si incontrano sul mercato per stabilire un valore economico del prestito, che si esprime comunemente in un numero, ovvero il tasso di interesse percentuale. In base alla domanda ed all’offerta, come sempre, viene stabilito che prendere a prestito a 5 anni è “giusto” costi ad esempio il 3% all’anno oppure il 5% o qualunque altro valore. In questo caso per esempio è già più difficile stabilire quale sia il valore reale del prestare denaro: qual è il costo di produzione del denaro? D’altra parte si può approssimativamente dire che il denaro dovrebbe costare un tasso di interesse pari all’inflazione (di modo tale che il valore del denaro prestato non si svaluti), più un premio per il tempo e per il rischio. Ancora più in generale ci accontenteremo di dire che il tasso di interesse dovrebbe essere positivo: seguendo regole di buon senso, perché dovrei prestare a tassi di interesse negativi? In questo caso infatti il denaro che riceverei indietro al termine del prestito sarebbe minore di quello che avevo prestato, il che a prima vista sembra assurdo. D’altra parte l’economia ha più volte dimostrato nel corso della storia di poter stupire e sorprendere noi poveri studiosi, e anche questa volta ce l’ha fatta poiché al momento i tassi di interesse del bund quinquennale o dei titoli di stato giapponesi di pari scadenza sono entrambi negativi.

Quanto sopra può essere interpretato come una bolla speculativa: avere indietro dai tedeschi 100 euro fra 5 anni costa oggi più di 100, in questo senso il prezzo delle obbligazioni è troppo alto e sembra essere in bolla. Com’è stato possibile giungere a questa situazione? A seguito del 2008 la situazione dell’economia a livello globale non è stata particolarmente brillante. Per sostenerla e tentare di darle stimolo le banche centrali a livello mondiale hanno stampato enormi quantità di denaro per mantenere i tassi di interesse il più bassi possibile: l’obiettivo di ciò è in pratica aiutare i debitori a ripagare i loro debiti e, poiché i debitori in genere sono le imprese, si immagina questo stimoli l’attività economica. Il meccanismo però è sfuggito un po’ di mano e oggi ci troviamo con tassi di riferimento delle banche centrali sia europea che giapponese negativi. E’ una bolla speculativa? Da un certo punto di vista sì, anche se d’altra parte alcuni sostengono che la depressione dell’attività economica durerà ancora a lungo e che ciò porterà ad una nuova normalità in cui i tassi di interesse saranno anche più negativi di quanto sono ora.

Ultimo esempio. La valuta cinese è al momento da molti ritenuta sopravvalutata. Il fatto è che anche così i prezzi delle merci cinesi sono molto competitivi e svalutare ulteriormente li renderebbe ancora più aggressivi nel commercio internazionale. Ciò a prima vista può non sembrare un problema per la Cina, ma invece lo è, in parte perché avere una valuta troppo debole comporta costi alle importazioni più alti ed in parte perché essere ancora più commercialmente aggressivi potrebbe creare attriti con organismi di commercio internazionale e con gli USA. Ancora una volta a fissare il prezzo di una valuta, ossia il suo tasso di cambio con le altre valute, sono la domanda e l’offerta degli operatori che definiscono un tasso di cambio di mercato. I flussi di capitale d’altra parte indicano abbastanza chiaramente che le pressioni di mercato porterebbero velocemente ad una svalutazione della moneta cinese suggerendo una possibile situazione di bolla. E quindi perché lo yuan non si svaluta? In pratica perché il governo cinese non lo vuole: la banca centrale e gli organismi statali hanno infatti istituito una serie di restrizioni alla convertibilità della valuta cinese che rendono molto difficile venderla rendendo così impossibile un rapido ribilanciamento del suo prezzo. È una bolla finanziaria? Ancora una volta dipende, in questo caso particolare dal successo del governo cinese nel controllare i flussi di capitale in yuan in uscita dalla Cina.

Con gli esempi di cui sopra spero di avere mostrato quanto il prezzo dei beni sia poco oggettivo ed influenzato dai contesti di mercato, istituzionale e politico. Poiché in generale si suppone che la realtà sia razionale, è inoltre sempre necessario chiedersi quale sia la motivazione alla base della costituzione di una bolla: un’apparente situazione di bolla dei prezzi può infatti avere motivazioni ben plausibili e solide che la rendono quindi molto meno bolla di quanto possa sembrare.

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